Usa e Cuba: chiudere Guantanamo è possibile

di Saul Landau e Philip Brenner

Il Presidente Barak Obama ha una soluzione semplice per risolvere il dilemma di Guantanamo, e invece cinque anni dopo la promessa di chiudere il centro di detenzione per presunti terroristi, la prigione resta aperta e continua ad essere un’onta all’onore e alla integrità degli Stati Uniti e all’impegno di  difendere i diritti umani universali.

Con un messaggio breve ma chiaro al Presidene cubano Raul Castro, il Presidente Obama potrebbe restituire a Cuba la base navale di Guantanamo a condizione che Cuba  accettasse di accogliere tutti i prigionieri sul suo territorio. Gli Stati Uniti potrebbero così liberarsi sia  di una prigione odiosa sia dei prigionieri che non sono riusciti a far accettare da nessun altro paese, aprendo la strada per sanare i pessimi rapporti tra i due paesi che durano ormai da da sessant’anni,  e per  decolonizzare un territorio che i latinoamericani da tempo vedono come il simbolo dell’imperialismo statunitense nell’emisfero sudamericano. Questa soluzione sarebbe l’unica strada per superare le barriere di reciproca sfiducia e incomprensione,  create da entrambe le parti.

Per realizzare questa “semplice”soluzione,  è ovviamente necessario raggiungere un accordo su molte altre questioni. Oltre alla destinazione delle strutture della base, i due paesi dovrebbero mettersi d’accordo sugli spostamenti che Cuba inenderebbe concedere ai prigionieri. Gli Stati Uniti potrebbero ad esempio chiedere che Cuba non permettesse loro di recarsi sul territorio statunitense.

Se un’enegia positiva entrasse nella diplomazia dei due paesi, molti dei pundi di attrito potrebbero essere risolti,  e le soluzioni arriverebbero una dopo l’altra via via che si rafforza la fiducia. E’ possibile che persino prima di avere risolto nel dettaglio la restituzione a Cuba della base navale,   i due paesi possano superare le cause di maggiore attrito esistenti tra i due paesi.  Nelle prigioni statunitensi ci sono quattro agenti cubani accusati di spilonaggio, mentre Cuba trattiene un dipendente di una società che lavora per l’ Agency for International Development statunitense, accusato “di atti contro l’indipendneza e l’integrità territoriale dello stato”.

La questione dell’espropriazione dei beni di proprietà di cittadini e imprese amercane, inoltre, potrebbe essere risolta con il sistema della trasformazione dei debiti in titoli azionari (debt-for-equity), già adottato con successo da Cuba con tutti i paesi,  i cui cittadini hanno  perso le loro proprietà a Cuba. Se applicata ai cittadini e alle imprese statunitensi, questa soluzione potrebbe favorire gli investimenti statunitensi verso Cuba.

Si consideri  inoltre che Stati Uniti e Cuba hanno già raggiunto buoni  livelli  di cooperazione in molte aree di comune interesse – come la proibizione delle droghe e la prevenzione dei disastri naturali – e che la cooperazione potrebbe essere più efficace  se gli impegni fossero approfonditi, istituzionalizzati e presi senza la paura di ripercussioni negative nei rispettivi paesi.

Con l’Emendamento Platt del 1902, gli Stati Uniti costrinsero Cuba a dare loro in concessione per 99 anni un territorio di 47 miglia quadrate, su cui hanno costruito la base di Guantanamo. Nel 1934 il Presidene Franklin Roosevelt abrogò l’Emendamento Platt come gesto di buon vicinato, ma fece pressione affinché Cuba firmasse una nuova concessione per Guantanamo, questa volta senza nessuna data di scadenza. Dopo il colpo di stato haitiano del 1991, gli Stati Uniti riscoprirono l’utilità di Guantanamo come campo dei rifugiati haitiani, che gli Usa non volevano sul loro territorio. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre, le autorità  militari trasformarono quel campo in prigione di massima sicurezza.

I rapporti Stati Uniti-Cuba hanno  travagliato  già dieci presidenti americani, e sono una fonte di tensione tra gli Stati Uniti e quasi tutti i paesi dell’America Latina. Non c’è nessuna ragione oggettiva per continuare così, lungo questa strada. La soluzione del problema cubano è sicuramente il modo migliore con cui il Presidente Obama può mantenere le promesse fatte nel 2009, di dar vita ad un rapporto nuovo con l’America Latina basato sul reciproco rispetto,  che  dia legittimità alla politica estera americana. Cuba ha espresso il desiderio sincero di discutere con gli Stati Uniti tutte le questioni bilaterali che interessano i due paesi,  ma finora gli Stati Uniti hanno reagito con una freddezza autodistruttiva.

Mentre decine dei prigionieri di Guantanamo continuano lo sciopero della fame e la decisione sulla loro almentazione forzata resta nel limbo dei tribunali federali, è giunto il momento per il Presidente Obama di agire con coraggio e deerminazione. Guantanamo gli offre l’opportunità  di ottenere un risultato concreto.

 

 Saul Landau, morto il 9 settembre u.s.,  era un ricercatore senior dello Institute for Policy Studies di Washington, autore di molti libri, e produttore-regista di films, tra cui “Will the Real Terrorists Please Stand Up”. E’ stato anche un buon amico di CNS in Italia e negli USA. L’articolo che pubblichiamo è uno dei suoi ultimi, scritto con Philip Brenner, che  insegna Relazioni internazionali alla American University (Washington DC, Usa)

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