La Fao e i farmers rights

di Lorenza Paoloni

Dal 24 al 29 settembre 2013 si è tenuta a Muscat (Omam) la quinta sessione del Governing Body dell’ International Treaty on Plant Genetic Resources for Food and Agriculture (ITPGRFA). L’ITPGRFA, firmato a Roma nel 2001 ed entrato in vigore nel 2004, è noto come il Trattato che, introducendo per la prima volta nel circuito giuridico internazionale la figura dei “diritti degli agricoltori” (Farmers’ Rights) di cui all’art. 9, ha dato un riconoscimento ufficiale e formale all’apporto fondamentale fornito, nel corso dei secoli, dagli agricoltori e dalle comunità indigene impegnati nella conservazione, nello sviluppo e nell’uso delle risorse genetiche vegetali che costituiscono la base del cibo e delle produzioni agricole in tutto il mondo.

L’attualità del Trattato è data, altresì, dallo specifico ed unico ruolo che lo strumento normativo internazionale può giocare riguardo alla questione più generale della sicurezza alimentare, favorendo una governance appropriata delle risorse genetiche sparse nel pianeta in modo da consentire agli agricoltori di continuare a conservare, sviluppare e usare on-farm, secondo criteri di sostenibilità, un ampio range di coltivazioni biodiverse. Il Trattato FAO, come è stato osservato, costituisce un tentativo originale e senz’altro innovativo verso “l’accesso a risorse che, più di altre, sono configurabili come beni comuni globali, funzionali al godimento effettivo dei diritti fondamentali, in una dimensione intergenerazionale” (S. Vezzani, Le risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura nel dibattito sui “global commons”, in Rivista Critica del Diritto Privato, n. 3, 2013, 433-464).

L’implementazione dell’art. 9 del Trattato è stata posta al centro del dibattito della quinta sessione, secondo quanto a suo tempo stabilito nella Resolution 6 del 2011, Implementation of Article 9, Farmers’ Rights, emanata nella precedente quarta sessione del Governing Body, che invitava le Parti Contraenti e le organizzazioni interessate a raccogliere tutte le esperienze significative, opinioni e best practices inerenti all’attuazione dei Farmers’ Rights nel mondo ed alla loro concreta realizzazione nonché ad avanzare proposte di miglioramento.

I risultati conseguiti al termine della ultima sessione sono stati positivi, secondo l’opinione in tal senso espressa sia dalle Organizzazioni dei contadini che di quelle rappresentative della società civile (http://www.ukabc.org/gb5-cso-reflection-patrick-mulvany.pdf), grazie anche al consenso pressoché unanime manifestato dal blocco Africa, Asia e Latino-America, cui si è affiancato quello dei paesi dell’Unione Europea, ed all’importante sostegno offerto dalle Organizzazioni dei contadini e della società civile sempre più impegnate a ritagliarsi uno spazio significativo nell’attuazione delle importanti prescrizioni del Trattato.

Tra i risultati, di particolare rilievo, conseguiti in questo round del Governing Body si segnalano:

- l’apprezzabile risoluzione sui Farmers’ Rights (FRs), che ha rinnovato l’impegno dei governi ad implementare il Trattato su questo punto specifico;

- l’ invito rivolto all’UPOV (Convenzione Internazionale per la protezione delle nuove varietà di piante) e al WIPO (Organizzazione mondiale per la proprietà industriale) a riferire in merito all’impatto delle loro scelte sui FRs;

- l’accoglimento della proposta delle Organizzazioni dei contadini di realizzare un report per la sesta sessione del Governing Body avente ad oggetto sempre lo stato di implementazione dei FRs;

- l’individuazione di azioni volte a migliorare l’uso sostenibile delle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura, vincolate alla realizzazione dei FRs;

- l’impegno a rivedere e modificare l’accesso multi-laterale ed il meccanismo di condivisione dei benefici (MLS), al fine di evitare il saccheggio da parte del vigente sistema brevettuale che è stato perpetrato (e rischia di continuare ad essere perpetrato) sulle risorse naturali indigene;

- nuovi significativi contributi finanziari volontari provenienti dalla Norvegia (ma anche da altri paesi UE) e destinati al Global Crop Diversity Trust e al fondo per la condivisione dei benefici al fine di sostenere la conservazione on- farm;

- l’accettazione della distinzione tra le ONG e le Organizzazioni dei contadini e la necessità di

includere soprattutto i rappresentanti dei movimenti sociali degli agricoltori nei futuri negoziati ;

- una richiesta al Segretariato FAO del Trattato a riferire sui lavori rilevanti che riguardano i diritti degli agricoltori all’interno di altri consessi delle Nazioni Unite compreso il Comitato sulla sicurezza alimentare mondiale (CFS).

Dall’elenco degli obiettivi raggiunti nella quinta tornata del Governing Body, e recepiti segnatamente nella Risoluzione 28/9/2013, appare evidente che il dibattito e le decisioni assunte abbiano toccato gran parte dei punti vitali del Trattato FAO. E’ altresì apprezzabile l’attribuzione di nuovi poteri di intervento, nelle procedure previste dal Trattato medesimo, alle Organizzazioni degli agricoltori e della società civile per ciò che concerne l’attuazione dei “diritti degli agricoltori”.

Tali organizzazioni hanno peraltro sollecitato, con la loro presenza e la loro attiva partecipazione ai lavori svolti nell’ambito della sessione, una più netta curvatura degli strumenti propri dell’ ITPGRFA verso il perseguimento delle finalità più generali della sicurezza alimentare. Ciò dovrebbe avvenire mediante il rafforzamento e l’effettiva operatività della garanzia fondamentale, presente nel testo normativo come si è detto, che riconosce agli agricoltori il diritto fondamentale di continuare a conservare, sviluppare ed usare in modo sostenibile un’ampia gamma di coltivazioni, connotate dalla biodiversità, e da essi ottenute on-farm ed in situ. E naturalmente un particolare sguardo è rivolto al ruolo propulsivo rivestito, in questo contesto, dall’agricoltura contadina e familiare, cui la FAO ha dedicato l’anno in corso quale consueto anno mondiale, e che costituisce, come ormai è stato acclarato, una base sostanziale per la sussistenza di milioni di abitanti del pianeta.

Un aspetto rilevante dell’ITPGRFA, preso seriamente in considerazione durante i cinque giorni di riunione e confronto, ha riguardato il controverso Multilateral System of Access (MLS) che insieme con il Benefit Sharing Fund (BFS) rappresentano i pilastri operativi più innovativi, nell’ambito del panorama della regolamentazione internazionale, sui quali è stato edificato il trattato in esame. Il Sistema, che si applica su più di 60 generi vegetali importanti per la Food Security, comprende benefici di vario tipo: lo scambio d’informazioni, l’accesso alla tecnologia, il trasferimento di tecnologia, il capacity building e la ripartizione dei benefici, non solo economici, derivanti dal commercio delle risorse genetiche vegetali.

Detto sistema è stato oggetto di numerose critiche perché, dalla sua istituzione, ha raggiunto solo in misura marginale gli obiettivi programmati. Tuttavia, come si è visto, il Governing Body si è impegnato a riesaminare il meccanismo in esame ed a coinvolgere, in questo processo di revisione, anche le organizzazioni della società civile e dei contadini. Sarebbe necessario, peraltro, che la volontarietà dei contributi destinati al Trust Fund istituito dal Trattato (quest’anno elargiti dalla Norvegia insieme con Italia, Spagna e Unione Europea) venga a breve tradotta in obbligatoria in modo da poter costituire un sostegno consolidato e sicuro per tutti gli agricoltori che, nel mondo, svolgono l’attività di coltivazione e sviluppo delle risorse genetiche nelle loro aziende e nei siti di origine, e possano essere, così, messi nella condizione di realizzare pienamente i Farmers’ Rights. Infatti, molto numerosi sono gli accessi ai campioni di specie vegetali inclusi nel Sistema multilaterale ma scarse sono le risorse di cui dispone il sistema. I contributi per il trasferimento del materiale genetico (a favore di imprese, ricercatori, enti, etc.) detenuto dalle comunità locali sono appunto esigui e di tipo volontario. Le industrie del seme, come è noto, si avvalgono della diversità biologica presente nelle banche genetiche del MLS per sviluppare l’offerta di sementi commerciali, ricavando congrui profitti, ma non sono obbligate a corrispondere alcun contributo.

Dunque lo scambio di informazioni e tecnologie, di cui dovrebbero beneficiare gli agricoltori nei paesi fornitori di risorse genetiche, quale riconoscimento dell’importante ruolo rivestito nella conservazione e nell’implementazione della biodiversità, stenta a divenire un meccanismo virtuoso. E’ evidente che il suo mancato funzionamento metta in crisi tutta la struttura del Trattato. Oltre ad impedire l’attuazione dei Farmers’ Rights, che i singoli Stati dovrebbero accogliere e tutelare – con maggiore solerzia – nel seno dei propri ordinamenti normativi, la rallentata messa a punto del Multilateral System of Access potrebbe favorire il rafforzamento delle mire brevettuali da parte delle solite multinazionali sementiere, biotecnologiche, farmaceutiche e l’incremento della commodification dei patrimoni genetici autoctoni nonché dei saperi tradizionali, ad essi correlati, con grave minaccia per la sicurezza alimentare dell’intero pianeta.