L’acciaieria non è un salotto

di Giorgio Nebbia

Il “caso ILVA”, esploso nel 2012, riassume in se tutti gli aspetti e le contraddizioni della società industriale moderna basata sulla produzione e sul commercio di cose, di beni materiali. L’acciaio è una di queste merci utili, anzi indispensabili. Se l’acciaio improvvisamente sparisse scomparirebbero le automobili, i frigoriferi, le lavatrici, le case crollerebbero per il venir meno dell’armatura del cemento, non ci sarebbero ponti per attraversare i fiumi, si fermerebbe la stessa agricoltura. La produzione mondiale di acciaio ammonta ogni anno a circa 1400 milioni di tonnellate; quella italiana a circa 25 milioni di tonnellate, circa la metà fabbricata a Taranto. Purtroppo il processo per la produzione dell’acciaio è lungo e inquinante ed è dannoso per la salute dei lavoratori dentro la fabbrica, e dei loro familiari che abitano i quartieri vicini.

Tutto comincia con le grandi navi che trasportano, attraverso gli oceani, il carbone e il minerale di ferro; queste materie prime pulverulente sono scaricate, mediante nastri trasportatori, nei rispettivi “parchi” a cielo aperto, esposti al vento. Nelle cokerie il carbone viene trasformato, per riscaldamento ad alta temperatura, in coke, la forma adatta per il trattamento dei minerali di ferro, con formazione di sottoprodotti gassosi, liquidi e solidi, nocivi e in parte cancerogeni; sottoprodotti in parte riutilizzati nella stessa acciaieria, in parte recuperati, in parte dispersi nell’aria dentro e fuori la fabbrica. Il minerale, costituito da ossidi di ferro, viene modificato nell’impianto di agglomerazione in modo da essere meglio trasformato nell’altoforno. L’altoforno, un lungo tubo verticale, viene caricato di agglomerato, di calcare estratto dalle cave vicino lo stabilimento e di coke che, ad alta temperatura porta via l’ossigeno dal minerale di ferro e produce un ferro greggio, la ghisa, insieme a scorie e a una corrente di gas ricchi di sostanze nocive, polveri, eccetera anche questi in parte filtrati, in parte dispersi nell’aria.

La ghisa viene trasportata mediante speciali carri, allo stato fuso, ai convertitori in cui l’ossigeno la trasforma, insieme a rottame, nell’acciaio vero e proprio; anche qui con formazioni di gas e polveri e scorie. L’acciaio fuso viene poi trasformato in pezzi di varie dimensioni che a loro volta verranno trattati nei laminatori a caldo e nei laminatoi a freddo, fornendo lamiere, fili, tubi.

Questa è un’acciaieria, non è un salotto; fuoco, e fumi e polveri che oscurano il bel cielo di Puglia e sporcano i polmoni e le terrazze delle case. Lavorare nell’acciaieria è faticoso e pericoloso eppure è stato il sogno di varie generazioni pugliesi: all’Italsider si è formata una classe operaia, il salario ha consentito a molte migliaia di persone di mandare i figli all’Università, di comprare l’automobile e la casa. Il maggiore benessere è stato pagato da un crescente inquinamento, dalla comparsa di malattie, alcune mortali. Si può produrre acciaio con un minore inquinamento e con minori dolori umani abbattendo una parte dei fumi, delle polveri e delle sostanze nocive, ma questo comporta dei maggiori costi di produzione e dei minori profitti per l’imprenditore, sia esso un padrone pubblico, come lo Stato ai tempi dell’Italsider, sia esso un padrone privato come dopo la vendita dell’Italsider trasformata in ILVA.

Se si solleva una voce di protesta, da parte del popolo inquinato, o delle associazioni ambientaliste, o di medici attenti alla salute pubblica, e se vengono chieste modificazioni dei processi produttivi, filtrazione degli agenti inquinanti e tossici e cancerogeni, la risposta degli imprenditori inquinatori è che tali modificazioni comporterebbero maggiori costi e la fabbrica sarebbe costretta a chiudere. Davanti al pericolo della perdita del posto di lavoro si forma una innaturale alleanza fra lavoratori inquinati, popolo inquinato e imprenditori inquinatori. E alla fine tutto si risolve, come a Taranto da mezzo secolo, in promesse di tecnologie e di soldi e accettazione della condizione di inquinati.

Se esistesse un “governo” che operasse per il bene pubblico, sarebbe stato lui, dal 1961 in avanti, a scegliere una migliore localizzazione dell’impianto, a pianificare i quartieri residenziali in modo che gli abitanti non fossero esposti a polveri e nocività, a imporre energicamente agli imprenditori, prima pubblici e poi privati, miglioramenti di processo; sarebbe stato il governo a predisporre analisi della qualità dell’aria dentro e fuori l’acciaieria, a controllare il destino delle scorie e dei rifiuti nel suolo, nelle acque sotterranee, nel mare, a prevedere e prevenire fenomeni che sono comuni in tutte le città dell’acciaio esistenti nel mondo, alcune in condizioni migliori di quelle di Taranto. Purtroppo la produzione dell’acciaio, come di qualsiasi altra merce, è accompagnata, inevitabilmente, da scorie, rifiuti e nocività: la natura non da niente gratis.

Del resto quali altre produzioni di merci non inquinanti potrebbero realisticamente assicurare lavoro a Taranto per il prossimo mezzo secolo ? La fila degli operai che, dopo una manifestazione di protesta, sono rientrati nel siderurgico inquinante, nel luglio 2012, quando sembrava che il lavoro potesse riprendere, mi ha fatto venire alla mente la scena finale del bellissimo film di Monicelli, “I compagni”, quando gli operai in sciopero, sconsolati, sono costretti dal ricatto padronale, a tornare al lavoro. Ma questo avveniva nella Torino di 150 anni fa.

Il ”caso ILVA”, con le sue contraddizioni fra due diritti, quello del lavoro e quello della salute, è una ferita per Taranto, ma anche per l’intera Italia che lavora. Propongo che gli edifici pubblici espongano una bandiera a mezz’asta, fino a quando la situazione non avrà una soluzione, magari con una nuova nazionalizzazione pagata dai padroni con le multe che dovranno pur pagare per le morti di tanti decenni.

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