Gli oceani, bene comune

di Giorgio Nebbia

Ogni estate, quando fa gran caldo, ci spiegano che esso deriva dalla circolazione anomala di grandi masse di aria da un continente all’altro, anche a causa dell’”effetto serra” dovuto all’inquinamento atmosferico che nessun accordo internazionale è finora riuscito a rallentare. Forse se si vuole capire qualcosa bisogna passare dall’osservazione dei continenti, che sono appena il 30 percento dalla superficie terrestre, a quella di ciò che succede nell’altro settanta percento costituito dalla superficie degli oceani, l’enorme massa di acqua in continuo movimento.

Nella cultura europea si fa fatica a considerare gli oceani che sono lontani, abituati come siamo a piccoli mari interni praticamente chiusi, quasi dei laghi come l’Adriatico, lo stesso Mediterraneo, il Mar Nero; eppure i grandi oceani della Terra bagnano le lunghissime coste delle Americhe, dell’Asia, dell’Africa, appena appena le coste dell’Ruropa settentrionale. Con la loro grande superficie e la loro massa di acqua salina di 1400 milioni di miliardi di metri cubi, gli oceani rappresentano il più grande collettore di energia solare; il diverso riscaldamento solare alle varie latitudini tiene in moto le acque degli oceani; quelle calde delle zone tropicali scorrendo verso le zone fredde assicurano un clima più dolce a zone che altrimenti sarebbero freddissime. Nello stesso tempo anche piccole variazioni di temperatura delle acque oceaniche fanno sentire i loro effetti sui continenti facendo aumentare o diminuire, anche sotto forma di tempeste, le piogge che rendono fertili foreste e pianure, anche se talvolta provocano lungo le coste sconvolgimenti sotto forma di tornado o di alte onde anomale.

Vi sono poi variazioni periodiche della temperatura degli oceani che contribuiscono ai mutamenti del clima sui continenti, in aggiunta a quelli determinati dall’inquinamento atmosferico. Ma gli oceani hanno molti altri aspetti importanti ai fini della vita; pesano migliaia di miliardi di tonnellate gli esseri viventi che abitano gli oceani; oltre cento miliardi di tonnellate quelli che si formano e muoiono ogni anno, dalle alghe fotosintetiche unicellulari ad animali di tutte le dimensioni, legati fra loro da catene alimentari (quelle che nel parlare comune vengono descritte con la banale frase: “il pesce grande mangia il pesce piccolo”) con una diversità e ricchezza che conosciamo soltanto in piccola parte. Una parte di questi esseri viventi marini è oggetto della pesca oceanica che fornisce ogni anno circa 100 milioni di tonnellate di alimenti agli esseri umani.

Gli oceani sono una grande via di comunicazione; diecine di miliardi di tonnellate di merci ogni anno si spostano lungo gli oceani; sulle coste oceaniche si trovano i grandi porti, i grandi cantieri navali, le grandi raffinerie e industrie. Gli oceani sono anche la grande pattumiera dei rifiuti di tutto quanto avviene non solo lungo le loro coste, ma anche a grande distanza all’interno dei continenti. I gas delle attività industriali, trascinati dalle piogge, fanno aumentare l’acidità delle acque oceaniche e il loro potere corrosivo sulle barriere coralline. I rifiuti solubili in acqua prima o poi finiscono nei fiumi che portano negli oceani sostanze organiche, veleni, sostanze radioattive, pesticidi. A questo inquinamento si aggiunge quello dovuto al traffico e alle attività marittime, dalle perdite di petrolio, ai rifiuti gettati dalle grandi navi passeggeri e mercantili. La grande massa delle acque oceaniche è in grado di trasformare per via chimica e microbiologica molti dei rifiuti; ma molti altri, non degradabili come le materie plastiche, restano a lungo e anzi finiscono per galleggiare e addirittura si aggregano in grandi masse che coprono larghi tratti della superficie degli oceani, come quella specie di isola galleggiante di plastica osservata a nord delle isole Hawaii nell’Oceano Pacifico.

Col progressivo impoverimento delle riserve di petrolio e di idrocarburi sui continenti le compagnie petrolifere si spingono a perforare il fondo degli oceani a distanze sempre maggiori dalle coste, a profondità sempre maggiori. In questa avida ricerca di petrolio e gas si verificano incidenti come l’incendio del golfo del Messico dell’aprile 2010 o il recente incendio di gas naturale al largo della costa africana, e continue perdite di idrocarburi non biodegradabili. Molte delle offese provocate agli equilibri chimici e ecologici degli oceani hanno la loro origine nel fatto che gli oceani non sono di nessuno e quindi, al di fuori di una ristretta zona di mare vicino alle coste, che “appartiene” al paese che vi si affaccia, chiunque può farci quello che vuole: nel corso di centinaia di anni non è stato possibile formulare un diritto che consenta di usare senza violenza il più grande “bene comune” esistente.

A noi, che pure ne siamo così lontani, anche culturalmente, gli oceani e i loro problemi dovrebbero interessare perché qualunque cosa avvenga sul pianeta Terra, casa comune di tutti noi esseri umani, ci riguarda; poi anche perché circa la metà delle merci che usiamo, dalle automobili, al petrolio, ai minerali, ai giocattoli, a frutta e verdura, a cereali, ci arriva dopo aver varcato gli oceani; e infine perché ogni estate ci raccontano che dalle mitiche isole Azzorre, in mezzo all’Oceano Atlantico, potrebbe arrivare un po’ di fresco per mitigare la gran calura.

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