Per Giorgio Nebbia

Giovanna Ricoveri (Il manifesto, 5 luglio 2019)

Giorgio Nebbia è morto il 3 luglio 2019, all’età di 93 anni. Lascia un vuoto difficile da colmare. Chimico e merceologo per formazione accademica, professore alla Università di Bari, parlamentare della Sinistra indipendente negli anni 1980, protagonista indiscusso di tutti i movimenti sociali ed ambientali italiani, Giorgio Nebbia è stato il più importante ecologo italiano, assertore dell’ecologia politica intesa come progetto di trasformazione dell’economia e della società. Autore di innumerevoli pubblicazioni su tutti gli aspetti della questione ambientale, che ha raccontato con una prosa chiara, capace di coniugare sempre il rigore scientifico con il buon senso e con la “leggerezza”. Uno scienziato che ha cuore, oltre a cultura e intelligenza. L’ho conosciuto nel 1991, quando uscì in Italia “Capitalismo Natura Socialismo”, la rivista legata a quella fondata da James O’Connor negli Usa. Ne fu da subito un protagonista autorevole, che ci ha accompagnati e sostenuti nel corso di quasi trent’anni, nella buona e nella cattiva sorte. Ci mancherai, ma il tuo contributo non andrà perduto, come dimostra la recente mobilitazione degli studenti di tutto il mondo per fermare il riscaldamento climatico, guidata dalla giovane svedese Greta Thunberg.

Giovanni Carrosio (Pagina facebook, 4 luglio 2019)

Ieri è morto Giorgio Nebbia. Ha attraversato tutto il ’900 e continuato a guardare al futuro anche negli ultimi mesi di vita. Ha intrecciato fede cattolica, marxismo e ambientalismo con la naturalezza di chi guardava ai ponti e non si curava dei muri. Aveva la capacità dei grandi scienziati, spiegare le cose complesse con le parole semplici. Scriveva racconti per i bambini, senza rinunciare alla fondatezza delle argomentazioni scientifiche (https://comune-info.net/sono-una-goccia-dacqua). Mi ha sempre sollecitato a non lasciarmi trascinare dalle mode teoriche e accademiche, argomentando con rigore come i fondamenti dei problemi ambientali siano in fondo sempre gli stessi dal neolitico fino ad oggi. Vedeva nel capitalismo un salto quantitativo, ma non lo assolutizzava. Si interrogava su tutto, anche sul ruolo delle aree interne nella decongestione ambientale del nostro Paese. Spero di non fargli torto riportando un estratto di una delle sue ultime email, che curava con un fare antico, come se fossero delle lettere: “C’è un certo fermento, in giro, per la valorizzazione delle aree interne a cui tu hai lavorato. Non soltanto come ricostruzione delle zone terremotate, ma con un orizzonte per la decongestione delle città, per la localizzazione di servizi come quelli telematici, per l’utilizzazione dell’energia solare utilizzando costruzioni tradizionali e spazi diversi da quelli invaso in pianura con pannelli fotovoltaici, prospettive di valorizzazione energetica di piccoli salti di acqua nelle zone collinari e montane, recupero del patrimonio abitativo con tecniche rispettose e moderne e, non ultimo, possibilità di accesso ad un patrimonio culturale di tradizioni, buone scuole, archivi e biblioteche, spesso sommerso e quasi sconosciuto.
E anche valorizzazione di una agricoltura per le comunità locali, non solo mozzarelle o lenticchie, diversa da quella sbandierata dai tanti cuochi che affollano le televisioni. Penso anche a biomasse di scarto per industrie decentrate (fibre, fermentazioni, eccetera).
Come esempio di valorizzazione delle aree interne ricordo le iniziative di Olivetti, l’IRUR nel Canavese, le fabbriche nelle zone periferiche, il borgo La Martella a Matera. Iniziative spesso fallite perché gestite senza la visione di Adriano Olivetti e contro corrente da riconsiderare alla luce dell’attuale crisi economica, territoriale ed ecologica. Mi sembra un tema da ecologia politica e da capitalismo natura società”.

Pierpaolo Poggio (Il manifesto, 4 luglio 2019)

Sapevo di Giorgio Nebbia attraverso i suoi articoli, in particolare i contributi, molto originali, che apparivano nel bollettino di Italia Nostra. L’ho conosciuto di persona verso la fine degli anni ’80, in occasione della vicenda dell’Acna di Cengio (Savona). Il suo approccio era assolutamente non convenzionale, non era più giovane ma partecipava direttamente agli incontri in alta Valle Bormida, e insieme a lui la moglie Gabriella, sobbarcandosi un lungo viaggio.
La sua impostazione del problema era chiarissima e, nello stesso tempo, molto impegnativa. Andava bene contestare la fabbrica per il suo impatto sulla salute e sull’ambiente ma bisognava studiare i cicli produttivi, sapere esattamente cosa produceva e quali erano gli scarichi inquinanti, cosa aveva prodotto nel corso dei suoi cento anni di attività.
E questo non per una pur meritevole conoscenza storica ma per poter intervenire in modo efficace, in termini di bonifica, di risanamento dell’ambiente e di controllo sulla salute dei lavoratori e della popolazione. Da allora è stato per me e per la Fondazione Micheletti, l’interlocutore principale, un infaticabile e inflessibile stimolatore di attività, iniziative, il più delle volte invisibili perché dedicate alla salvaguardia degli archivi. Il suo, in assoluto, come archivio Giorgio e Gabriella Nebbia, è tra i più importanti, non solo per i temi per cui è noto, vale a dire quelli ambientali, ma per tutto ciò che ha a che fare con la produzione, le manifatture, il lavoro, l’energia – su cui ha compiuto ricerche pionieristiche specie nel settore della dissalazione per portare acqua potabile nelle terre più povere e aride. Gli studi più rilevanti sono quelli che ha dedicato al ciclo delle merci, definendosi sempre orgogliosamente merceologo, allievo prediletto di Walter Ciusa, anche quando la merceologia veniva abolita, un po’ come se si potessero abolire le merci. Di cui, anche un po’ per provocazione intellettuale, metteva sempre in evidenza la dimensione materiale, naturale, il carico quantitativo sulle matrici ambientali.
In campo storico si considerava un dilettante, pieno di curiosità e sempre pronto a dare il suo piccolo contributo, quando si presentava l’occasione. Così quando nel 1993 abbiamo organizzato un convegno sul negazionismo, vale a dire sulla negazione dello sterminio degli ebrei d’Europa, e in particolare delle camere a gas, si inserì subito applicandosi allo studio della chimica dello sterminio, si entrava infatti in un ambito che padroneggiava perfettamente, e i deliri potevano essere combattuti, nella piena consapevolezza che non bastano le prove empiriche ma possono aiutare.
La sua vocazione, anche nelle situazioni estreme, come nella battaglia indefessa contro le armi, le merci oscene per eccellenza, era sempre «pedagogica», volta a far leva sul lato migliore della natura umana. Poteva quindi accadere che il suo approccio venisse considerato ingenuo, metodologicamente superato. Un errore di valutazione molto grave, dato che Giorgio era persona estremamente avvertita, libera da schemi ideologici, appassionato ma estremamente consapevole delle debolezze umane, e però ostinatamente aperto alla speranza. Ne è un esempio l’ultimo contributo che ha dato a una impresa un po’ azzardata, il volume Alle frontiere del capitale (Fondazione Micheletti-Jaca Book, 2018), della serie «L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico». Si tratta della sua Lettera dal 2100. La società postcapitalistica comunitaria, un breve testamento. Giorgio Nebbia era credente, ho capito di che tipo e spessore in un incontro di tanti anni fa presso i padri Saveriani di Brescia. Con estrema naturalezza divenne il centro dell’incontro di preghiera, lasciandoci stupiti e spiazzati. Occorrerà molto tempo per conoscere Giorgio Nebbia nelle sue molteplici dimensioni.

Tonino Perna (Il manifesto, 4 luglio 2019)

Giorgio Nebbia è stato insieme a Laura Conti il fondatore della scienza ecologica in Italia. È inutile pensare di racchiudere in poche righe il grande contributo che ha dato sul piano scientifico e politico al nostro paese, ma vorrei sottolineare la sua capacità di coniugare il marxismo con l’ecologia che è quello che oggi ci manca per far ripartire una sinistra all’altezza delle sfide del nostro tempo.
Ho avuto il piacere e l’onore di conoscere Giorgio Nebbia nella sua casa romana nel lontano ottobre del 1983.
Mi aveva chiesto di andare a casa sua perché aveva beccato una brutta influenza e mi ricevette con grande cordialità che mi imbarazzava: io ero un ricercatore di sociologia economica alle prime armi e lui già affermato docente universitario e padre della merceologia «critica», una disciplina che grazie al suo contributo usciva allora dalle secche di una sorta di toponomastica delle merci.
Curò con grande generosità la preziosa postfazione al mio volume Mercanti, Imprenditori, Consumatori: dipendenza e questione alimentare ( F. Angeli 1984) e poi mi mise in contatto diretto con Giovanna Ricoveri, sua grande amica e compagna di viaggio in quella entusiasmante avventura della rivista Capitalismo, Natura, Socialismo»che ha dato una grande contributo di analisi e proposte per uscire da questo modello di sviluppo capitalistico distruttivo di risorse umane e ambientali.
Ci mancherei tanto Giorgio ma il tuo grande lavoro non andrà perduto e la sensibilità ambientale delle nuove generazioni lo stanno dimostrando in questi ultimi tempi.
Grazie per tutto quello che hai fatto.

Giuseppe Onufrio (Il manifesto, 4 luglio 2019)

Se in Italia una forte componente dell’ambientalismo ha avuto e ha una base nella cultura scientifica lo si deve anche a Giorgio Nebbia. È stato tra i primissimi a introdurre l’analisi del ciclo delle merci, con una particolare attenzione alla quantificazione e qualificazione degli effetti ambientali, in qualche modo antesignana della moderna Life Cycle Analysis.
Con la precisione del chimico riusciva a dissezionare in modo analitico i temi senza mai perdere però una capacità di lettura complessiva, storica e culturale, che ha sempre contrassegnato la sua cifra. Era parte del nucleo storico dell’ambientalismo e per me, giovane studente in fisica, fu davvero un incontro importante.
Era l’aprile del 1977: mentre a Bologna il mouvement discuteva le tesi di Toni Negri su Stato e rivoluzione, ci riunivamo a Verona per discutere di nucleare e energie alternative. Con Gianni Mattioli, Massimo Scalia e altri, anche Giorgio Nebbia era coinvolto nella strutturazione del movimento antinucleare, nato in Italia come altrove su impulso anche di personalità del mondo scientifico.
Nel 1981 a Bologna, dove studiavo, con il Comitato per il controllo delle scelte energetiche riuscii a organizzare un convegno contro il nucleare assieme alla Flm. Fu un momento importante: questa combinazione tra una organizzazione antinucleare e il sindacato dei metalmeccanici aveva attirato l’attenzione di Giorgio Bocca – e grazie anche all’abilità di Marcello Stecco responsabile stampa del sindacato – che scrisse, per la prima volta, un ampio articolo – una pagina su la Repubblica – dando spazio alle tesi antinucleari espresse da esponenti della comunità scientifica. Certamente l’intervento di Giorgio Nebbia, assieme a quelli di Mattioli, Scalia e De Santis avevano colpito per la forza e la base scientifica degli argomenti.
Così pochi anni dopo, nell’affrontare la tesi di laurea sugli effetti ambientali e sanitari del carbone, gli chiesi di poter essere seguito per una parte – merceologica – del lavoro, mentre per quelli specificamente fisici il relatore era Enzo De Santis, che ci ha lasciato qualche anno fa.
Era il modo migliore, scrivere una tesi, per poterlo frequentare e «usarne» le competenze e, dunque, per imparare qualcosa. Già: non sono tante le persone da cui davvero si impara qualcosa nella vita e, per me, Giorgio Nebbia è stato tra questi pochi. Come capita, ci siamo poi persi di vista e sentiti pochissimo. L’ultima volta un anno fa: ringraziandolo per la bella recensione del libro su Greenpeace Italia – pubblicata in queste pagine – aggiungevo due righe per ricordargli quel periodo della tesi e come abbia influito sulla mia formazione. Questo, per fortuna, gliel’ho potuto scrivere, ricevendo una risposta altrettanto affettuosa. Ciao Giorgio.

Marinella Correggia (Il manifesto, 5 luglio 2019)

«Il verde, unica fonte, mossa dal Sole, della vita»: in un articolo su l’Extraterrestre di fine 2018, Giorgio Nebbia (morto il 3 luglio scorso) dava un andamento poetico a una constatazione scientifica. Nello stesso periodo, a proposito delle miniere insanguinate, scriveva: «Agli africani il dolore e la fatica del lavoro».
Un tema, quello della violenza umana e ambientale nei processi di produzione scambio e consumo, che egli sviluppò nel testo La violenza delle merci (Ecoistituto del Veneto,1999). Contro un capitalismo sanguinoso e insostenibile, imperialistico e bellicoso, iniquo e distruttivo, l’ecologia poteva essere uno strumento di conoscenza «utile a diffondere la solidarietà internazionale».
Irraggiungibile esempio di ecologista, scienziato, docente, educatore, politico a sinistra, divulgatore del sapere davvero per tutti (con migliaia di articoli, dossier, relazioni), il professor Giorgio Nebbia è stato per molti decenni il crocevia di lotte ma anche di proposte, di studi ma anche di applicazioni. Generoso, gentile e privo di narcisismo, si è messo a disposizione non solo di lotte di carattere nazionale e mondiale, ma anche di una miriade di associazioni, comitati e cause «minori».
Ne davano conto tre anni fa, come di augurio per il suo novantesimo compleanno, diversi ambientalisti, attivisti, studiosi autori del libro collettivo Per Giorgio Nebbia. Ecologia e giustizia sociale, edito nel 2016 dalla Fondazione Micheletti – che lo ha avuto come colonna portante della rivista Altronovecento e dell’archivio.
Già da giovane merceologo a metà degli anni 1950 intrattiene contatti internazionali per lo sviluppo delle applicazioni dell’energia solare, in particolare la dissalazione; membro della piccola comunità solare italiana («il futuro è solare»), negli anni 1960 sperimenta distillatori sulla terrazza dell’Istituto di merceologia a Bari e ai giardini Margherita della sua Bologna.
Nel 1972 partecipa, con altri antesignani dell’ambientalismo, alla Conferenza Onu su «Ambiente e sviluppo» a Stoccolma; nello stesso periodo, a Bari, il professore aiuta i comizi dei ragazzi che esigono dai candidati alle amministrative un’agenda di impegno ambientale. Del resto, come spiegherà nel 2015 in un’intervista a Teleambiente, «quando si parlava di problemi ambientali, un povero professore di merceologia sapeva bene che era materia sua, perché nell’ambiente finivano gli scarti» dei cicli produttivi.
Intanto denuncia a mezzo stampa ogni genere di frodi alimentari, riuscendo a provocare interventi di controllo. Nel 1978 è fra i promotori del referendum contro la caccia – che non raggiunge il quorum. E’ in nome della necessità di un «grande movimento di liberazione per sconfiggere le ingiustizie portate dalle merci, fra gli esseri umani e la natura», per ispirare le merci ai valori, che Giorgio Nebbia diventa parte attiva in molti conflitti ambientali, rispetto ai quali individua quattro soggetti: inquinatori, inquinato, Stato, scienziati.
Alla fine degli anni 1970 è fra i pochi scienziati antinuclearisti alla conferenza nazionale sulla sicurezza nucleare, a Venezia. Aiuta a strutturare il movimento contro una forma di energia che «non è né economica, né pulita, né sicura». E quanto alle armi nucleari, il suo impegno era sfociato di recente nella proposta di un gruppo di scienziati per lo studio di un mega programma di messa in sicurezza e neutralizzazione dell’arsenale mondiale. Si sarebbe creato lavoro; del resto per Nebbia era imprescindibile trovare alternative occupazionali – oltre alla riduzione dell’orario.
Nel testo Per Giorgio Nebbia si evocano le «migliaia di chilometri percorsi per incontri con comitati, sit-in, marce e tutte le varianti dell’impegno politico dal basso». Partecipa ad esempio alle mobilitazioni nell’alta valle Bormida, avvelenata dall’Acna di Cengio, la fabbrica chimica in provincia di Savona. Anche l’impegno dei cittadini e degli enti locali contro il polo chimico Farmoplant lo vede protagonista, da consigliere comunale a Massa Carrara fra il 1985 e il 1987. Negli stessi anni sostiene la causa ambientalista contro lo scarico in Adriatico dei fanghi al fosforo del petrolchimico di Porto Marghera, proponendo alternative che contribuiscono a spostare parte del sindacato. Sul tema dell’acqua partecipa a gruppi di lavoro, scegliendo come asse l’ecosistema bacino idrografico.
Da parlamentare per due legislature, nel gruppo Sinistra indipendente, «sempre all’opposizione e quindi perdevamo sempre, quasi sempre», si impegna sui temi più svariati (e non sempre perdendo): la legge per la difesa del suolo varata in quegli anni, l’inquinamento da concimi, pesticidi, detersivi, piombo tetraetile e la sicurezza nelle fabbriche. Ma Giorgio nel 2018 ha anche messo su carta il suo sogno, con il saggio fantascientifico (ricco di dati, percorsi e grande speranza) Lettera dal 2100. La società post-capitalistica comunitaria, nel libro di vari autori Alle frontiere del capitale (Jaca Book e Fondazione Micheletti, 2018). «Siamo alle soglie del XXII secolo; ci lasciamo alle spalle un secolo di grandi rivoluzionarie transizioni, un mondo a lungo violento, dominato dal potere economico e finanziario, sostenuto da eserciti sempre più potenti e devastanti. L’umanità è stata più volte, nel secolo passato, alle soglie di conflitti fra paesi e popoli che avrebbero potuto spazzare via la vita umana e vasti territori della biosfera. Vittima della paura e del sospetto, è stata esposta ad eventi meteorologici estremi che si sono manifestati con tempeste, alluvioni, siccità. Con fatica è stato realizzato un mondo in cui le unità comunitarie sono state costruite sulla base dell’affinità fra popoli, in cui città diffuse nel territorio sono integrate con attività agricole, in cui l’agricoltura è stata di nuovo riconosciuta come la fonte primaria di lavoro, di cibo e di materie prime, un mondo di popoli solidali e indipendenti, in cui la circolazione di beni e di persone non è più dominata dal denaro, ma dal diritto di ciascuna persona ad una vita dignitosa e decente».