Demografia alimentare

di Giorgio Nebbia

Si fa cominciare con Robert Malthus (1766-1834) l’attenzione per l’”eccessivo” aumento della popolazione, rispetto al tasso di crescita delle risorse “alimentari”; al tempo di Malthus la popolazione mondiale era di 900 milioni e le considerazioni di Malthus valevano essenzialmente per l’Inghilterra e l’Europa. Nella prima metà dell’Ottocento la popolazione mondiale aumentò perché la rivoluzione industriale portò qualche miglioramento delle condizioni e della durata della vita, e si ripresentò lo spettro della scarsità del cibo. Ci pensò il chimico tedesco Justus Liebig (1803-1873) a suggerire che la produzione alimentare avrebbe potuto aumentare con l’impiego di concimi e di migliori tecniche agricole, e, grazie a questi progressi, alla fine dell’Ottocento la popolazione mondiale era arrivata a 1600 milioni di persone.

Nella prima metà del Novecento la popolazione mondiale aumentò ancora, soprattutto in molti paesi ex-coloniali, diventati stati autonomi, e in seguito alla diffusione delle conoscenze e dei commerci internazionali e alle grandi migrazioni. Nonostante le due carneficine della prima (1914-1919) e della seconda (1939-1945) guerra mondiale e la grande crisi degli anni trenta del Novecento, nel 1950 la popolazione mondiale era arrivata a 2500 milioni di persone e aumentò ancora la preoccupazione per la possibile scarsità non solo di cibo, ma delle altre risorse naturali necessarie per una società industriale: carbone, petrolio, minerali, acqua, le cui riserve cominciarono ad apparire limitate.

La pressione della popolazione umana sulle risorse naturali e sull’ambente è dovuta non solo alla crescente richiesta di merci prodotte con tali risorse naturali, ma anche al crescente avvelenamento delle acque, dell’aria e del suolo, dovuto ai rifiuti e alle scorie gassosi, liquidi e solidi provenienti dalle attività agricole, industriali, e dalle città. Negli Stati Uniti cominciarono così ad apparire vari libri che proponevano la necessità di limitare la crescita della popolazione. Nel 1948 il biologo americano William Vogt (1902-1968) pubblicò il libro ”La strada per la sopravvivenza” e nello stesso anno Henry Osborn (1887-1969) scrisse; “Il nostro pianeta sovraffollato”; seguì nel 1968 il libro di gran successo di Paul Ehrlich, “La bomba della popolazione” che indicava la relazione diretta fra crescita della popolazione e degrado e inquinamento del pianeta.

Nel 1972 il biologo americano Barry Commoner (1917-2012), nel libro: “Il cerchio da chiudere”, precisò che la crisi ecologica del pianeta, l’aumento dell’inquinamento, l’impoverimento delle riserve di petrolio e di minerali, il rallentamento delle rese agricole, non sono dovuti soltanto all’aumento della popolazione dei singoli paesi e mondiale, ma alla produzione di merci ecologicamente sbagliate, imposte dall’avidità della società capitalistica. Il dibattito ebbe il suo culmine nello stesso 1972 quando apparve il libro del Club di Roma: “I limiti alla crescita”, uno sguardo al futuro secondo cui l’aumento della popolazione mondiale e la contemporanea crescita dei consumi avrebbero portato alla diminuzione della disponibilità di risorse naturali e ad un crescente degrado ambientale; ne sarebbero derivati conflitti per la conquista delle materie prime scarse, un peggioramento della salute e del benessere umano e un conseguente rallentamento e poi diminuzione della stessa popolazione umana.

Al controllo della popolazione era contraria la Chiesa cattolica, ma anche il segretario del Partito Comunista cinese Mao Tse-Dong (1893-1976) aveva sostenuto: “L’uomo è la più preziosa delle cose”. Però nei primi anni settanta del Novecento in Cina la crescita della popolazione aveva assunto una velocità preoccupante, con conseguente esplosione delle grandi città e crescenti inquinamenti e fenomeni di erosione del suolo, tanto che nel 1979 il successore di Mao, Deng Xiaoping (1904-1997), emanò una legge che vietava alle famiglie di avere più di un figlio.

E’ stato un gigantesco, doloroso, esperimento demografico ispirato all’avvertimento di Malthus, finora l’unico nella storia; la crescita della popolazione cinese è effettivamente “un poco” rallentata ma improvvisamente i governanti si sono trovati di fronte ad un crescente numero degli anziani e ad un numero insufficiente di lavoratori, al punto di dover “importare” lavoratori stranieri. Lo stesso fenomeno, non pianificato ma spontaneo, si sta verificando in Italia e in altri paesi europei; meno figli per coppia fanno aumentare la percentuale di anziani, con nuovi crescenti costosi bisogni di assistenza sanitaria, e costringono a ricorrere a lavoratori stranieri.

A livello mondiale la popolazione, che è, ormai, di 7000 milioni di persone potrebbe crescere più lentamente, forse fino a otto o nove mila milioni di persone nella metà del secolo, forse raggiungere i 10.000 milioni di persone alla fine del secolo, forse raggiungere un massimo e poi diminuire; intanto l’aumento della popolazione per almeno alcuni decenni richiede più alimenti, più energia e comporta più danni ambientali locali e planetari. La tecnologia, e quale tecnologia, potrà salvarci ?

Nei paesi poi, come l’Italia, in cui la popolazione diminuisce, occorrerebbe una lungimirante politica del lavoro, della produzione agricola e industriale e dell’immigrazione. Nessuna politica può ignorare i rapporti fra popolazione, consumi, risorse naturali e ambiente se vuole evitare guasti non solo ecologici, ma economici e sociali.

 

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