Ecologia Politica, anno 26mo, n. 6, 24 giugno 2016

Sommario n.6/2016

Editoriale. Elezioni amministrative italiane: una occasione mancata – Giovanni Carrosio e Giovanna Ricoveri

Le elezioni amministrative concluse con i ballottaggi di domenica 19 giugno ci consegnano un quadro politico in fibrillazione con una geografia del voto a macchia di leopardo e l’incedere del Movimento 5 Stelle, che è stato capace di conquistare il governo di importanti città portando due giovani donne al governo di Roma e di Torino, e imponendosi nettamente nei ballottaggi. Al di là di risultati più o meno netti, si respira un clima di incertezza e di disaffezione, che trova riscontro nella forte astensione, registrata anche dove le campagne elettorali sono sembrate capaci di mobilitare molti cittadini. D’altronde, il dibattito pre-elettorale e le prime analisi dopo i ballottaggi sono tutte interne a questioni politiciste, e poco si è discusso di Politica. Se circoscriviamo poi il campo di interesse alle questioni ambientali, così urgenti e così evidenti negli effetti che le città vivono quotidianamente, queste elezioni rappresentano una ennesima occasione mancata.

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Le aree interne come sfida alla metropolitanità dominante – Giovanni Carrosio

Da circa tre anni, in Italia, è attiva una politica pubblica nazionale – la Strategia Nazionale Aree Interne – che vuole combattere lo spopolamento delle aree periferiche del nostro paese e affermare un modo di fare politiche pubbliche che non sia cieco rispetto alla straordinaria varietà di situazioni territoriali che lo caratterizzano. Essa rappresenta anche una battaglia culturale, una sfida alla metropolitanità dominante e ai feticci della modernità novecentesca, nel nome di uno sviluppo più equo socialmente e territorialmente. Tra i meriti di questa politica, infatti, vi è quello di avere rimesso in moto il dibattito sullo sviluppo nel nostro paese, partendo non più dai grandi centri urbani e industriali ma dalle aree periferiche, quelle che negli ultimi cinquanta anni hanno subìto un processo di spopolamento, depauperamento e marginalizzazione dai sistemi economici e di potere nazionali.

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Gli stati sono morti, viva le bioregioni – intervista di Fabio Chiusi a John Thackara

Designer, autore, voce tra le più autorevoli in tema di sostenibilità ambientale e nuova economia. I modi per definire John Thackara sono molti. In trent’anni, Thackara ha girato il mondo a caccia di storie, di esempi virtuosi di quella “prossima economia” che, dice, sta al fondamento di una rivoluzione senza precedenti nel nostro rapporto con la Terra, e con la sua sopravvivenza. È l’alba della “terza fase della sostenibilità”: l’oggetto dell’intervento a Future Ways of Living , ideato da Meet the Media Guru , che lo ha portato in questi giorni a Milano. Alla Triennale di Milano ha parlato del design dei servizi applicato alla città e delle pratiche sociali come chiave della trasformazione urbanistica.

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In morte di Montalto di Castro – Giorgio Nebbia

Alla maggior parte degli Italiani il nome “Montalto di Castro” dice poco; alcuni hanno notato, andando veloci lungo la linea ferroviaria Roma-Genova, questo nome sul muro di una stazione; i più curiosi, guardando fuori dal finestrino, dalla parte del mare, avranno visto in lontananza quattro grossi edifici con un grande, alto camino: una centrale elettrica, senza dubbio. Una centrale che, negli anni ottanta del secolo scorso, è stata al centro di vivaci polemiche ecologiche. A dire la verità le centrali di Montalto di Castro sono state due, una nucleare che non è mai stata neanche completata, e quella a olio combustibile che ha funzionato pochi anni e oggi è chiusa. Dopo la grande crisi del 1973, quando il prezzo del petrolio aumentò di dieci volte in pochi anni, il governo italiano avviò vari piani energetici che prevedevano la costruzione di varie centrali nucleari distribuite in varie parti d’Italia.

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Un “localismo cosmopolita”. Una proposta della Università del Molise – Lorenza Paoloni

Mi ero ripromessa di non affrontare argomenti inerenti alle materie di mia più stretta competenza scientifica ma un recentissimo episodio occorsomi mi ha fatto ricredere. Tre settimane orsono, al mio arrivo all’aeroporto di Buenos Aires, ove mi ero recata in rappresentanza dell’Università degli Studi del Molise (Unimol) per le giornate italo-argentine del CUIA (Consorzio interUniversitario italiano per l’Argentina), uno zelante funzionario del SENASA (Servicio Nacional de Sanidad y Calidad Agroalimentaria), ha sequestrato dalla mia valigia, per ragioni di salute pubblica e di tutela zoofitosanitaria, uno splendido esemplare di “caciocavallo”, dono evocativo del territorio molisano, destinato al mio collega argentino che mi ospitava nella Università de La Plata. Il formaggio era stato opportunamente confezionato sottovuoto, su mia richiesta esplicita, ed etichettato a norma di legge. Purtroppo il “queso” non riportava la dicitura “fatto con latte pastorizzato” e non era ottenuto da un processo industriale e così, uno dei simboli della “sapienza” molisana finiva miseramente nel cestino dei rifiuti, trattato alla stregua di un oggetto pericoloso, umiliato da un liquido disinfettante.

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L’economista, gli indigeni e il catasto in Perù – Raphael Colliaux

Hernando de Soto è un uomo molto corteggiato in questo periodo elettorale in Perú. Economista pluripremiato, negli anni 1990 era stato uno stretto consigliere del presidente dittatore Alberto Fujimori; e nel 2011, si è impegnato nella campagna elettorale della figlia di quest’ultimo. In Francia egli è l’«anti-Piketty» preferito del settimanale Le Point. I suoi lavori fanno parte delle citazioni obbligate dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (Usaid) e della Banca mondiale. Il suo cavallo di battaglia è il rapporto fra proprietà privata e investimenti nelle economie dette «informali». Si stima che in America latina fra il 50 e il 75% dei lavoratori eserciti la propria attività fuori da un quadro formale. Hernando de Soto sostiene che, in assenza di titoli di proprietà degni di questo nome, i beni di questi attori rappresentino solo un «capitale morto», difficile da far fruttare. In primo luogo perché non è facile ottenere crediti o finalizzare contratti senza domicilio legale. E poi perché l’«extra-legalità» implica costi aggiuntivi enormi, espone alla delinquenza e alle occupazioni abusive di terre, il che limita notevolmente gli investimenti e la produttività del lavoro.

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Vittoria dei Verdi in Austria – Grazia Francescato

Chapeau, Alexander Van der Bellen! E soprattutto grazie dal profondo del cuore per aver arginato, a sorpresa (dunque la vittoria è ancora più bella) l’onda cupa della destra xenofoba in Austria e in Europa. Perché l’inaspettata conquista della presidenza austriaca, che molti già si rassegnavano a veder consegnata al leader del FPO, Norbert Hofer, gran favorito della vigilia, non è certamente di esclusivo interesse dei cittadini austriaci. Il sospiro di sollievo, dopo la tormentata attesa dell’esito man mano che i 31.026 voti in più per Van der Bellen affluivano via posta,ha percorso tutto il Vecchio Continente.

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RECENSIONI

Manuel Scorza, Rulli di tamburo per Rancas, Feltrinelli 2009 – Giovanna Ricoveri

Manuel Scorza (1928-1983) è un romanziere e poeta tra i massimi del Perù, oltre ad essere stato un protagonista delle lotte sociali del suo paese. Rulli di tamburo per Rancas è il primo volume del “ciclo andino”, conosciuto come la Ballata, che comprende inoltre Storia di Garabombo, L’invisibile, Il cavaliere insonne, Cantare di Agapito Robles, La Vampata. L’originale spagnolo di Rulli di tamburo per Rancas è del 1970; splendidamente tradotto da Enrico Cicogna, la prima edizione italiana è del 1972, e da allora è stato ristampato più volte, sempre dalla Feltrinelli, e ha venduto moltissime copie. E’ un testo forte e avvincente di realismo magico che fonde poesia e ironia, scritto con un ritmo narrativo incalzante e affascinante.

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Vezio De Lucia e Francesco Erbani, Roma disfatta, Castelvecchi, 2016 – Militant

Già da qualche settimana è possibile trovare sugli scaffali Roma disfatta, un libro scritto a quattro mani da Vezio De Lucia e Francesco Erbani per i tipi della Castelvecchi, e di cui consigliamo caldamente la lettura. Il testo, sviluppato sotto forma di dialogo tra l’urbanista ed il giornalista, ci restituisce infatti una fotografia della città che è impossibile ignorare, soprattutto per chi ha l’ambizione di provare a ricostruire un insediamento sociale nelle periferie. Ma procediamo con ordine. Uno dei punti cardine su cui molto insistono gli autori è quello della forma, o meglio, della perdita di forma, che ha caratterizzato la crescita della città in questi ultimi decenni. E delle conseguenze sociali e politiche che questo ha avuto sull’intero organismo urbano. Se infatti diventa difficile e perfino inutile provare a ragionare di Roma per pezzi separati, è altrettanto improponibile provare a farlo senza riferirsi alla sua realtà fisica.

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