Chi sono i veri conservatori?

di Vincenzo Lauriola

Negli ultimi decenni l’economia, intesa come tecnica di gestione della polis, ha molto accresciuto il proprio spazio, non solo nella pratica politica, ma anche nell’immaginario collettivo. Ciò si è dato, in maniera non casuale, parallelamente all’incedere di recinzioni proprietarie su ampi spazi ed ambiti precedentemente caratterizzati da status di beni non appropriati o in libero accesso, beni pubblici o forniti dallo stato, ugualmente accessibili a tutti i cittadini, o beni comuni o collettivi, forniti e gestiti da ed a beneficio di comunità circoscritte, prevalentemente su base locale e/o territoriale. L’onda lunga delle enclosures, le recinzioni fondiarie inglesi base della rivoluzione industriale, nonché dell’accumulazione originaria di marxiana memoria, prosegue sino ad oggi intaccando spazi ed ambiti che non cessano di sorprenderci, mercificando senza freni ogni residuo spazio di vita (biologica e sociale).

Nel frattempo la scienza economica ha accresciuto il proprio contenuto tecnico-formale e matematico, dotandosi di un linguaggio sempre meno intelligibile ai comuni mortali, denso di neologismi esterofili costruiti per fugare critiche profane, o ancora per sostenere tesi contrarie al comune buon senso – come la crescita economica illimitata su un pianeta finito – o decantare le virtù della liberalizzazione finanziaria globale – meglio ancora se creativa. Già dagli ultimi anni 80 era evidente l’assenza di senso di un’ipertrofia sempre più marcata della finanza internazionale rispetto agli scambi economici reali, osservando ad esempio che pochi giorni di transazioni finanziarie globali erano sufficienti a pagare il controvalore di un intero anno di commercio internazionale mondiale. Piuttosto che rivedere i modelli formali alla luce del mondo reale, le politiche si sono piuttosto esercitate ad imporre alla realtà la logica astratta dei modelli matematici, forti della loro razionalità e formale perfezione, di obiettivi tanto esteticamente attraenti quanto avulsi dalla realtà come quelli definiti in termini di “equilibrio”. Dopo aver testato, tra gli anni 80 e 90 del secolo scorso. le proprie capacità d’imposizione tecnica all’agenda della politica in Africa e America Latina, l’ortodossia tecnico-economica (neo)liberista ha preso d’assalto l’Europa. La politica, stordita da una sorta di orwelliano newspeak economico, tendeva ad allinearsi, più o meno acriticamente sulle posizioni “vincenti” del conflitto politico-ideologico post-bellico celebrando la fede nelle tecniche del mercato in via sempre più spinta di globalizzazione, proclamando i nuovi dogmi dell’apertura incontrollata delle frontiere degli stati alla mobilità di merci e capitali. Come non prevedere che, una volta globale, il capitale si sarebbe mosso sul globo non più alla ricerca del vantaggio comparato ricardiano, bensí di quello assoluto, di solito associato al minor costo del lavoro? La concorrenza internazionale tra merci avrebbe direttamente innescato competizione tra lavoratori per attrarre investimenti di un capitale sempre più mobile, quindi, a parità di altre condizioni, livelli sempre più bassi di salario. Oggi ci sorprendiamo di fronte alla de-localizzazione di storici marchi italiani appena oltre adriatico, e conseguenti esuberi in Italia… ma per ogni economista serio, purché onesto, è da tempo storia già scritta.

L’esempio illustra come le leggi economiche  vendute come “verità” alla politica si prestano spesso a manipolazioni grossolane, poco intelligibili ai più, nonché pericolose. Allo stesso modo, mentre l’ortodossia economica fagocitava crescenti spazi di immaginario, dibattito ed azione politica, il pensiero unico neoliberista è riuscito a “vendere” privatizzazioni sempre più pervasive come tecniche per modernizzare e rendere più efficiente l’insieme del vivere sociale.

Con l’emergere della crisi ambientale, modelli come la “tragedia dei beni comuni” di Garrett Hardin hanno costituito la base del pensiero economico-ambientale, dicendoci che la causa dei problemi d’inquinamento e/o d’esaurimento delle risorse naturali era la natura collettiva, dei beni (o mali) in gioco, e pertanto, per risolverli bastava privatizzarli per lasciar giocare al mercato la sua funzione di panacea regolatrice, anche perché più efficiente rispetto al Leviatano statale.

Il tutto mentre l’ortodossia economica si faceva sempre più autoreferenziale e proponeva a tutto spiano l’homo oeconomicus, razionalmente egoista e perfetto calcolatore, come modello al tempo stesso analitico e normativo di una sfera tendenzialmente totalizzante di comportamenti umani e sociali. Valori come solidarietà, dono, altruismo, uguaglianza assumevano spesso connotazioni negative, d’intralcio all’espansione del ruolo della “mano invisibile” nella promozione del “progresso”. Il ragionamento non fa una piega: se il modello dell’homo oeconomicus rappresenta la chiave principale di lettura dei fenomeni sociali, l’economia non può che rappresentare la principale, se non l’unica, tecnica per fare politica. Nella misura in cui l’ambito della polis è necessariamente collettivo, il ventaglio delle scelte da operare si riduce semplicemente alla gestione tecnica, quindi economica, dell’apparato statale, spostando leggermente in una o nell’altra direzione la dimensione e gli ambiti operativi, regolando il confine fra Stato e Mercato. In questo duopolio delle forme di regolazione socioeconomica, coerente figlio del paradigma della modernità, così come iscritto nel modello giuridico dello Stato, che prevede una dicotomia netta e tendenzialmente totalizzante fra pubblico (statale) e privato (individuale o della fictio iuris persona giuridica), la diversità delle forme collettive di diritti e regolazione socio economica, sono percepite come retaggio di un passato premoderno e/o feudale, un ingombrante fardello rispetto al “libero dispiegamento delle forze produttive”. In tale processo la comunità, attore di riferimento di una possibile sfera intermedia tra Stato e individuo, pubblico e privato, con la sua diversità di forme concrete, viene inesorabilmente stritolata.

Le cose oggi stanno cambiando, anche se molti ancora non se ne rendono conto. La crisi scatenata dal crollo delle alchimie finanziarie sta inducendo una profonda revisione critica dei paradigmi dominanti, anche se le ortodossie non si lasciano mai scardinare facilmente. Anche le “tecniche” dell’economia si vedono costrette a confrontarsi coi propri limiti, di fronte al riemergere in forme nuove ed attuali di modelli che si ritenevano superati, o ancora all’irrompere di nuovi paradigmi emergenti in ambito accademico. Quanto ci vorrà prima che i cambiamenti paradigmatici giungano ad influenzare le tecniche che si fanno politiche in economia? Dove si annidano i veri conservatorismi?

Oggi il dibattito politico-economico è essenzialmente incentrato su necessità, ruolo e limiti dell’austerity come via d’uscita dalla crisi. Sul tema si confrontano antiche contrapposizioni tra scuole di pensiero e contrapposte opzioni politico-ideologiche già note. Il fuoco del dibattito, di cui un tema fondamentale è il debito pubblico – se e di quanto abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, chi più di altri, etc. – rimane prevalentemente all’interno di una lettura della crisi in chiave più o meno congiunturale. Non si colgono nell’attuale congiuntura i segni di cambiamenti più profondi, di una fase di transizione civilizzatoria in atto, e della necessità, di fronte ai limiti ecosistemici della finitezza planetaria di cui non mancano informazioni e dati sempre più allarmanti, di rivedere più in profondità antichi paradigmi. Mentre tiene banco il tema del debito economico, nessuno (o quasi) parla del sempre più preoccupante debito ecologico planetario. Un indicatore della gravità della situazione è l’earth overshoot day o giornata mondiale del debito ecologico, che ogni anno anticipa un po’: dal 19 dicembre calcolato per il 1987 siamo oramai giunti al 22 agosto per il 2012. Ovvero, mentre fino al 1987 ciò che ogni anno la terra “produce” (gratuitamente) in beni e servizi ecologici su cui si fonda l’economia – quindi il soddisfacimento dei bisogni umani – ancora “ci bastava” per arrivare quasi alla fine dell’anno, oggi oramai ci basta solo per 8 mesi, mentre per gli altri 4 ci stiamo indebitando con l’ambiente planetario, consumando il patrimonio naturale ereditato dai nostri padri, che lasceremo sempre più degradato ai nostri figli, alle generazioni future.

Allo stesso tempo la forbice distributiva di redditi e ricchezze non cessa di divaricarsi, concentrando sempre più ricchezza nelle mani di meno individui, negando ed erodendo parallelamente il diritto alla sopravvivenza dignitosa a strati sempre più ampi della popolazione. Si tratta di due facce della stessa medaglia, ma si fatica ancora a prendere pienamente atto delle connessioni tra i due fenomeni: insostenibilità ambientale e distribuzione sempre più diseguale delle ricchezze. Il nesso per affrontare entrambi i problemi risiede oramai nel prendere coscienza che non è più procrastinabile la definizione di un nuovo patto civilizzatorio tra uomo e natura, il quale comprenda necessariamente la ridefinizione dei rapporti sociali tra gli uomini aventi per oggetto la natura.

Se e nella misura in cui ciò che la natura ci offre, su cui si fonda direttamente o indirettamente tutta l’economia e la vita dell’uomo, sia dal punto di vista biologico che da quello sociale, è essenzialmente un dono gratuito, disponibile in quantità limitata e con una data distribuzione nello spazio e nel tempo, la questione chiave di partenza che si pone è: di chi sono, a chi appartengono, i doni gratuiti della natura? La risposta non può che essere di tipo etico e politico: crediamo ragionevolmente di poter affermare che vada concretamente sancito e garantito il principio secondo cui i doni gratuiti della natura non possano che essere beni comuni, cui tutti abbiano diritto di accesso ed uso in misura tendenzialmente uguale, specialmente se e nella misura in cui si traducono in beni e servizi imprescindibili per la sopravvivenza, ed un livello minimo di soddisfacimento dei bisogni cui si considera che tutti abbiano uguale diritto. Respirare aria, bere acqua, alimentarsi in quantità e qualità idonee a mantenersi in vita dovrebbe essere un diritto umano fondamentale garantito a tutti, proprio perché i cicli ecologici dell’aria, dell’acqua e della fotosintesi, che è alla base dell’agricoltura, sono doni gratuiti della natura.

Tuttavia, come la quotidiana esperienza c’insegna, spesso ciò che è di tutti non è di nessuno: i comportamenti individuali, in buona parte mossi dall’opportunismo, che gli economisti chiamano free riding (farsi un giro gratis), inducono ad approfittare dei beni liberi o gratuiti senza contribuire o preoccuparsi della loro manutenzione o conservazione, per gli altri presenti e/o per le future generazioni. Detto in altro modo, a ciò che non si paga non si dà valore. Come conciliare queste due opposte esigenze? Da un lato evitare che l’aria venga gratuitamente appropriata in misura eccessiva da chi la inquina coi propri modelli di produzione e/o consumo (com’è storicamente accaduto sin dalla rivoluzione industriale a livello planetario, innescando l’accumulo di anidride carbonica ed altri gas ad effetto serra, di cui oggi vediamo i primi effetti in termini di cambiamenti climatici); dall’altro evitare di trovarci prima o poi, nello scenario del film “Strane Storie” (Baldoni, 1994), dove a chi non paga la bolletta viene staccata l’aria. Cosa ci dice la scienza economica in proposito?

La “tragedia dei (beni) comuni” di Garrett Hardin è stata per lungo tempo (e continua in gran parte ad essere) il principale modello di analisi positivo-normativa in fatto di economia e ambiente. Nella lettura del celebre saggio pubblicato su Nature nel 1968, l’ortodossia economica ha frettolosamente messo da parte diverse idee che l’autore sviluppava per esteso, come il quadro malthusiano dei limiti delle risorse (coerente col contemporaneo Rapporto Meadows sui Limiti alla crescita) e la necessità, di fronte ai problemi che non hanno soluzioni tecniche, di ricercare soluzioni in altri campi, come etica e morale. La scienza economica ortodossa ha invece estrapolato dal saggio solo la metafora del “pascolo aperto a tutti”, razionalmente condotto all’esaurimento dal calcolo individualista dei singoli, per concludere sull’inevitabile alternativa tra intervento del Leviatano statale e privatizzazione mercantile come uniche possibilità di evitare la “tragedia” collettiva.

Dopo un lavoro trentennale, sapiente ed originale combinazione di rigorose analisi teoriche e sperimentali con inchieste sul campo alimentate da apertura e dialogo multidisciplinari, l’economista e politologa Elinor Ostrom ha inequivocabilmente svelato i limiti del modello di Hardin, ottenendo per questo nel 2009 il premio Nobel per l’economia, attribuito, per la prima volta ad una donna, oltre che esponente dell’eterodossa economia ecologica. L’unica (sinora) economista Nobel pone per molti versi la scienza economica di fronte alla necessità di togliersi la maschera “tecnica” per confrontarsi apertamente con la sua natura inevitabilmente politica. Di fronte ai dilemmi di gestione dei doni gratuiti della natura la scienza economica è oggi costretta a riconoscere che, lungi dall’essere di fronte a scelte rigidamente dicotomiche fra Stato e Mercato, la società dispone in realtà di una “terza via” rappresentata da una grande diversità di forme istituzionali collettive e comunitarie, concretamente capaci di livelli di efficienza superiori a quelli storicamente manifestati sia dallo Stato che dal Mercato. Pertanto, essa non può più schivarsi da un confronto diretto ed aperto coi valori etici, sociali e politici rappresentati da democrazia e partecipazione.

Volge oramai definitivamente al termine l’era delle ricette tecnocratiche, estratte dal cilindro di demiurgici modelli matematico-formali per un’applicazione dall’alto verso il basso, tanto meccanica quanto poco soggetta al dibattito democratico. È giunta l’ora di aprire ampi spazi all’innovazione autonoma della partecipazione democratica fondata su forme vecchie e nuove di comunità, in applicazione anche di principi costituzionali come quelli degli articoli 18 (libertà di associazione) e 43 (riserva o trasferibilità a comunità di lavoratori o utenti di servizi pubblici essenziali ed altre fattispecie di preminente interesse generale). La difesa referendaria dell’acqua “bene comune”, già peraltro bersaglio di nuovi attacchi sia tecnici che politici  da parte  di un’ortodossia che non si rassegna al tramonto, può ancora rappresentare il punto di partenza di nuove forme di democrazia partecipata imperniate sulla difesa, riscoperta e valorizzazione dei beni comuni, a cominciare da quelli naturali ed ambientali (che Giovanna Ricoveri – in  Beni comuni vs Merci – richiama nei termini dei quattro elementi vitali di Empedocle: terra, aria, acqua e fuoco) fondamentali per la vita biologica e sociale di ogni essere umano.

Diversamente da pochi decenni fa, si riconosce oggi che la diversità biologica è fondamentale per la sostenibilità degli ecosistemi, la scienza economica Nobel al femminile ci dice che la diversità istituzionale, figlia di una creativa partecipazione democratica e non mera applicazione di stantie “ricette tecniche”, è fondamentale per la resilienza dei socio-ecosistemi, necessaria ad affrontare le sfide odierne e future della sostenibilità.