Sardegna: il cemento che uccide

di Antonietta Mazzette

La presentazione del volume Lezioni di Piano (Venezia, Corte del Fontego editore, 2013) è un’occasione per riflettere su quel che è successo in queste settimane in Sardegna e ciò che sta succedendo nel centro-sud della Penisola. Mi preme però sottolineare che questo volume è un atto di amore per la Sardegna di Marina Zanazzo (l’editore del volume) e un atto di responsabilità civica di Edoardo Salzano, di Sandro Roggio e delle tante “voci” che hanno riempito le oltre 250 pagine di questo libro, comprese quelle dissonanti.

1. Dalla tragedia del 18 novembre c’è stato un susseguirsi di inchieste, accompagnate da accuse reciproche di responsabilità. Ma se a questa fase di allarme non segue quella della riflessione e degli impegni concreti in termini di cambio di linea nel governo del territorio, tutti dovremmo essere consapevoli che ci saranno altre tragedie e altri morti, come immediatamente dopo è accaduto nelle regioni del centro-sud.

Partiamo dalle responsabilità. Gli attori pubblici e privati che hanno concorso agli scempi territoriali sono molti e riguardano le politiche urbanistiche e di governo del territorio italiano degli ultimi 50 anni. Intendendo per politiche tanto i piani adottati seguendo la logica che riempire il territorio di cemento equivalga a sviluppo economico, quanto tutte quelle forme di “disattenzione” delle istituzioni verso i numerosi cittadini che hanno aggirato le regole perché considerate inutili.

Sono queste politiche (e connivenze di vario tipo) ad aver prodotto le numerose e continue emergenze ambientali.

Qualche esempio: 2008 Capoterra, alluvione luttuosa ma del tutto prevedibile per l’edificazione diffusa sul letto di un fiume; 2010 San Fratello, un paese nella provincia di Messina che è franato coinvolgendo circa 1500 persone costrette a rifugiarsi altrove. Lo stesso si può dire per paesi della Calabria come Maierato, Pizzo Calabro; 2011 le inondazioni in Veneto e Campania; 2012, lo stesso è avvenuto a Massa in Toscana e poi in Liguria. E ora il disastro colposo di queste ultime settimane.

Naturalmente l’elenco è ben più lungo e riguarda l’Italia intera. In questo dissesto la Sardegna è ai primi posti perché, pur essendo tra le regioni meno popolate del Paese in relazione all’estensione del territorio, è anche tra le regioni più compromesse, nonostante qualche illustre opinionista abbia recitato il contrario.

Oggi la popolazione italiana si è mossa generosamente per aiutare i sardi; ieri lo ha fatto per aiutare altre regioni, domani lo farà sicuramente per altre calamità non naturali. Passata l’ondata emotiva, chi si ricorderà di ciò che è accaduto, se già sta diminuendo l’attenzione verso quel che è successo appena tre settimane fa? Tanta retorica della politica, grandi enfasi mediatica, scarsa memoria e, soprattutto, sguardo cieco sul futuro.

2. Non ci sono numeri certi in merito alle edificazioni e al consumo del suolo, vi sono per lo più stime che si sovrappongono. Eppure, basterebbe che ogni Comune fosse obbligato a tenere un registro del consumo del suolo e lo rendesse pubblico, magari mettendo un tabellone luminoso sulle pareti del Municipio con la scritta: Oggi abbiamo sottratto alla terra tot metri. Servirebbe a tenere alta l’attenzione sociale e a renderci più consapevoli del danno che provochiamo con i nostri modelli di vita.

Nonostante l’inadeguatezza dei numeri parto da alcuni dati dell’Istat, Agenzia delle Entrate, Regione Sardegna.

a) Dall’analisi dei dati Istat nell’arco temporale 2001/2011 in Italia vi è stato un incremento

delle località urbanizzate pari a 20mila Km2, il 6.7% della superficie totale nazionale. Il paragone utilizzato dall’allora presidente Giovannini (attuale ministro del lavoro) è che, in appena dieci anni, si è consumata una superficie superiore all’intera Puglia e ciò è dovuto specificamente ai modelli urbanistici che si sono consolidati in anni recenti. E ancora, dal 1995 al 2009, i comuni hanno rilasciato permessi di costruire per 3,8 miliardi di metri cubi (oltre 255 all’anno) di cui l’80% di nuovi fabbricati. Che equivale a dire che (astrattamente) ogni italiano è stato autorizzato a realizzare circa 20 metri cubi. Queste autorizzazioni sono state incrementate dai cosiddetti Piani Casa di cui ogni amministrazione regionale si è rapidamente e convulsamente attrezzata: basti pensare che, proprio in relazione al Piano Casa, negli ultimi anni c’è stato un aumento fino al 29% del totale della quota di permessi rilasciati per incremento volumetrie.

Naturalmente la spinta al consumo del suolo non è stata omogenea. Nelle regioni del Nord vi è stato un rallentamento dovuto soprattutto alla crisi economica perché il calo delle cubature ha riguardato le strutture destinate alle attività produttive. Mentre nel Mezzogiorno sono state individuate 1.024 nuove località abitate (sempre fonte Istat), valore di molto superiore alle altre aree del Paese. Ma il dato veramente rilevante è che le percentuali più alte di questi nuovi agglomerati riguardano tre regioni. Nell’ordine decrescente, rispetto al totale delle località, troviamo la Sardegna (20,5%), seguita da Puglia (18,7%) e Sicilia (11,1%).

La Sardegna si trova al primo posto, seppure sia la regione che si caratterizza per gli ampi spazi, un tempo agricoli e pastorali, ora per lo più abbandonati; per il tessuto urbanizzato abbastanza debole, tranne che in alcune e delimitate aree (Cagliari e Sassari); per il calo demografico non compensato neppure dal movimento migratorio in entrata, anche perché va crescendo quello in uscita. Nella nuova pressione dell’urbanizzazione ha avuto, invece, un ruolo centrale un modello di turismo basato sul consumo di territorio.

b) Dai dati dell’Agenzia delle Entrate, riferiti alle cosiddette case fantasma in Sardegna vi sarebbero 19.229 immobili sconosciuti al Catasto e con rendite presunte complessivamente per oltre 16.559 milioni di euro.

c) Dal Report Piano Casa dell’Assessorato regionale degli enti locali, finanze e urbanistica,

aggiornato al giugno del 2013, ricaviamo che sono 21.853 le istanze di incremento volumetrico (limitatamente a quelle valutate positivamente) in 71 comuni distribuiti su tutto il territorio regionale. Di queste una percentuale del tutto residuale riguarda strutture per le attività produttive. E la Regione stima che le istanze nei comuni non censiti, rapportate alla popolazione, potrebbero essere 35.180. Queste nuove cubature hanno un’incidenza minima nei miglioramenti delle prestazioni energetiche, come riconosciuto dallo stesso Report regionale, mentre prevalgono le percentuali di incremento volumetrico del 20 e del 30%. Vale la pena di evidenziare che il 57% degli interventi a Sassari riguarda le residenze dell’agro dove anche il Piano urbanistico in itinere prevede altre cubature.

Il cosiddetto Piano Paesaggistico dei Sardi, esplicitamente contrapposto al PPR della Giunta Soru, si inserisce in questo quadro, incorporando le disposizioni del Piano Casa e della legge sui campi da golf che possono incidere anche sulla fascia costiera e sui 300 metri; riportando in vita tutte le lottizzazioni che il PPR aveva bloccato (secondo Legambiente sarebbe un volume complessivo di 15 milioni di metri cubi) inserendo un insieme di deroghe e ammettendo l’attuazione di zone turistiche con un semplice atto di concerto RAS – Provincia – Comune; consentendo costruzioni in agro anche non in funzione dell’agricoltura.

Usando le parole di Cappellacci al meeting sul turismo tenutosi a Olbia il 30 novembre “la Sardegna è la stessa del 17 novembre: The show must go on”. E che i familiari delle vittime si rassegnino.

3. Le tre fonti sopracitate ci offrono dati raccolti in modo diverso e non comparabili tra loro, ma sollecitano alcune riflessioni in relazione a tre diversi ordini di problemi.

1. Problemi di cattivo e distorto governo del territorio; 2. Problemi di responsabilità anzitutto politica ma anche sociale; 3. Problemi culturali connessi alla gestione dell’emergenza e alla prevenzione.

3.1 I problemi di mal governo e quelli di responsabilità politica e sociale vanno di pari passo. David Harvey nel suo L’enigma del capitale (2010) scrive che, dal 1973 a oggi, in tutto il mondo, si sono avute centinaia di crisi finanziarie, rispetto alle pochissime registrate tra il 1945 e il 1973; e diverse di queste hanno avuto origine nei mercati immobiliari o nei processi di sviluppo urbano.

Riconducendo alla Sardegna questa affermazione, possiamo sostenere che la crisi economica ed occupazionale – oggi talmente profonda da riportare l’Isola indietro di decenni in termini di ricchezza sociale e di lavoro prodotto -, la dobbiamo a un modello di “sviluppo sardo” (ma in realtà ciò riguarda gran parte dell’Italia) fondato prevalentemente sul mercato immobiliare. Questa estensione abnorme del settore edilizio ha sottomesso gli altri sistemi economici e produttivi e ha contribuito a stravolgere “il significato più profondo che le persone attribuiscono al proprio rapporto con il territorio”.

Ciò significa che ci sono degli “speculatori” che provengono da fuori e che stanno distruggendo l’economia sarda? Naturalmente ci sono anche questi, ma sono stati sempre ben accetti in nome dell’idea di sviluppo sopracitata e del cronico bisogno di lavoro. Così come i sardi, accortisi dagli anni ‘60 in poi di avere a disposizione territori di pregio sotto il profilo della bellezza e dell’unicità, ovvero, attrattivi in senso turistico, in pochi decenni hanno sostituito il loro antico “saper fare” con la speranza di diventare ricchi rapidamente e senza fatica. In tutti i casi la Sardegna ha assorbito senza traumi un’idea di territorio da riempire con volumetria, altrimenti considerato “vuoto” inutilizzato. Non so se Samuele Canu si riferisse a questi processi sociali e culturali quando, ricordando la nonna morta da sola a Olbia per l’alluvione, scrive “abbiamo tutti le mani insanguinate … perché abbiamo permesso che il malaffare, l’ingordigia, la stupidità e il compromesso cementizio prendesse il sopravvento”. Ma ha sicuramente ragione nel ritenere che lo stravolgimento del territorio ha anche una grande responsabilità sociale, proprio per il substrato culturale condiviso che lo ha sorretto.

Solo in pochi hanno protestato in questi anni per gli scempi compiuti al territorio, mentre la maggioranza ha tutt’al più taciuto, quando non si è infastidita per le proteste di questi pochi.

La Sardegna è diventata più ricca? Ciò vale solo per pochi, per la maggioranza sono cresciute le difficoltà del vivere e, se i numeri sulla povertà ci appaiono freddi e distanti, è sufficiente osservare le file delle persone che si ingrossano davanti alle strutture della Caritas o di altri enti benefici, in attesa di avere un pasto o qualche indumento caldo. Queste file che fino a poco tempo fa si vedevano in città come Milano o Torino e riguardavano soprattutto i poveri di sempre e gli immigrati, ora le vediamo a Sassari e ovunque ci siano volontari caritatevoli e riguardano anche strati sociali medio-bassi, persino negli insediamenti turistici più ricchi come Arzachena, dove si può vivere nei sottoscala adibiti ad abitazione nell’indifferenza o tolleranza dei più, a partire dai proprietari di detti immobili, tranne indignarsi se disgraziatamente qualcuno vi muore annegato. Ma

d’altronde, le numerose richieste di accedere alle forme di sostegno del fondo regionale per le “Azioni di contrasto alle povertà”, ancora al vaglio degli uffici regionali, è un chiaro indicatore di come le condizioni sociali della Sardegna siano peggiorate.

Insomma, un modello di sviluppo basato prevalentemente sulla rendita immobiliare, possibilmente senza regole ingombranti, ha avuto complessivamente pesante e materiale ricaduta in termini economici, sociali e territoriali. Un buon governo avrebbe dovuto contrastare questo approccio, ma le politiche territoriali che si sono messe in campo (direi dal Piano di Rinascita in poi, con pochissime norme che costituiscono un’eccezione, vedi la legge Cogodi sull’inedificabilità delle coste del 1984 e, più recentemente il PPR varato dalla Giunta Soru) hanno assecondato questa idea di territorio (vuoto da riempire) e gli interessi che ci stanno dietro. Non solo, quasi tutti i piani urbanistici istituiti nel corso degli ultimi 30 anni e quelli in fase di approvazione definitiva, sono piani di espansione, qualcuno persino all’insegna dello slogan Stop al consumo di suolo (compreso

quello di Sassari e di cui si discute da circa quattro anni) e della “sostenibilità”, termine che ormai troviamo in modo diffuso nelle relazioni generali che accompagnano i piani. Questa impostazione riguarda la Sardegna come il resto d’Italia. Eppure basterebbe che le amministrazioni, prima di votare piani di espansione in assenza di crescita demografica, si ponessero una domanda banale: “Prima di aggiungere altra volumetria, che cosa dobbiamo fare dell’ingente patrimonio costruito che si sta via via abbandonando e/o dismettendo per ragioni che sono, nel contempo, demografiche, sociali ed economiche?”. Basterebbe studiare i dati dell’ultimo decennio per verificare che sono sempre più numerose le abitazioni che si sono svuotate per ragioni legate all’invecchiamento della popolazione. E la Sardegna, insieme alla Liguria, è la Regione più vecchia d’Europa. Ormai dappertutto c’è un patrimonio di edifici che, per diverse ragioni, è diventato inutilizzato, talvolta anche obsoleto, e che sta segnando negativamente gli insediamenti urbani e le nostre coste. Di questo patrimonio, ve n’è una parte consistente situata in aree a rischio idrogeologico. Non è un caso che l’Ordine dei geologi della Sardegna, come ci ha ricordato recentemente Giacomo Mameli, più volte abbia avanzato proposte di riordino, proposte che, come è noto, sono state ignorate, con gli effetti che ben conosciamo.

Insomma non c’è insediamento urbano che non abbia al suo interno un patrimonio di edifici e di aree in disuso. Parti consistenti di questo patrimonio vengono comunemente definite “vuoti urbani”, dando a questa espressione un’accezione ben precisa: aree in attesa di essere rifunzionalizzate con nuova volumetria. Raramente vengono ripensate in funzione pubblica e/o per riorganizzare gli insediamenti urbani al fine di renderli più inclusivi. E ciò per un insieme di ragioni. Se si tratta di aree pubbliche, la crisi finanziaria non consente alle amministrazioni di intervenire, riqualificandole e restituendole alla città come bene pubblico; se invece si tratta di aree private, è chiaro che i proprietari vorrebbero trarne i maggiori vantaggi economici non appena si presenta l’opportunità, magari chiedendo alle amministrazioni locali di fare delle varianti ai piani di governo adottati. In realtà, i “vuoti urbani” non esistono sotto il profilo sociale. Spesso, anzi, all’interno di questo patrimonio abbandonato temporaneamente – ovvero in attesa che i proprietari lo trasformi -, si insediano popolazioni marginali e si sviluppa un’intensa vita sotterranea, per lo più illegale, come, ad esempio, l’occupazione abusiva degli spazi che vengono trasformati in alloggi precari per tutte quelle popolazioni (straniere, senza fissa dimora, impoverite in relazione alla grave crisi economica e alla disoccupazione) che vengono espulse dai circuiti urbani o che non vi sono mai entrati. Il che significa che attorno a queste aree si creano numerosi problemi di sicurezza per i residenti di più antica data e si innescano ulteriori processi di impoverimento e lacerazione dal punto di vista dei vissuti sociali, non ultimo perché chi può si trasferisce altrove.

È comprensibile che affrontare questi problemi per le amministrazioni sia un’impresa ardua, ma continuare a pensare che l’unica via sia quella di costruire nuovi insediamenti perché è più proficuo anche sotto il profilo elettorale, almeno nell’immediato, significa scaricare gli alti costi economici e sociali su tutta la popolazione di oggi e di domani.

3.2. C’è infine il problema di come gestire la messa in sicurezza delle persone e dei territori. La mancata prevenzione è dovuta a un insieme di problemi strutturali, ma al fondo di tutto c’è il non rispetto delle regole più elementari. L’idea che le regole siano un ingombro, o meglio, un freno allo sviluppo, è una costante resistenziale largamente condivisa, persino da chi non ha interessi diretti sul territorio ma che spera di averne un domani. Su questo aspetto c’è una letteratura importante e qui mi limito a segnalare gli studi sulla tradizione civica delle regioni italiane di Putnam e Nanetti che dimostrano che là dove si rispettano le regole – ossia dove si esprime cittadinanza attiva e senso di coscienza sociale – è più alto lo sviluppo economico, mentre lo è meno nelle aree caratterizzate dalla cultura della sfiducia e da un basso senso civico: vedi in modo particolare le regioni italiane del centro-sud.

In materia di consumo del territorio, questo scarso senso di civicità si esprime con un’idea

malintesa di territorio praticata come una sommatoria di beni individuali, all’interno della quale a ognuno è permesso di fare ciò che ritiene più vantaggioso per sé. D’altronde l’espressione “a casa mia faccio ciò che mi pare”, che ritroviamo in ambiti diversi, rappresenta bene questo substrato culturale diffuso e ben radicato, reso grossolanamente esplicito negli ultimi vent’anni. Il territorio e il paesaggio intesi in questo modo, rientrano in quei comportamenti che Putnam ha richiamato «Nella tragedia del pascolo demaniale, nessun pastore può porre dei limiti al gregge di qualcun altro. Se pone dei limiti al suo gregge, è lui solo a perderci. Tuttavia il pascolare incontrollato distrugge questa risorsa pubblica dalla quale dipende il sostentamento di tutti». È abbastanza chiaro che il non rispetto delle regole va di pari passo con l’assenza di trasparenza e la diffusione di comportamenti corruttivi.

Tutto ciò ben si accompagna con l’assenza di cultura della prevenzione e della gestione dei rischi.

Questa assenza riguarda tanto le istituzioni (dai livelli governativi a quelli locali) quanto la popolazione. E i fatti di queste settimane, comprese le polemiche successive, hanno dimostrato che la cultura della prevenzione viene considerata più una questione formale che sostanziale, probabilmente perché la preoccupazione principale è quella di non avere guai giudiziari.

Ad esempio, in merito all’allerta di domenica 17 novembre, vi è stata una penosa sequenza di deresponsabilizzazione: il capo della protezione civile Gabrielli verso il presidente Cappellacci e questi verso i sindaci, come se fosse sufficiente mandare una lettera o fare un comunicato da diffondere via etere, per sentirsi a posto. Ma se Gabrielli sapeva che la regione Sardegna era inadempiente perché non aveva costituito il centro di controllo della protezione civile, come mai non l’ha richiamata alle sue responsabilità prima che accadesse la tragedia? Inoltre, si può fare prevenzione senza una seria e capillare organizzazione della protezione civile in tutto il territorio e senza finanziamenti adeguati? D’altronde, l’espressione “protezione civile” sta a significare che c’è un ente pubblico che si prende cura delle persone che vivono nel territorio, a partire da quelle più vulnerabili come la nonna di Samuele. Bisogna riconoscere, però, che non tutti i sindaci hanno dimostrato di essere impreparati, la sindaco di Onanì, uno di paesi più poveri d’Italia, è un bel esempio di come un amministratore possa prendersi cura degli abitanti del suo comune, a partire dai bambini e dai vecchi.

4. Per ultimo sollevo il problema del risanamento dei territori alluvionati. Si dice che arriveranno centinaia di milioni e, considerati i numerosi precedenti che ora sono sotto indagine giudiziaria, sarebbe il caso di adottare molte precauzioni, quali: 1. rendere pubblica l’entità di denaro per ogni territorio; 2. discutere con la popolazione interessata in che modo intervenire (speriamo rapidamente) e stabilire sempre pubblicamente come utilizzare il denaro; 3. rendere pubblico l’elenco delle imprese competenti e in grado di ricostruire all’insegna reale della sostenibilità (sarebbe un passo importante orientare la ricostruzione verso la bioedilizia); 4. evitare circoli viziosi e costosi come sub-appalti e quant’altro, per cui alla fine chi lavora materialmente è anche colui che viene pagato di meno; 4. controllare in progress che gli interventi siano di qualità.

Per concludere, la natura ci sta mandando segnali sempre più frequenti di come il nostro modello di sviluppo sia dannoso al genere umano e all’ambiente, sta a noi decidere se accettare o no la lezione, cambiando rotta al nostro senso dello “stare qui”. Ormai è chiaro ai più che non modificare i nostri comportamenti e le politiche di governo che finora hanno prevalso è, a dir poco, delittuoso.

Fonte www.eddyburg.it

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