Geopolitica delle guerre

di Giorgio Nebbia

Ogni volta che qualche paese meno noto si affaccia nelle pagine dei giornali e nelle cronache televisive — dal Sahara, al Medio Oriente, al sud-est asiatico — potete stare certi che “dietro” c’è qualche materia che i grandi paesi industriali vogliono controllare.

Le guerre per le materie prime non sono certo nuove; gli antichi mercanti, quando trovavano dei venditori riottosi o avidi, non hanno mai esitato a conquistare con la forza le merci o le materie desiderate. La distruzione di Sodoma e Gomorra, le città divenute ricche per il loro monopolio nella produzione e nel commercio del sale, corrisponde probabilmente a un episodio di una delle tante guerre per le materie prime nell’antichità.

E’ tutta da scrivere una storia dell’umanità basata sulla violenza per conquiste geografiche: soprattutto con l’inizio della rivoluzione industriale del 1800 è facile riconoscere le guerre per la conquista dei giacimenti di nitrati nel Cile (la lunga guerra fra Cile, Bolivia e Perù, sobillata dagli europei); per la conquista della parte dell’Amazzonia ricca di alberi della gomma; quelle per mettere fine al monopolio siciliano dello zolfo; per i giacimenti dei fosfati, eccetera. Molte manifestazioni dell’imperialismo hanno le loro radici nella conquista di giacimenti di materiali preziosi: la guerra per i giacimenti di ferro della Lorena, la spinta nazista alla conquista del petrolio russo, la spinta giapponese alla conquista della gomma in Malesia, eccetera.

La seconda guerra mondiale, combattuta fra i paesi industriali, aveva mostrato che una guerra moderna si poteva vincere soltanto con il possesso di materiali strategici, in gran parte presenti nei paesi coloniali: ai vecchi materiali — petrolio, gomma, ferro — se ne aggiunsero altri come cromo, vanadio, uranio, semi oleosi, ecc. I paesi coloniali, a mano a mano che si sono resi conto dell’importanza dei rispettivi territori e delle loro risorse, hanno cominciato a esigere la liberazione dalla condizione coloniale, considerata non soltanto una oppressione dei diritti umani fondamentali, ma anche come una occasione per rapinare gratis i materiali indispensabili per i vecchi e nuovi imperi.

Con l’indipendenza, molti nuovi stati si sono trovati padroni, finalmente delle “proprie” materie prime strategiche, in grado di chiedere per esse prezzi equi. I paesi industriali, da parte loro, hanno incoraggiato guerre locali — si pensi alla guerra del Congo/Zaire/Katanga — per assicurarsi cromo, cobalto, uranio. Ma la conquista delle materie prime non richiedeva, necessariamente, delle guerre: ai paesi industriali bastava insediare dei governi fantoccio, assicurarsi il monopolio della vendita di macchinari, capitali, armi, infrastruttrure, bastava “educare” i cittadini dei paesi ex-coloniali nelle scuole e università occidentali per farne degli amici.

Questi rapporti cripto-coloniali assicuravano comunque ai due imperi — capitalistico e comunista — merci e materie a basso prezzo. Fino a quando i paesi del “terzo mondo”, come li aveva chiamati il geografo Sauvy, non hanno cominciato a organizzarsi per attenuare le molte iniquità.

Le guerre recenti delle materie prime sono cominciate, dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1951 quando Mossadeq in Iran depose lo shah e procedette alla nazionalizzazione del petrolio, un pessimo segno per le multinazionali che risposero col colpo di stato del 1953. Il governo fantoccio dello shah tornò al potere, rimettendo “ordine imperiale” nei rapporti fra l’Iran e le multinazionali petrolifere, le “sette sorelle”, senza contare che quel gesto di prepotenza avrebbe innescato un irreversibile processo di crisi del potere economico dell’Occidente.

Infatti come risposta il 19 luglio 1955, Nasser, Nehru, Chu En-Lai e Sukarno si riunirono a Bandung gettando le basi di un accordo fra paesi non allineati, ormai in numero sufficiente per poter contare nell’assemblea delle Nazioni Unite.

Nel 1956, nell’ambito di questo ordine mondiale alternativo, fu nazionalizzato il Canale di Suez, un altro segno della ribellione dei paesi in via di sviluppo; un intervento armato di Francia e Inghilterra fu evitato per l’intervento del presidente degli Stati Uniti Eisenhower che ristabilì l’ordine, apparentemente in modo così saldo da indurre le multinazionali addirittura a imporre una diminuzione del prezzo del petrolio greggio. A questa iniziativa i paesi esportatori di petrolio risposero creando, nel 1960, una organizzazione, l’OPEC, col proposito di regolare produzione e prezzi in modo da attenuare lo strapotere delle “sette sorelle” del petrolio.

Per cercare di mettere ordine in una situazione turbolenta, e non solo nel mercato del petrolio, le Nazioni Unite decisero di creare, nel 1964, una “conferenza” permanente per il commercio e lo sviluppo, UNCTAD secondo l’acronimo inglese, con l’obiettivo di stabilire accordi sui prezzi delle materie prime tali da non danneggiare i mercati ricchi e da assicurare un qualche flusso, verso i paesi poveri, di almeno un po’ dei soldi necessari al loro sviluppo. La nuova agenzia ha tenuto una serie di riunioni in cui i paesi sottosviluppati hanno fatto sentire in modo crescente la propria voce.

Altre cose intanto stavano cambiando: nel 1964 il democristiano Frei fu eletto presidente del Cile, il principale produttore di rame, le cui miniere e raffinerie di rame erano nelle mani di poche grandi compagnie americane e occidentali. Frei avviò un processo di “cilenizzazione” delle miniere che venivano sottratte alle compagnie straniere; queste per estrarre rame dovevano pagare dei diritti, non molto elevati, dato che il governo cileno assicurò degli indennizzi per gli investimenti che esse avevano fatto nel corso dei decenni precedenti.

La fine degli anni sessanta del Novecento vede il mondo attraversato da una ventata di nuove aspirazioni, da quelle degli operai e degli studenti e quelle dei paesi del sud del mondo, anche alla luce della sconfitta che si stava delineando per gli Stati Uniti nel Vietnam.

Il 1 novembre 1969 Gheddafi salì al potere, con un governo militare, in Libia, col programma di assicurare al suo paese maggiori guadagni dalla vendita del petrolio fino allora estratto dalle sette sorelle e pagato prezzi bassissimi. Il 14 settembre 1970 la Libia aumentò il prezzo del petrolio di 50 centesimi di dollaro al barile; alla fine del 1970 il prezzo del petrolio era salito da due a tre dollari al barile.

Intanto il 3 novembre 1970 fu eletto nel Cile il governo socialista di Salvador Allende, con un programma di sviluppo economico e sociale e di “nazionalizzazione” delle attività del rame. Le compagnie straniere si erano ripagate in abbondanza degli investimenti fatti fino allora e Allende annullò gli indennizzi assicurati anni prima da Frei: le miniere di rame venivano “nazionalizzate” e restituite al popolo cileno. Le compagnie avrebbero potuto comprare il rame come qualsiasi altro cliente.

Le due ribellioni, della Libia e del Cile, ebbero un effetto devastante nei rapporti internazionali. I paesi del terzo mondo si resero conto che potevano, se solo lo avessero voluto, trattare da pari a pari con i due imperi — americano e sovietico e con i loro satelliti industriali europei e asiatici — imponendo prezzi più equi. I profitti dei paesi poveri avrebbero potuto essere utilmente impiegati per avviare un processo di istruzione, miglioramento delle condizioni igieniche, costruzione di nuove città — in una parola per uno “sviluppo” umano.

Non a caso la terza “Conferenza delle Nazioni Unite su Commercio e Sviluppo” (UNCTAD III) si tenne nel maggio 1972 a Santiago del Cile e si concluse con una serie di dichiarazioni in cui i paesi del terzo mondo chiedevano più equi prezzi, un contenimento della concorrenza che i paesi industriali potevano fare, con le fibre e la gomma sintetiche, alle materie naturali dei paesi sottosviluppati, eccetera.

La sfida non poteva essere tollerata e gli Stati Uniti, il paese guida delle economie capitalistiche, decisero di “punire” il governo socialista di Allende con il colpo di stato (11 settembre 1973) durante il quale Allende fu “suicidato” e fu insediato il governo fascista di Pinochet, che riaprì le porte alle multinazionali americane. Si trattava di un segnale per i paesi del terzo mondo: migliori condizioni commerciali si sarebbero potute avere non con le buone, ma con gli strumenti del mercato e con la lotta. Il 6 ottobre 1973 scoppiò la breve quarta guerra arabo-israeliana; il successivo 8 ottobre i paesi aderenti all’OPEC — paesi non solo arabi, si badi bene — decisero di aumentare il prezzo del petrolio aumentando il prelievo fiscale. Il maggior prezzo avrebbe così fatto affluire nei paesi petroliferi ingenti quantità di denaro, investito per migliorare le condizioni dei paesi petroliferi stessi e per consentire a questi ultimi di aiutare i paesi sottosviluppati nel loro processo di sviluppo.

Dal 1973 al 1980 si ebbe un continuo aumento del prezzo del petrolio e una profonda crisi economica in occidente. Avrebbe potuto essere l’occasione per avviare dei processi di modernizzazione, di risparmio energetico, di più giusti rapporti con i paesi poveri, anche per attuare una politica di minore inquinamento e sfruttamento dell’ambiente.

Il mondo industriale riuscì a soffocare altri focolai di ribellione, come il colpo di stato in Katanga nel giugno 1977 che aveva fatto aumentare temporaneamente il prezzo del rame e del cobalto. Nel marzo 1979 Khomeini abbattè il governo dello shah in Iran, e ne seguì un nuovo aumento del prezzo del petrolio, l’ultimo perché il mondo occidentale alimentò la lunga guerra fra Iran e Iraq, fra il 1980 e il 1988, che spaccò il blocco dei paesi sottosviluppati in due tronconi, fece rallentare il processo di sviluppo unitario e fece crollare — e questo era lo scopo del mondo occidentale — il prezzo del petrolio e delle altre materie prime.

Gli anni ottanta del Novecento furono quelli dello spreco, dello sfruttamento delle risorse naturale, dell’aumento del divario fra paesi industriali e paesi sottosviluppati e delle guerre. nell’Angola (diamanti e minerali), in Somalia (petrolio), nel territorio dei Sarawi (fosfati), destinate a rendere ancora più poveri i paesi già poveri.

Le guerre delle materie prime fin qui elencate possono insegnare qualche cosa ? A varie riprese gli studiosi hanno indicato che le materie prime — alimentari, energetiche, minerarie — ottenibili dal pianeta sono tutt’altro che illimitate, hanno raccomandato di rallentare gli sprechi per non dover affrontare un giorno problemi di scarsità e di conseguenti aumenti dei prezzi.

Finora l’invito al contenimento dei consumi, ad una più giusta ripartizione delle risorse — materiali e finanziarie — fra paesi ricchi e paesi poveri, ad uno sviluppo meno insostenibile, ad una cultura “planetaria”, sono caduti inascoltati.

E’ cambiata la geopolitica planetaria: i “mondi” sono tornati ad essere tre, ma ben diversi da quelli di 60 anni fa: i paesi industrializzati, affamati di materie prime, i paesi di nuova industrializzazione, come Cina, India, Brasile, Indonesia, ancora più affamati di petrolio, gas, minerali, cereali, legname, e i paesi poveri e poverissimi che ”servono” soltanto come magazzini di materie prime rapinate dagli altri due mondi. E proprio fra i poveri e i poverissimi nascono movimenti di ribellione che tendono ancora più instabile la situazione mondiale. E se si diffondesse una geografia e una educazione della giustizia ?

 

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