La chiocciola di Ivan Illich

di Giuseppina Ciuffreda

Che la globalizzazione sia sbagliata in sé lo mostrano difetti ed errori strutturali, che attengono alla sua forma. La visione economica che ha plasmato il mondo viola i principi e le prassi, naturali e culturali, che hanno consentito all’umanità di vivere, fiorire e permanere nei millenni: varietà, proporzione adeguata, cooperazione, relazione e società. La tendenza allo scambio e all’azione in uno scenario planetario non nasce oggi. La Via della Seta è vecchia di millenni e già nel Settecento le potenze europee si scontravano su un teatro mondiale. La globalizzazione attuale segue l’impulso storico occidentale a «incorporare tutto il genere umano in un’unica grande società e controllare tutto ciò che può contare qualcosa per l’umanità – in terra, nel mare e nell’aria – con i mezzi che la tecnica moderna ha messo a sua disposizione» (Arnold Toynbee). L’Occidente ha creato un suo modello e da secoli lo impone a popoli e territori con cultura, climi, senso del tempo, punti di vista diversi, senza alcun rispetto per saperi e intenzioni locali, convinto di avere formule universali. Lo storico Christopher Hill racconta di sir Arthur Cotton, ingegnere capo inglese, che nel 1858 nello stato indiano dell’Orissa voleva controllare il bacino del Mahamadi River come i fiumi della Gran Bretagna, mai soggetti a piene da monsoni. Il piano non solo non risolse ma aggravò gli effetti delle inondazioni, affrontate dalle popolazioni locali con l’esperienza secolare, e fu smantellato solo nel 1927 quando i tecnici inglesi finalmente accettarono che bisognava far defluire le acque il più presto possibile. Se la varietà delle specie è indispensabile per la vita naturale e la bellezza del pianeta, altrettanto lo è la diversità dei modi di vivere, migliaia nella storia, oggi ridotti a un unico con varianti locali non significative. Impoverimento e pericolo. Altro dogma è crescere ma il gigantismo e la crescita continua contrastano con un principio vitale studiato da J.B.S.Haldane, teorizzato da Leopold Kohr e ben descritto da Ivan Illich con la metafora della chiocciola: l’adeguata proporzione. Ogni cosa ha una sua dimensione, appropriata per luoghi definiti e per il bene di persone in una data condizione umana, la giusta taglia. L’enfasi dei global sulla competizione dimentica che l’evoluzione in natura procede anche attraverso la cooperazione (Kropotkin, Margulys, Odum) e che l’essere umano non è un individuo isolato, (Bateson, Sheldrake, Thom), percezione che nasce piuttosto da un abbaglio dell’intelletto e dall’aridità dell’animo: «L’istinto umano più elementare è il bisogno di relazionarsi con gli altri e di sentirsi parte di una comunità… siamo animali sociali» (Polanyi). Non siamo concentrati di egoismo con tendenza re Mida, da soli gli esseri umani muoiono o inselvatichiscono. L’idea che la società non esista è pura ideologia thatcheriana. Ultima global distorsione è il consumatore. Tante ipotesi sul perché siamo nati ma non certo per il prezzo più basso e la concorrenza perfetta. Siamo persone che vorrebbero essere felici e cittadini per contratto sociale. Vogliamo solidarietà e la diamo. Se per l’Unione Europea è un indebito «aiuto di stato», è prudente non cedere la propria sovranità.

(dalla rubrica “Ambiente viziato”, il manifesto 2.11.2012)