Editoriale – n.1, CNS nuova edizione

Questo è il  primo numero della nuova serie di CNS-Ecologia Politica online, dopo il numero zero, di prova,  del luglio scorso. I riscontri sul numero zero sono stati positivi, e questo ci incoraggia ad andare avanti, cercando di  allargare sia il numero dei lettori che quello dei collaboratori.  Una rivista  dovrebbe essere  un luogo collettivo  di dibattito e di elaborazione,  ma questo richiede di precisare bene l’asse teorico e pratico su cui vogliamo lavorare, specie in tempi come quelli attuali caratterizzati da una informazione sovrabbondante ma quasi sempre omologata sul paradigma culturale mainstream.  Con la nuova serie di CNS-EP noi ci proponiamo dunque di fare “controinformazione”,  a partire dalla tesi/ipotesi che la “cultura” dei beni comuni  esprime un paradigma diverso e in parte alternativo a  quello capitalista, fondato sulla con-divisione  e sulla democrazia diretta delle comunità locali, come sostengono i più importanti studiosi dei beni comuni, italiani e stranieri – da Paolo Grossi, a Vandana Shiva, ad Elinor Ostrom. Il paradigma capitalista esprime invece la cultura opposta, dove la proprietà è potere e non con-divisione, dove la società  è cancellata  dall’economia, dove  il legame sociale è lacerato, dove la natura e le risorse naturali sono usate come input per la produzione di merci da scambiare sul mercato “degli equivalenti” – come se non fossero il sostegno essenziale alla vita sulla terra (the life’s support system). Nella globalizzazione ormai imperante, tutto questo avviene senza che la stragrande parte della popolazione ne tragga alcun vantaggio e nonostante la resistenza dei movimenti sociali ed ecologici.  Pensiamo pertanto che la recente riscoperta dei beni comuni, in Occidente e in particolare in Italia,  sarebbe un’occasione perduta se venisse ricondotta e “bruciata” dentro il paradigma capitalista, per spostare l’asse degli equilibri politici, e non fosse colta invece come l’occasione per costruire un nuovo ordine sociale, che valorizzi  le risorse e i mercati locali, arricchisca e rilegittimi  la democrazia di mandato, riconoscendo  le  comunità come un nuovo soggetto della politica, accanto ai due soggetti oggi in campo,  Stato e Mercato, sempre più  ridotti ad un oligopolio assoggettato alle regole del mercato capitalistico e del profitto privato. Pensiamo  e speriamo  che questa  rivista contribuisca  ad illuminare le molte facce della cultura dei beni comuni, ma pensiamo   che sia  necessario  anche allargare il dibattito  sulla validità dell’ipotesi qui avanzata e  sui modi specifici con  cui essa potrebbe essere realizzata. Molto lavoro resta da fare, e su questo in particolare richiamiamo l’attenzione e chiediamo la collaborazione dei lettori.