Recensione – Le macerie di Haiti

di Nadia Angelucci

Fabrizio Lorusso arriva a Porto Principe (Haiti) nel febbraio 2010, a pochi giorni dal devastante terremoto che ha provocato oltre 250mila vittime e un milione e mezzo di senza tetto; Romina Vinci giunge nell’isola nell’ottobre 2011, nel bel mezzo dell’emergenza per il colera e della ricostruzione mai cominciata. Venti mesi di differenza tra i loro due viaggi e una situazione immutata. Entrambi ospiti dell’associazione haitiana per i diritti umani Aumohd non possono fare a meno di osservare con meraviglia e orrore ciò che li circonda e iniziano a scrivere i loro diari di viaggio. Da questo lavoro di scrittura, puntuale e impulsiva, nascono i due reportage che compongono il libro Le macerie di Haiti: cinque capitoli in cui si alternano gli scritti di Fabrizio e Romina in una sorta di dialogo, tra loro che hanno visitato gli stessi luoghi e conosciuto le stesse persone. Ma i venti mesi di differenza che separano le loro memorie quasi non si notano. Come se l’isola fosse rimasta bloccata in un incantesimo, uguale a se stessa. Malgrado l’immutabilità degli scenari però la costruzione dei due reportage riporta due punti di vista che sono assai differenti. Lorusso ha un approccio più storico-politico; è attento ai processi nazionali e regionali, ricostruisce la storia di Haiti degli ultimi anni e aiuta ad orientarsi in una selva di caschi blu, missioni Onu, presidenti e interessi delle varie potenze nello scacchiere internazionale. Vinci ha un approccio che si fonda più sui dettagli, sulla descrizione dei luoghi, delle persone, degli odori. Il suo è un viaggio che è fisico ma soprattutto è immersione in una realtà sconosciuta, per molti aspetti ostile, sicuramente che desta meraviglia e che riempie fino a non poterne più. Ad un certo punto infatti dice: «Ho visto abbastanza». E anche al lettore verrebbe di dire lo stesso per le dimensioni e la profondità della tragedia che viene narrata. «Le macerie di Haiti», quelle del titolo, e quelle delle realtà, sono i detriti e i rifiuti che affollano le strade, le piazze, i campi ma sono anche le rovine di un popolo ormai da decenni assediato da una crisi permanente alla quale, con periodica, agghiacciante puntualità, si aggiungono disastri naturali che accendono un riflettore per qualche giorno e condannano per un tempo molto più lungo alla miseria e alla disperazione. Così è accaduto per il terremoto del 2010, protagonista di questo libro. Un’incredibile esposizione mediatica per un paio di settimane e poi, tranne per qualche raro caso, il silenzio. Ma Haiti ancora oggi conserva altissimi tassi di mortalità materna (523 donne muoiono ogni 100mila parti), un bambino su 8 muore prima di compiere i cinque anni e uno su 14 prima dell’anno di vita; la speranza di vita è di 59 anni per gli uomini e 63 per le donne; il tasso di alfabetizzazione della popolazione adulta non arriva al 60% e quello dei bambini che frequentano una scuola non supera il 50%. Pochi sanno che nelle elezioni post terremoto è stato eletto, nell’aprile 2011, con un’affluenza alle urne inferiore al 30%, un presidente cantante, Michel Martelly, conosciuto come «Sweet Mickey». Pochi sanno che è in atto una crisi di governabilità permanente; che solo il 5% delle macerie è stato sgomberato; che c’è una concorrenza spietata tra le multinazionali canadesi, americane e francesi per il business della ricostruzione; che la presenza di truppe dell’Onu e di altri paesi sul territorio è massiccia; che il colera ha ucciso oltre settemila persone e ne ha infettate 530 mila; che sono rientrati in patria l’ex dittatore, prima rifugiato in Francia, Jean-Claude Duvalier e l’ex presidente, vittima di un golpe nel 2004, ma ancora molto popolare, Jean-Bertrand Aristide; che l’uragano Sandy ha fatto 52 morti, 15 dispersi e circa 20.000 famiglie evacuate; che sono ancora presenti sull’isola 10.000 Ong. E il tema degli aiuti, della loro gestione, dell’accesso e dei meccanismi burocratici per partecipare come beneficiari ai fondi e ai materiali stanziati per l’emergenza e la ricostruzione è una questione ancora molto attuale e controversa. Si è parlato per Haiti di Repubblica delle Ong. Ne sono presenti circa 10.000 che gestiscono e si sostituiscono a interi pezzi di amministrazione e di welfare che dovrebbero essere nelle mani di uno Stato, di fatto, assente. Il libro torna più volte sull’argomento presentando, soprattutto nella parte di reportage scritto da Lorusso, varie circostanze e spiegando come la situazione sia frutto di un processo storico e politico che ha origine e va oltre le continue catastrofi naturali e istituzionali che hanno colpito l’isola. Insieme ad Evel Fanfan, avvocato presidente di Aumohd (associazione a cui saranno devoluti i proventi del libro) si racconta come le Ong stiano di fatto gestendo la maggior parte dei servizi di base, con un atteggiamento che spossessa gli stessi haitiani e li rende incapaci di farsi carico delle proprie necessità. «La quasi totale esclusione delle piccole associazioni locali – scrive Lorusso – deriva da svariati fattori logistici, linguistici e culturali e dalla mancanza d’informazione riguardante queste possibilità di contatto con le Nazioni unite, ma il problema è soprattutto la scarsa visibilità e credibilità internazionale di cui godono rispetto alle arcinote multinazionali o stelle della solidarietà che non hanno bisogno di certificazioni e presentazioni per ottenere quello di cui hanno bisogno per le loro operazioni ad Haiti.» Questa presenza così pervasiva e determinata si unisce a quella delle potenze straniere impegnate nella missione Onu Minustah per la «stabilizzazione di Haiti» e contribuisce a rendere gli haitiani «ospiti» nella propria terra. E li rende incapaci di prendere in mano fino in fondo le proprie vite e il proprio destino. Come Daphney, uno dei personaggi del libro, così indefinibile, inafferrabile, enigmatica, ambigua da rappresentare l’ambivalenza di Haiti che oscilla tra rassegnazione, mancanza di obiettivi, dipendenza, ma anche vitalità e una forza generatrice che è «luce in mezzo alla morte».

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