India: la nuova legge sulla terra

di Marina Forti

L’epoca delle “acquisizioni forzate di terra” è finita, ha dichiarato qualche tempo fa Jairam Ramesh, ministro dello sviluppo rurale dell’India. Finite la “inumana” cacciata di nativi dalle foreste per far posto a grandi progetti minerari, finita l’espulsione a forza di piccoli agricoltori dai loro campi per dare le terre a grandi industrie, pubbliche o private (The Hindu, 8 settembre 2013). “Non ci saranno più acquisizioni forzate”, diceva il ministro: e parlava della “Land Bill”, la “legge sulla terra” di sua proposta, che proprio in quei giorni era in Parlamento per la definitiva approvazione. Per la precisione: “Legge sul diritto al giusto risarcimento e trasparenza nell’acquisizione di terre, riabilitazione e risistemazione” (Right to Fair Compensation and Transparency in Land Adquisition, Rehabilitation and Resettlement Bill).

Era una legge necessaria, di questo non c’è dubbio: anche se molti attivisti sociali sono convinti che non metterà fine all’espulsione di popolazione rurale dalle terre. Necessaria, perché i conflitti attorno alla terra sono diventati una delle più gravi questioni irrisolte in India, se non la più grave. Questione antica, per la verità, perché quasi ogni miniera, fabbrica, diga, centrale idroelettrica, grande o piccola infrastruttura che l’India abbia costruito nella sua marcia verso la modernità e lo sviluppo dell’economia nazionale ha costretto moltitudini a sfollare, e pochi di questi sfollati hanno avuto altra terra in risarcimento – i più sono diventati più poveri di prima, di solito in slum urbani.

Le dimensioni di questa cacciata dalla terra è oggetto di stime, in mancanza di cifre precise: la Commissione del Piano del Governo indiano ha stimato che oltre 21 milioni di persone tra il 1951 e il 1990 abbiano dovuto sfollare per far posto allo “sviluppo”; il 40% di questi sfollati involontari sono adivasi (o “tribali”, i nativi del subcontinente indiano, che sono il 9% del totale della popolazione indiana, ovvero oggi circa 90 milioni  di persone). Solo negli anni ’90 la questione degli “sfollati dello sviluppo” è entrata nel dibattito pubblico, con la lotta delle popolazioni della valle di Narmada che resistevano contro un faraonico progetto di dighe – la National Alliance of People’s Movements (Napm), Alleanza di movimenti popolari di cui è stata promotrice tra gli altri Medha Patkar, leader del movimento contro le dighe di Narmada, stima che dal 1947 a oggi ben 100 milioni di indiani siano stati dislocati da progetti di sviluppo.

Di certo è negli ultimi due decenni che l’acquisizione di terre è diventata una pressante questione nazionale, quando in un’India ormai proiettata nell’economia globale è accelerata la spinta a espandere le attività estrattive e industriali. Accanto alle aziende di stato è entrata in scena l’industria privata, imprenditori locali o grandi gruppi multinazionali; se prima era lo stato a requisire terre “per utilità pubblica”,  ora le parti in causa sono di più, e le tutele per chi è cacciato dalla terra sono ancora più labili. Sono scoppiati mille conflitti, in alcuni casi violenti. Ha suscitato polemiche la politica delle “zone economiche speciali”, dove i singoli stati per incentivare investimenti produttivi prendevano terra (di solito buona terra coltivabile e ben collegata a grandi città) dai piccoli proprietari, pagavano risarcimenti relativamente buoni, e la davano a imprese private a condizioni di favore e con generose esenzioni fiscali.

Nel 2006 un’ondata di proteste è culminata in una sanguinosa repressione in Bengala occidentale – i casi di Nandigram e di Singur hanno fatto notizia, e anche costretto il governo centrale a decretare che i governi statali dovranno astenersi da espropri, lasciando che siano le imprese private a trattare l’acquisto di terre dai diretti proprietari. Non che i processi di acquisizione siano diventati sempre più trasparenti, soprattutto  da un lato poveri contadini fuoricasta o adivasi e dall’altra imprenditori che hanno tutto l’appoggio dei governi  alla ricerca continua di investimenti – ci sono stati che hanno centinaia di memorandum d’intesa firmati per progetti industriali, miniere, fabbriche, raffinerie, centrali elettriche, ancor prima di aver provveduto a misure per risarcire i futuri sfollati.

Del resto, le cronache sono piene di storie di assemblee popolari più o meno precettate, consensi estorti con l’aiuto di vigilantes… Di più: le nuove disposizioni lasciano nel vago il caso di acquisizioni di terre per miniere di carbone, minerale ferroso e bauxite (già settori strategici, con una normativa a parte) o di terre del demanio statale. E poi c’è la questione degli adivasi: la Costituzione indiana contiene diverse norme di tutela, e almeno due leggi approvate negli anni ’90 dovrebbero mettere un freno all’alienazione delle loro terre – la Forest Rights Act, sui diritti degli abitanti delle foreste, e quella che estende i poteri di autogoverno ai municipi adivasi: nessuna alienazione di terre tribali può avvenire senza il loro consenso. Ma le norme sono così bellamente aggirate che un’avvocata della People’s Union for Civil Liberties nello stato del Chhattisgarh riassume così la situazione presente: “Lo sviluppo economico dell’India si sta facendo al prezzo della più massiccia dislocazione di tribali nella storia” (Sudha Baradwaj, incontrata a Raipur, Chhattisgarh, febbraio 2011: in Il cuore di tenebra dell’India,  Bruno Mondadori 2012).

La nuova legge farà giustizia, metterà fine ai conflitti  per la terra? Sulla stampa indiana (e su giornali di stampo finanziario internazionali) la Land Bill è definita “farmers oriented” e penalizzante per le imprese. Il ministro Ramesh, che si è battuto per farla approvare, ribatte che tutelando i piccoli agricoltori anche le imprese trarranno vantaggio, perché con regole certe avranno fine i mille conflitti e ricorsi legali che oggi rendono incerto ogni investimento, allungando i tempi all’infinito. Il ministro inoltre sottolinea che l’espulsione scriteriata (“inumana”) di povera gente dalle zone forestali ha alimentato la rivolta naxalita, non a caso concentrata proprio nelle regioni minerarie dell’India: la guerra strisciante non avrà fine finché non sarà fatta giustizia, cioè fermato l’esproprio.

La nuova legge stabilisce che le terre acquistate per progetti industriali saranno pagate due volte il prezzo di mercato, con un meccanismo per redistribuire tra gli agricoltori almeno il 40% del maggior valore acquisito da quei terreni nel caso siano poi rivenduti. Ogni acquisizione sarà obbligatoriamente accompagnata da “resettlement & rehabilitation”, cioè altra terra, case, e benefits come lavoro e/o sovvenzioni varie. Sarà preceduta da “valutazioni di impatto sociale”.  In ogni caso, un’acquisizione non si potrà fare se non con l’accordo di almeno il 70% dei piccoli proprietari coinvolti (nel caso di industria pubblica), o l’80% quando si tratta di industria privata. Tutto ciò costerà di più alle imprese, nota il ministro, ma ciò riflette solo il valore della terra.

Suona bene, e le intenzioni del ministro Ramesh sembrano convinte – sono mesi che gira per l’India rurale ad ascoltare rivendicazioni popolari e impartire strigliate a funzionari inefficenti. Il problema sta nelle clausole. Un problema è la definizione di “utilità pubblica”, visto che gli stati possono intervenire a fornire terre “per interesse pubblico a compagnie private per la produzione di beni per il pubblico”. Perché nella “utilità pubblica” non è inclusa l’agricoltura, chiede ad esempio la National Alliance of People’s Movement (Napm), Alleanza di movimenti popolari di cui è stata promotrice, tra gli altri, Medha Patkar.

Non solo: la nuova legge esclude dalla “valutazione di impatto sociale” i progetti di canali e infrastrutture per l’irrigazione (molte dighe hanno questo scopo, oltre alla produzione idroelettrica). Resta di nuovo poco chiaro se la nuova legge prevale sulle vecchie norme a favore dei settori strategici (carbone e altre miniere). Non è chiaro quali siano le circostanze di “emergenza” che un governo può invocare per procedere a requisizioni. Un ex dirigente della Commissione del Piano prevede che la nuova legge imporrà un sacco di burocrazia alle imprese, e “non farà un favore né agli agricoltori vulnerabili e impoveriti, né all’industria ansiosa di far decollare i suoi investimenti” (“Why the Land Adquisition Bill won’t stop a million mutinies”, Tehelka, 30 agosto). La Napm fa notare che una commissione per rendere giustizia agli sfollati “involontari” del passato sarebbe stata auspicabile: ma oggi “tutto, da strade e ospedali al turismo, miniere, centrali elettriche, di imprese pubbliche o private, è considerato bene pubblico”, e “tutto il dibattito è puntato solo sulla crescita e l’industrializzazione”.