Edili Cgil: stop al consumo di suolo

 

Salvatore Lo Balbo *

 

 

Grazie agli assessori all’urbanistica delle aree metropolitane presenti e a quelli che, pur condividendo la nostra iniziativa, non sono oggi con noi. Grazie anche a Paolo Berdini,  presente per il Comitato scientifico del nostro Osservatorio, e a Danilo Barbi, segretario confederale. Un grazie particolare ai compagni delle aree metropolitane che ci hanno sostenuto nella preparazione di questa iniziativa, e alle compagne del Centro Studi Alessandra Graziani e Giuliana Giovannelli, oltre che a Serena Morello e Luciana Galleoni, per il contributo dato nella ricerca e predisposizione degli atti di questa iniziativa.

 

L’iniziativa di oggi parte dalla convinzione che, senza una politica industriale della filiera delle costruzioni in grado di dare un forte segno di discontinuità, in Italia milioni di lavoratrici e lavoratori, tecnici ed operai, giovani e meno giovani difficilmente possono avere la prospettiva concreta di avere un futuro in questo settore. Senza la discontinuità che noi auspichiamo, il settore continuerà ad essere caratterizzato da processi di arricchimento che saccheggiano il territorio, cementificano i fiumi, le coste e il suolo, utilizzano i caporali per controllare e sfruttare i lavoratori. Questa è la seconda iniziativa che la Fillea organizza in preparazione del prossimo congresso nazionale che si terrà a Roma il 2 e 3 di aprile 2014. Già nel 2010, anno in cui è stato l’ultimo congresso, avevamo denunciato i pericoli di una crisi strutturale che partendo dalle costruzioni avrebbe sconvolto la situazione data.  Il filo rosso era la consapevolezza che dalla crisi si doveva uscire in modo diverso da come si era entrati: e non era uno slogan.

La crisi strutturale internazionale ha prodotto effetti fortemente negativi sulla situazione del settore nel nostro paese. Effetti negativi paragonabili a quelli che le calamità naturali hanno sul territorio e sulle aree urbane dell’Italia: fanno più danni le scelte di chi programma e gestisce ai vari livelli la cosa pubblica, che i terremoti o le inondazioni.  Da questa crisi strutturale si deve uscire, nella consapevolezza che la filiera delle costruzioni deve continuare a rappresentare uno dei settori fondamentali dell’economia italiana, nel pieno rispetto delle superfici non impermeabilizzate, dei fiumi, delle coste, del paesaggio e dell’ambiente, con grande chiarezza e trasparenza –  con un settore che sia capace di dare una reale e qualificata prospettiva occupazionale a qualche milione di italiani.

Muratori, carpentieri, piastrellisti, installatori, lavoratori del cemento, lapidei, cavatori, geometri, ingegneri, architetti, restauratori devono avere ancora un futuro nelle costruzioni. Non per distruggere il BEL PAESE, ma per valorizzarne la bellezza e per gratificarne la professionalità e la passione. Per troppo tempo il cemento, e tutti gli altri materiali che determinano l’impermeabilizzazione del suolo, sono stati sinonimo di tombizzazione del suolo e affermazione di un modello di società che in tutto il mondo è, falsamente, sinonimo di progresso. Noi non siamo i “luddisti del terzo millennio”,  e pensiamo pertanto che non sono i materiali a essere nemici del suolo, dell’ambiente e dell’Italia, ma i forti interessi di pochi – palazzinari, speculatori fondiari, imprenditori senza scrupoli, mafiosi, ‘ndraghetisti e  camorristi – che hanno determinato  la realtà che è di fronte ai nostri occhi.

Nel convegno di Torino del 22 marzo 2013, dopo un lavoro fatto a livello territoriale insieme al nostro Osservatorio Territorio e Aree Urbane, avevamo già ufficializzato questa nostra convinzione, frutto di come la filiera delle costruzioni è cresciuta senza sviluppo. Senza mezzi termini, avevamo laniato lo slogan “La Fillea per Consumo di Suolo Zero”. Successivamente, nel giugno del 2013, dopo il felice incontro con il Forum Salviamo il Paesaggio, abbiamo scritto un documento congiunto, diffuso nella riunione odierna, intitolato  “Per la Tutela del Territorio e del Paesaggio, un Futuro alle Lavoratrici e ai Lavoratori delle Costruzioni: Consumo di  Suolo Zero”

Se la Fillea ha posto l’asticella della filiera delle costruzioni a un livello alto di tutela e conservazione del BEL PAESE, perché in tanti attraverso articoli, atti, disegni di legge, etc…. continuano a giocare con le parole, per dire sostanzialmente che con una pennellata di verde, di ecologia e di sostenibilità si può continuare ad impermeabilizzare il suolo? Essendo questo un dramma mondiale, pari al cambiamento climatico di cui il consumo di suolo è certamente una componente decisiva, siamo convinti che ci dovrebbe essere  una Kyoto anche per il consumo di suolo. E’ pertanto urgente che il Parlamento europeo ufficializzi i contenuti degli “Orientamenti della Commissione Europea in materia di Buone Pratiche per Limitare, Mitigare e Compensare l’Impermeabilizzazione del Suolo”.

Salutiamo positivamente l’evoluzione che ha avuto l’attività parlamentare dal primo disegno di legge Catania (Governo Monti) a quello approvato dal Consiglio dei Ministri il 12 dicembre 2013.  Ci sembra infatti che quest’ultimo, presentato da trentacinque parlamentari appartenenti a tutti i partiti presenti in parlamento esostenuto dai ricercatori dell’Associazione Italiana Società Scientifiche Agrarie,  insieme al lavoro del gruppo ad hoc insediato dal ministro dell’Ambiente, vada nella giusta direzione del Consumo di suolo zero, come da noi auspicato.

Le proposte della Fillea riprendono  gli orientamenti della Commissione Europea,  e cioè:

 

1) Consumo di suolo: è l’attività umana che “separa il suolo dall’atmosfera, impedendo l’infiltrazione della pioggia e lo scambio di gas tra suolo e aria”

2) Impermeabilizzazione del suolo: è la “costante copertura di un’area di terreno e del suolo con materiali impermeabili artificiali”

3) Limitazione del consumo di suolo: vuol dire “impedire la conversione di aree verdi” (o naturali) “e la conseguente impermeabilizzazione del loro stato superficiale o di parte di esso

4) Mitigazione del consumo di suolo: vuol dire che “Laddove si è verificata un’impermeabilizzazione sono”… “adottate misure”… “ tese a mantenere alcune delle funzioni del suolo e a ridurre gli effetti negativi diretti o indiretti significativi sull’ambiente e sul benessere umano”

5) Compensazione del consumo di suolo: vuol dire che “Qualora le misure di mitigazione adottate in loco siano state ritenute insufficienti”, si passa “facendo altro altrove”. Il termine “compensazione” può essere fuorviante: non significa che l’impermeabilizzazione può essere compensata o monetizzata. Inoltre “Le misure di compensazione sono progettate per recuperare o migliorare le funzioni del suolo evitando gli impatti deleteri dell’impermeabilizzazione”.

 

 

Il confronto tra queste definizioni, che fanno parte degli Orientamenti della Commissione Europea, e il contenuto dei tanti disegni di legge nazionali e regionali, rafforza tuttavia la nostra convinzione che è tuttpora presente il rischio di una nuova colata di cemento e di un ulteriore arricchimento  di speculatori e mafiosi. Come ha scritto Salvatore Settis su “La Repubblica” del 1 giugno u.s., il tutto addolcito da “La strana alleanza in salsa verde”. Alle cinque azioni sopra elencate, ne aggiungo pertanto una sesta: la decementificazione, che esprime la volontà degli amministratori pubblici di rimuovere il cemento da dove non doveva essere messo dai precedenti amministratori.

Riteniamo in buona sostanza che l’ultimo disegno di legge del governo (quello del 12/12/013) rappresenti un importante passo in avanti, frutto anche del dibattito che si è sviluppato in tutti questi mesi e che ci ha visto partecipare con proposte che quei decreti hanno ripreso. Riteniamo tuttavia che i primi due articoli del suddetto disegno di legge necessiti di un ulteriore passo in avanti: là dove si richiama la decisione della Commissione Europea di traguardare l’obiettivo di zero consumo di suolo entro il 2050, è bene che non ci siano ambiguità sull’oggetto della discussione, che è il suolo. Riteniamo che non sia per nulla positivo – anzi, che sia del tutto negativo e che rischi di offuscare i contenuti positivi del disegno di legge nel suo insieme –  identificare la superficie terrestre con il suolo agricolo.  

Ho già detto cosa la Commissione Europea intende per consumo di suolo, cioè l’attività umana che “separa il suolo dall’atmosfera, impedendo l’infiltrazione della pioggia e lo scambio di gas tra suolo e aria”.  Pertanto tutti i suoli, e non solo quelli agricoli, devono essere interessati da un disegno di legge che si pone l’obiettivo di contenere ed azzerare il consumo di suolo entro il 2050.  A Torino avevamo già detto che il consumo di suolo si deve e si può  ridurre di almeno il 50% entro il 2020.

Ci sono luoghi del nostro paese, prime tra tutte le aree metropolitane, dove da subito si può azzerare il consumo di suolo. Non esiste una seconda opzione o una subordinata al fatto che l’impermeabilizzazione non è reversibile. Da questo punto di vista, il disegno di legge presentato dai trentacinque parlamentari è completo e soddisfacente.   Detto ciò, la Fillea ritiene che esistano due livelli di azione: una da sviluppare a scala nazionale e l’altra sul territorio. Il primo livello è nelle mani del parlamento e del governo; il secondo, nelle mani degli amministratori locali. Siamo convinti che in attesa che il Parlamento finisca il suo lavoro, gli amministratori locali possono operare per determinare un significativo cambio di passo.

Per questo abbiamo promosso l’iniziativa di oggi, in preparazione del prossimo congresso. Assumere le dovute azioni per azzerare il consumo di suolo è più facile se si parte da dove maggiore è stato ed è l’impermeabilizzazione, senza per questo escludere i rimanenti ottomila comuni. Inoltre, riteniamo particolarmente importante il fatto che queste città sono governate dal centro-sinistra, escluso Reggio Calabria che è commissariata per infiltrazione mafiosa.  In nessuno dei 139 articoli della Costituzione o delle successive leggi attuative c’è scritto che un metro quadro di terreno non impermeabilizzato si compra ad un euro  e che, una volta impermeabilizzato e divenuto edificabile, ha un valore moltiplicato a “n” potenza- Dandogli una “x” cubatura, la “n” potenza diventa doppia “n” potenza. Il risultato è che la crescita del costruito è centinaia di volte di più della crescita della popolazione e oggi gli affitti e la vendita, malgrado sei anni di dura crisi, sono sempre alle stelle, fino ad arrivare al paradosso che per i costruttori e le immobiliari è meglio non vendere e non affittare milioni di appartamenti che abbassare i prezzi. Inoltre ci sono milioni di metri cubi costruiti e di metri quadrati impermeabilizzati di proprietà pubblica che non sono utilizzati o sono abbondantemente sottoutilizzati.

Negli anni sessanta del secolo scorso, era il 1966, Celentano Adriano cantava a San Remo “il ragazzo della via Cluck” e negli stessi anni, era il 1963, Francesco Rosi ci regalava il film “Mani sulla città”, Leonardo Sciascia, era il 1961, ci incantava con il libro “Il giorno della civetta”, e Tonino Guerra ci diceva che: “Il nostro petrolio è la bellezza. La bellezza ci fa pensare alto e noi la buttiamo via come se fosse danaro dentro tasche vuote”. Gli anni sessanta sono stati gli anni dove, senza bisogno di grandi approfondimenti, “a naso”, era chiaro quale sarebbe stato il futuro urbanistico del nostro paese: cemento, cemento e ancora cemento. Se quattro grandi italiani cinquant’anni fa scrivevano, cantavano e ci facevano vedere il futuro, solo una forte motivazione speculativa e criminale poteva corrompere le coscienze e ingrossare i portafogli di milioni e milioni di italiani.

I dati pubblicati nei “volantoni” che abbiamo distribuito mi permettono di non fornire statistiche sullo stato di cementificazione dell’Italia e delle Aree Metropolitane.Noi ci aspettiamo che questa giornata di riflessione serva a diradare le tante nebbie ancora presenti sull’argomento.  Il perimetro entro il quale collochiamo la nostra idea di politica industriale per le costruzioni e che vi proponiamo, parte dalla scelta “Consumo di suolo zero” e si caratterizza con: il pieno utilizzo delle aree impermeabilizzate, il massimo utilizzo del patrimonio pubblico abitativo e non abitativo, la determinazione di processi di de-cementificazione urbana e territoriale, la massima espansione delle infrastrutture esistenti dedicate alla mobilità collettiva urbana, sub-urbana e extra-urbana, la rigenerazione dei centri storici e la riqualificazione delle periferie.

Producendo in tale direzione i necessari atti formali, siamo convinti che si possa innescare un meccanismo virtuoso di governo del territorio che scontenterà “pochi” cittadini abituati a sfruttare il territorio e i beni pubblici e ad accumulare fortune finanziarie, e favorirà “tanti” cittadini che vivranno in città e aree urbane più vivibili, cui si può avere accesso:

 

*case popolari dignitose e eco-sostenibili con affitti non superiori al 30% del reddito, 

*un sistema di mobilità pubblica per i pendolari, veloce e di qualità, non obbligatoriamente posta a decine di metri sotto terra, 

*immobili erogatori di servizi pubblici da collocare dentro i beni pubblici dismessi,

*una rete di piste ciclabili urbane ed extra-urbane, diffuse e sicure.

 

Siamo coscienti che ciò può avere il massimo risultato se si realizzano politiche di riqualificazione e rigenerazione urbana in grado di migliorare la qualità della vita degli abitanti delle periferie e si rivitalizzano i centri storici. Dal 1994 i comuni italiani hanno subito un progressivo esautoramento del controllo di tali interventi che sono stati pressoché liberalizzati. Le cronache non ci lesinano i casi di amministratori pubblici che hanno brindato a questi provvedimenti, ma ci sono anche amministratori che ritengono, e noi con loro, che sia il momento di riportare nell’alveo di una corretta ed efficiente pianificazione urbana la definizione delle trasformazioni degli edifici e dei tessuti urbani esistenti. E’ questo un tema fondamentale, alla definizione del quale la Fillea e l’Osservatorio Territorio e Aree Urbane partecipano con una propria autonoma proposta. La nostra proposta parte dal giudizio che il ventennio della deregulation – che si somma a periodi precedenti non proprio gloriosi -  e dei piani casa  - che si sommano  ad una situazione già seriamente compromessa in gran parte del Bel Paese – non solo non ha prodotto i risultati sperati in termini quantitativi, ma in moltissimi casi ha reso ancora più brutte e disordinati i centri e le periferie urbane.

 

Occorre, dunque, rinnovare le città in base a regole semplici, condivise ed efficaci che non permettano il perpetuarsi della logica speculativa che ha trionfato in questi anni.  Peraltro, nessuna normativa di regolazione potrà avere effetti credibili se non ci saranno in tempi brevissimi, e sulla scorta di quanto già avviene nell’Europa del nord, adeguati finanziamenti ai comuni per rendere concreti gli interventi di rinnovo urbano finalizzati alla valorizzazione degli interessi pubblici. Finora, il taglio dei trasferimenti alle autonomie locali ha provocato l’affermarsi di troppi casi di urbanistica contrattata che, oltre ad essere sfuggiti alle regole di trasparenza, ha violato il principio dell’uguaglianza della proprietà edilizia rispetto alle trasformazioni urbane.

A completamento della strumentazione di controllo delle trasformazioni della città costruita, riteniamo rilevante affrontare il tema della proprietà e del destino degli immobili pubblici.  Sulla base dei provvedimenti finalizzati al contenimento del deficit pubblico stanno per essere vendute molte proprietà pubbliche che sono invece decisive per definire il futuro di molte città.  Osserviamo in primo luogo che vendere tali proprietà oggi nel momento di massima compressione verso il basso dei valori immobiliari è un pessimo affare economico. Non siamo contrari in linea di principio che le forze economiche private si pongano come elemento dinamico per favorire le trasformazioni auspicate. Ma riteniamo che debba essere chiara anche la volontà da parte delle proprietà pubbliche di partecipare direttamente sia al processo di valorizzazione sociale sia del patrimonio edilizio sia degli spazi urbani.  Un esempio di questa volontà è rappresentato dalla drammatica situazione del patrimonio ex-IACP e dalla necessità di praticare un rilancio dell’Edilizia Pubblica Economica e Popolare che favorisca un’offerta di abitazioni per una platea di cittadini sostanzialmente a basso reddito o motivata da momentanei periodi di mobilità (lavoratori, disoccupati, studenti, cassaintegrati, pensionati, etc…).  In questi anni tali fasce sociali hanno ingrossato il numero di chi ha abbandonato le città e i loro centri storici per trasferirsi in periferie sempre più lontane e spesso prive degli elementari servizi comuni e di trasporto pubblico, aggravando così isolamento sociale e sprechi di risorse.

Siamo consapevoli che è più facile dirlo che farlo, e gli amministratori territoriali che praticano queste scelte hanno il nostro pieno sostegno e contributo nel trovare le soluzioni più idonee a realizzare ciò.  Siamo convinti che ciò vada realizzato con una forte sinergia tra pubblico e privato. Un pubblico che faccia gli interessi pubblici della collettività e un privato che dia il meglio dell’imprenditorialità.  L’onore del pubblico e del privato si identificano con l’autonomia delle parti, l’assenza di conflitti d’interessi, la certezza progettuale, del finanziamento, e della realizzazione dell’opera nei tempi e nella qualità dei materiali, senza varianti, caporali, lavoro nero, sub-appalti spinti, e con il pieno e completo rispetto dei diritti e della dignità dei lavoratori dipendenti. Le attuali amministrazioni pubbliche delle aree metropolitane, e anche di tanti altri comuni d’Italia, hanno già iniziato a percorrere questa strada e già i primi risultati si vedono.

Il cambiamento è già in atto, ma ci sembra troppo lento e timido. I Comuni che oggi ci onorano della loro presenza, e anche gli altri che ci hanno dato la loro disponibilità, ci possono dire cosa hanno già fatto per dare un forte segno di discontinuità nei confronti dell’era Moratti o Alemanno, a Milano e a Roma o per continuare a realizzare quanto già da anni fanno, come a Venezia e Bari.  Genova, Torino, Milano, Venezia, Trieste, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Messina, Palermo, Catania e Cagliari sono le aree metropolitane che possono e devono svolgere un ruolo da traino culturale ed economico per i rimanenti ottomila comuni italiani. In queste quindici aree metropolitane vivono, lavorano e studiano almeno il 70% dei cittadini che calpestano il suolo del BEL PAESE. Agli Assessori delle aree metropolitane proponiamo un patto, da modellare nei singoli territori, che preveda di approfondire i temi che abbiamo messo nel perimetro delle politiche industriali di cui ho parlato e che si realizzi in una contrattazione territoriale che definisca i comuni impegni. Ciò non può prescindere dal perseguire la precondizione derivante dal principio della “legalità totale”.

Affaristi, mafiosi, corruttori, speculatori, evasori, caporali, etc… devono essere collettivamente allontanati dai luoghi del governo pubblico e isolati dal corpo sano della società.  La filiera delle costruzioni può e deve esistere anche senza di loro. Siamo convinti che alzando l’asticella comune di un governo del territorio diverso da quello che oggi abbiamo di fronte, è possibile passare dalle singole attività delle singole amministrazioni a una collettiva attività di amministrazioni pubbliche che fanno parte di un movimento che riaffermi gli interessi pubblici collettivi contro gli interessi privati di pochi.

La Fillea ritiene inoltre che qualche milione di italiani possa e debba continuare a vedere la filiera delle costruzioni come uno dei settori primari dell’economia italiana. Muratori, carpentieri, piastrellisti, istallatori, lavoratori del cemento, lapidei, cavatori, geometri, ingegneri, architetti, restauratori hanno ancora un futuro nelle costruzioni. Questa volta non per distruggere il BEL PAESE ma per valorizzarne la bellezza e l’onestà.

*Segretario nazionale Cgil.

(relazione alla Tavola rotonda del Direttivo della Fillea-Cgil, 19/12/013)

 

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