Per un mondo responsabile. La green economy e una nuova regolamentazione dell’economia

di Jacques Weber

Una crisi ecologica che si manifesta come crisi economico-finanziaria, ad elevato  costo sociale.

L’attuale crisi economica è la più rilevante dalla grande depressione del 1930. Anche quella era stata innescata dal panico in Borsa e dallo scoppio di una bolla immobiliare (Galbraith, 1955). Dopo diversi “New Deal”, la crisi terminò con le spese militari e l’entrata in guerra degli Stati Uniti.

La natura profonda della crisi odierna è ecologica: ciò risulta con chiarezza  dall’andamento  dei prezzi del petrolio e delle materie prime. Il livello molto elevato dei prezzi dell’estate 2008 ha innescato il successivo crollo delle Borse. Certo, una crisi finanziaria era ineluttabile: ma sia la cronologia  che la dimensione del crollo delle Borse appaiono collegati all’evoluzione dei prezzi del petrolio e delle risorse, rinnovabili e non. Diversamente dagli anni 1970, quando giocarono fattori politici, oggi gli elevati livelli del prezzo del petrolio e delle materie prime  riflettono situazioni oggettive di scarsità. La crisi ecologica ha già un enorme e crescente costo sociale: in Francia, 343.000 disoccupati tra ottobre 2008 e fine marzo 2009,  con un trend n aumento. Come si spiega questa crisi ecologica? Semplicemente seguendo la logica economica.

La ricchezza economica è costruita sul degrado degli ecosistemi, sul sovrasfruttamento delle risorse rinnovabili e sull’esaurimento di quelle non rinnovabili. Gli ecosistemi e le risorse rinnovabili non valgono nulla, dato che i loro prezzi riflettono solo il costo di raccolta e distribuzione al consumatore. Il degrado del capitale naturale (di natura mercantile privata, NdT) fa crescere il Pil, che cresce ancora con le azioni di disinquinamento (per lo più di natura pubblica, che gravano sulla collettività, sul debito  e sulle generazioni future, NdT). E’ perciò irrazionale dal punto di vista economico tenere comportamenti positivi verso gli ecosistemi, e la conservazione della natura dipende dalle azioni militanti delle ong e dal volontariato.

Capitale naturale  o “potenziale” naturale?

Le riflessioni correnti si fondano sul concetto di “capitale naturale” visto come stock, da gestire al meglio per consentire (anche) alle generazioni future di soddisfare i propri bisogni (Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi, 2009).

Noi non siamo in grado di prevedere i bisogni delle generazioni future, non più di quanto gli abitanti del XIX secolo potessero immaginare il cellulare o internet. Dobbiamo piuttosto lasciare il massimo di scelte possibili alle generazioni future, ovvero lasciar loro un “potenziale naturale” il più ampio possibile. Il concetto di potenziale naturale rimanda al futuro, non agli stock, e si fonda non sull’anticipazione delle scelte, ma su ventagli di scelte possibili.  Fondato sull’idea del valore d’opzione, su un approccio probabilista, il potenziale naturale presuppone un’economia  fondata sulla manutenzione o sulla crescita della disponibilità di servizi ecosistemici, ed esprime  la possibilità di “fare di  più e meglio” con meno risorse.

“New Deal Verde”, “New Deal Verde Globale” e “Prosperità senza

Crescita”: tre approcci alla crisi.

I fautori del  “New Deal Verde” (NDV) ritengono che la ricostruzione vada fatta sulla base di una crescita verde, il cui nodo centrale sia la riduzione dei consumi energetici e l’aumento dell’efficienza energetica, dando per scontata una nuova   regolamentazione finanziaria, fondata sulla lotta ai paradisi fiscali e sul sostegno massiccio all’adattamento al cambiamento climatico e alle energie rinnovabili. Questa proposta non presta tuttavia molta attenzione agli ecosistemi ed alle risorse rinnovabili viventi.

Il “Il New Deal Verde Globale” (NDVG),  promosso dall’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente), parte dalle stesse premesse, ma estende la riflessione all’insieme degli aspetti della biosfera, a livello planetario. Secondo Barbier, il NDVG esige importanti investimenti in risparmio energetico ed edilizia “verde”; suggerisce ai paesi sviluppati e a quelli emergenti di investire almeno l’1% del loro Pil nella decarbonizzazione dell’economia, eliminando le sovvenzioni ed ogni altro “incentivo perverso”, e chiede ai Pvs (Paesi in via di sviluppo) di procedere nella stessa direzione, pur senza obiettivi quantitativi predefiniti, dedicando almeno l’1% del loro Pil a contrastare la povertà. Sul piano internazionale, il G20 è considerata l’istanza decisionale cui demandare la decarbonizzazione dell’economia attraverso: (1) la creazione d’un mercato mondiale di  licenze di emissione sulla base dell’accordo di Copenhagen del dicembre 2009; (2) la vendita di “servizi ecosistemici” da parte dei paesi più poveri e (3) la libertà degli scambi, eliminando ogni sovvenzione perversa.

Il rapporto di Tim Jackson alla Commissione britannica di sviluppo sostenibile,

“Prosperity without growth”, cerca di definire una macroeconomia suscettibile di condurre ad uno stato stazionario, abbandonando l’ipotesi “folle” della crescita dei consumi materiali come base della stabilità economica. Se nove  miliardi di esseri umani aspirassero al tenore di vita dei cittadini dei paesi Ocse, ci sarebbe bisogno di un’economia 15 volte l’attuale nel 2050 e 40 volte alla fine del secolo. Partendo da questo dato, Jackson si interroga sulle caratteristiche di tale dinamica economica, giudicandola insostenibile. Riconoscendo contemporaneamente la necessità di far fronte ai bisogni materiali dei più poveri, Jackson esplora la possibilità di una macroeconomia dello stato stazionario.  Sulla falsariga dello  “steady state”  proposto da Herman Daly sin dal 1977, Jackson immagina  una macroeconomia vincolata dalla limitatezza degli ecosistemi, orientata a sviluppare le sue potenzialità  (capabilities) nei termini definiti da Amartya Sen, e di migliorare i beni pubblici.

Si tratta di una prospettiva entusiasmante, ma la macroeconomia preconizzata da Jackson richiederà tempo:  mettendo in causa il fondamento stesso del capitalismo – la crescita illimitata -, il progetto d’una “prosperità senza crescita” sarà difficile da accettare a breve termine.

Si tratta quindi, per il momento, di proporre vie di rilancio dell’economia esistente su basi ecologicamente sostenibili. È concepibile che la creazione di ricchezza possa sorgere dalla conservazione  e  dal miglioramento degli ecosistemi, mentre oggi deriva  dal loro degrado?  Nel sistema capitalista odierno si crea ricchezza tramite la distruzione del capitale naturale. In un sistema capitalista “rifondato” la distruzione della natura dovrebbe diventare molto costosa; al contrario, la manutenzione o l’incremento del potenziale naturale  dovrebbero diventare economicamente vantaggiosi.

Gli economisti del Millenium Ecosystem Assessment (Mea – www.millenniumassessment.org) distinguono quattro forme di capitale: (1) manufatto (o artificiale), comprendente strumenti di lavoro ed infrastrutture; (2) “umano”, comprendente lavoro e competenze; (3) “sociale”, costituito da reti di relazioni e posizioni sociali; (4) “naturale” comprendente risorse viventi e non, rinnovabili o meno. L’insieme della pressione fiscale incide oggi soprattutto sul capitale manufatto e su quello umano. In un simile contesto, gli attori economici non hanno alcun interesse a mantenere i servizi ecosistemici, a risparmiare le risorse energetiche, né a preservare le risorse rinnovabili, l’acqua, la biodiversità. Gli economisti del Mea suggeriscono di studiare la possibilità di un cambiamento che sposti le leve fiscali verso il capitale naturale ed il consumo di natura, in modo da incentivare la manutenzione e il miglioramento degli ecosistemi e dei servizi da questi resi alla collettività.

2. Cambiare radicalmente le regole e gli incentivi

Il cambiamento delle regole e degli  incentivi può essere perseguito attraverso due tipi di strumenti: (i) la tassazione, redistributiva o meno; (ii) la creazione di mercati di licenze. Per avere senso, una tale rifondazione non può che essere mondiale, e ciò presuppone una riforma delle istituzioni internazionali.

Istituzioni. Solo una risposta mondiale alla crisi può avere qualche chance di successo (NdT: come emerso in un dibattito realizzato a Montpellier nel 2011 con Elinor Ostrom, l’Autore non intende sminuire l’importanza delle iniziative dal basso, sostenute dalla Nobel per l’economia, che possono senz’altro avere rilevanti effetti dimostrativi e moltiplicatori. Al contrario, i due approcci sono ritenuti sinergicamente complementari). La modifica delle regole e degli incentivi  è impensabile a livello di un solo paese, e anche a livello di una sola regione, tanto le economie sono globalmente interconnesse. Gli effetti sistemici in questa crisi sono della stessa natura di quelli che caratterizzano la biodiversità mondiale, con l’aggravante che i danni a cascata sono meno visibili.

Se una risposta mondiale è concepibile, essa richiederà una rifondazione delle istituzioni internazionali e l’emergere di un’istituzione che abbia la missione di vigilare, orientare e controllare l’ applicazione diella nuova regolazione economica. Essa dovrà anche essere in grado di riscuotere e redistribuire a livello mondiale determinati prodotti e/o imposte. Una tale istituzione non può essere né la Banca Mondiale, né il Fondo Monetario Internazionale: le loro proposte di “green new deal”, limitate all’energia ed alla finanza, ne dimostrano l’inadeguatezza. Nel discorso del presidente Sarkozy all’Organizzazione Internazionale del Lavoro (2009) si può ritrovare il profilo d’una tale “organizzazione mondiale dell’ambiente”, che permetterebbe di applicare a scala  planetaria gli incentivi definiti dai paesi membri.

Imposte redistributive. Esse si fondano su un meccanismo equivalente a quello del principio “chi inquina paga”, secondo cui chi inquina è tassato, e chi disinquina è sovvenzionato.  Si potrebbe anche definire una tassa in base ad un indicatore sino ad un valore soglia, al di là del quale una sovvenzione si sostituirebbe alla tassa. Alcuni esempi di seguito illustrano l’utilizzo potenziale di tali imposte, il cui funzionamento sarebbe analogo al bonus-malus delle polizze auto.

Mercati di licenze. Un mercato di licenze introduce un privilegio d’accesso e d’uso ai soli detentori delle stesse, che soli possono venderle o acquistarle.  (Si tratta di un mercato utilizzato come meccanismo di regolazione tra attori individuali o collettivi definiti in precedenza in base a criteri esogeni, quindi di un mercato che non è aperto a tutti, costruito sul modello teorico liberista del mercato ato-regolantesi. NdT).  Gli unici mercati di questo tipo esistenti in Francia sono quello delle licenze dei taxi e quello che regola l’occupazione dei suoli a Lourmarin, nella Vaucluse. Nella pesca tali mercati (quote individuali trasferibili), presenti essenzialmente in contesti extra-europei sin dal 1980, hanno mostrato efficacia nel gestire i prelievi dall’ambiente e nel ridurre i costi di produzione e gli sprechi di natura.

Le applicazioni settoriali

Energia – Un’imposta sull’energia aggiuntiva (IEA),  e cioè sulla produzione di energia sino al consumo finale, stimolerebbe i risparmi energetici. Una tale imposta avvantaggerebbe gli Stati meno energivori e, gestita in maniera redistributiva, rappresenterebbe un meccanismo certo e meno clientelare per garantire risorse di sostegno allo sviluppo.

Pesca – Gli stock ittici sono attualmente in regime di libero accesso, il che causa esaurimento delle risorse e calo di biodiversità degli ecosistemi, con un numero crescente di specie dalla vita sempre più breve. Dalla seconda guerra mondiale in poi la crescita delle capacità di cattura è stata realizzata a spese della risorsa e dei posti di lavoro. Ad ogni crisi arrivano sovvenzioni che aggravano la crisi successiva. Finché non si deciderà di ridurre il numero dei pescherecci, saranno le imprese più indebitate, quelle dei giovani, a scomparire per prime.

L’introduzione di mercati delle licenze di pesca non va scartata, nella misura in cui questi si dimostreranno pragmatici e fattibili. In generale le licenze andrebbero fissate in una percentuale fissa su un totale ammissibile di catture, suscettibile di variare annualmente. In alcuni casi si potrebbe  permettere al titolare della licenza di sfruttare in esclusiva una data superficie di mare o di costa. Le licenze  potrebbero essere individuali o collettive. L’introduzione di un mercato come questo costringerebbe alcuni pescatori a cambiare attività, ma lo farebbero con il ricavato dalla vendita delle licenze.

La modifica della  regolamentazione  dovrebbe portare a tassare le catture, che comprendono sia le specie commercializzate sia quelle by-catch (catture indesiderate, rigettate in mare, NdT), che  spesso rappresentano più del 50%. Un’imposta con aliquota elevata ma rapidamente decrescente sulla base dei by-catch commercializzati, fungerebbe da incentivo alla loro diminuzione, permettendo altresì di sovvenzionare i pescatori che accettano questa regolamentazione. Con l’eliminazione del carico fiscale sul lavoro e il rincaro dei carburanti si avrebbe inoltre un incentivo all’occupazione dei pescatori.

Foreste – Le foreste naturali, specie quelle tropicali, sono gestite mediante l’attribuzione di concessioni di durata tra i 15 ed i 25 anni, accompagnate  da imposte sui tagli. Tuttavia, un’impresa forestale recupera l’investimento in 5 anni, dopo i quali non ha alcun incentivo a preservare le foreste che sfrutta. Al contrario è nel suo interesse sfruttare la foresta al massimo nel più breve tempo possibile. L’obbligo di importare solo legname eco-certificato sarebbe un segnale forte per aiutare i paesi del Sud a gestire le proprie foreste in maniera sostenibile. Stimolare la creazione di mercati di licenze di taglio trasparenti e regolati sarebbe ugualmente positivo.

Acqua- L’irrigazione a pioggia spreca il 70 % dell’acqua per evaporazione. Il sovraccarico di pesticidi e nitrati inquina in modo persistente le falde e contribuisce al degrado degli ambienti costieri (fioriture algali). La messa al bando dell’irrigazione a pioggia, nonché un’imposta sui consumi di fertilizzanti e pesticidi e sulla produzione di letame, potrebbero rappresentare una soluzione. Ma la creazione di mercati di licenze è un’altra soluzione possibile, più semplice da gestire. Gli agricoltori si vedrebbero attribuito un volume iniziale di acqua, che potrebbero rivendere tra di loro attraverso licenze d’irrigazione, essendo inoltre incentivati a cambiare metodo irriguo e risparmiare acqua. Mercati di licenze dello stesso tipo potrebbero gestire l’utilizzo di concimi e pesticidi, e del letame. Lo spostamento degli incentivi condurrebbe a tassare il consumo d’acqua, oltre al mercato delle licenze.

Agricoltura – In agricoltura, usciamo da un periodo dominato da un’agronomia che considerava necessario “uccidere” i suoli per poi correggerne le caratteristiche, concimandoli chimicamente. Si potrebbe invece usare un indicatore di biomassa dei suoli e stabilire un’imposta basata sulla variazione di tale indicatore, in modo da sovvenzionare gli agricoltori che migliorano la fertilità dei loro suoli in termini di biomassa.

Città e infrastrutture – La certificazione APE (Attestato di Prestazione Energetica) attesta l’alta qualità energetica, non l’elevata qualità ambientale. Le città si costruiscono cementificando lo spazio, impermeabilizzando i suoli, edificando barriere alla circolazione delle specie animali e vegetali. La rifondazione dell’economia su basi ecologicamente sostenibili imporrebbe cambiamenti nel nostro modo di vivere la città. Piani urbanistici modificati in tal senso renderebbero molto costoso impermeabilizzare i suoli e costruire recinzioni che impediscono a fauna e flora di circolare. L’eliminazione delle auto dalle città entro un orizzonte temporale di 15 -20 anni è un progetto di società.

Altri settori – Tutti i “consumi” di natura andrebbero sottoposti a regole,  tramite imposte o mercati di licenze. Ogni forma d’attività predatrice di biodiversità, se autorizzata, andrebbe sottoposta a imposizione e/o  mercati di licenze. Così l’edilizia, i lavori pubblici, l’industria, i servizi: tutti i settori ne sarebbero interessati. Ad esempio, l’impermeabilizzazione dei suoli andrebbe tassata. Il turismo non vi sfuggirebbe, e diverrebbe sensibilmente più caro. Allo stesso tempo, l’eliminazione della tassazione sul lavoro risolverebbe in parte il problema fondamentale del turismo, come di tutti i settori ad alta intensità di manodopera.

Conclusione

La modifica della regolamentazione economica (leve fiscali e incentivi da capitale e  lavoro alla natura) e l’introduzione a livello mondiale di determinate imposte e mercati di licenze, regolati da un’organizzazione internazionale ad hoc, avrebbero un impatto considerevole sul destino dei paesi più poveri, assicurando loro finanziamenti allo sviluppo in grado di sfuggire al clientelismo degli aiuti internazionali. Fondare le  nuove regole sui servizi ecosistemici significa  contribuirebbe a compensare il mantenimento della disponibiità di tali servizi, come la conservazione della biodiversità e lo stoccaggio del carbonio.

Un mondo invivibile per la maggior parte degli esseri umani non può essere sostenibile. Almeno due conflitti su tre affondano le loro radici in conflitti d’accesso o d’uso di risorse naturali rinnovabili. I cambiamenti climatici moltiplicheranno il numero dei migranti internazionali ed è vitale per noi investire a casa loro. Tanto vale farlo nella manutenzione o nell’incremento del potenziale naturale.

Se la crisi è conseguenza di scarsità naturali crescenti, la stessa fragilizzazione dell’economia può rappresentare un’occasione per affrontare direttamente tali scarsità in modo da non patirne in futuro. Essa può essere l’occasione di rifondare l’economia mondiale e ridefinire le istituzioni internazionali al servizio di tale processo rifondatore.

La crisi può, in definitiva, essere un’occasione  per concepire meccanismi redistributivi su scala mondiale a vantaggio dei paesi che consumano di meno, ponendo fine agli “aiuti” internazionali allo sviluppo, oggi frutto della buona volontà, della carità, ovvero dell’arbitrio, rimpiazzandoli con meccanismi basati esclusivamente sul rigore e sulla giustizia. Sarebbe ora!

Riferimenti bibliografici

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Weber, J. 2009, Vers un basculement des régulations, http://sortiesdecrise.fr

Weber, J., “Biodiversité et économie: un enjeu planétaire”, Terre Sauvage, dicembre 2009

Weber, J., 2009, La crise peut être l’occasion de refonder l’économie mondiale

Planète Science, Unesco, Vol.7, No 2

 

Da:  Prospective Stratégique n. 35, 2009 (trad.di Vincenzo Lauriola)

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