Georges Perkins Marsh, geografo e umanista

di Giovanna Ricoveri

George Perkins Marsh – “celebre geografo, fine giurista e accorto diplomatico” secondo Fabienne Vallino autrice della bellissima introduzione al suo libro più importante, L’Uomo e la Natura. Ossia la superficie terrestre modificata per opera dell’uomo, era nato all’inizio dell’Ottocento nel Vermont, allora coperto da immense foreste. Imparò dunque ad amare e a “frequentare” la natura sin dalla prima infanzia, e fu anche testimone dei “selvaggi, insensati disboscamenti” delle grandi foreste del New England, operati dai coloni quando si trasformarono in farmers.

Questa esperienza giovanile ebbe sicuramente un peso importante nella sua formazione scientifica e nelle sue scelte di vita. Poliglotta (conoscenza 12 lingue, incluso il latino e il greco), raccolse le osservazioni raccolte nel suo libro nei suoi innumerevoli viaggi in America, in Europa e in Italia, in Asia e in Africa. Scrisse il suo libro più importante in età matura – proprio nel nostro paese, dove fu il primo ambasciatore Usa nel Regno d’Italia appena costituito.

Nel suo libro, denuncia in modo preciso e circostanziato i danni che l’azione umana reca alla natura, spesso anche a causa della ignoranza dei nessi sottili che ne regolano il funzionamento. Ma – aggiunge – l’uomo non è solo il “disturbatore” della natura; può anche esserne colui che la restaura, se vuole.

Tra le azioni umane disturbatrici della natura, una soprattutto voglio qui richiamare, per la sua importanza specie in un paese come l’Italia, geologicamente giovane e fragile dal punto di vistaidrogeologico. Afferma dunque: “La vegetazione è l’unica difesa efficace contro le frane e le alluvioni, e il disboscamento l’unica origine certa dei danni e dei costi da esse provocati.” Alla pagina 49 così spiega la sua affermazione:

“Le devastazioni commesse dall’uomo sovvertono le relazioni (interne ed esterne alla natura, NdA) e distruggono l’equilibrio che la natura aveva posto fra le sue creazioni organiche e inorganiche; ed essa si vendica dell’invasore scatenando sulle sue regioni oltraggiate le energie distruttrici, tenute fino ad allora in freno dalle forze organiche, destinate ad essere le migliori alleate dell’uomo, ma che egli ha spensieratamente disperse e scacciate dal territorio di azione. Quando la foresta è scomparsa, il grande serbatoio di umidità accumulato nella sua terra vegetale si disperde in forma di vapore acqueo, e ritorna solo in forma di dirotta pioggia che spazza la polvere riarsa in cui si è convertita quella terra. Le colline boscose ed umide si sono mutate in pendici di arida roccia che franando ingombrano le pianure e i corsi d’acqua di pietre, di ciottoli di terra… e tutta la terra, salvo che non venga con l’arte umana difesa dal deterioramento fisico a cui tende, diviene un ammasso di nude montagne, di sterili colline, e di pianure paludose e malsane”.

Questo messaggio, lanciato 150 anni fa, è sempre più attuale ma anche sempre più inascoltato da parte dei governi di tutto il mondo, e dell’Italia in particolare. In questi giorni, a Durban in Sudafrica, si tiene la 17 conferenza sul cambiamento climatico, per concretizzare gli impegni presi dalla comunità internazionale nel 1997 con il Protocollo di Kyoto. E’ un incontro destinato a fallire come tutti i precedenti, mentre le emissioni di CO2 aumentano e con esse cresce la temperatura media del pianeta e si sciolgono i ghiacciai.

Il piano di riassetto idrogeologico, di cui l’Italia ha un bisogno estremo per non incorrere nei costi umani ed economici della cementificazione del suolo e del cambiamento climatico, delle frane e delle alluvioni, non è neanche citato nel pacchetto di interventi anti-crisi decisi in queste ore dal governo Monti ed è difficile sperare che l’attuale ministro dell’economia e delle infrastrutture abbia intenzione di inserirlo tra gli interventi urgenti da realizzare. L’Europa pensa ad altro e tiene il fiato sospeso per la sorte della moneta unica sotto attacco da parte dei mercati, “inarrivabili e capricciosi dei dell’Olimpo”. I governi dei principali paesi europei sembrano infatti convinti che la crisi finanziaria si può superare rilanciando il modello liberista che ha provocato la crisi, e ignorano la questione ambientale come se non vi fosse nessun collegamento tra crisi finanziaria e crisi climatica.

Il ritorno dei beni comuni, auspicato e praticato dai movimenti di tutto il mondo, potrebbe essere un’arma efficace per invertire la rotta – per sconfiggere il luogo comune secondo cui non vi è nessuna alternativa all’economia di mercato, neanche nella fase matura della globalizzazione e della finanziarizzazione. La classe politica italiana ed europea, cresciuta a industrialismo e neoliberismo, è portatrice di una visione riduttiva e devastante: non riesce – o non vuole – capire le trasformazioni profonde che la globalizzazione ha fatto emergere e le opportunità che quelle contraddizioni potrebbero offrire.

E’ difficile pensare infatti che la megamacchina del finanzcapitalismo – per dirla con Luciano Gallino – possa essere sensibile ad aggiustamenti marginali come quelli che in passato avevano temperato le sperequazioni sociali del capitalismo industriale. Ma la situazione potrebbe cambiare, se le forze politiche di sinistra fossero in grado di indicare una prospettiva diversa da quella del mercato capitalistico – un orizzonte che decostruisca i luoghi comuni del neoliberismo e identifichi i contorni di un modello capace di soddisfare i bisogni delle popolazioni nel rispetto delle leggi della natura; una sinistra che creda nei movimenti, invece di cavalcarli e demonizzarli.

Priva di qualsiasi formazione ambientale e incapace di comprendere i meccanismi sottili che regolano il funzionamento dell’immenso organismo naturale – che Marsh descrive invece con dovizie di particolari nel corso di tutto il suo libro – la classe politica non si rende conto che per il mercato capitalistico la natura non esiste: è solo la “miniera” da cui prendere gratuitamente le risorse naturali e la “discarica” per liberarsi dei rifiuti prodotti dalla società dell’usa-e-getta. Non sa – o fa finta di non sapere – che la natura è il più grande produttore di beni e servizi, da cui dipende la vita stessa. La soluzione della crisi ambientale – non quella della crisi finanziaria o la crescita – dovrebbe pertanto essere al primo posto dell’agenda politica, almeno di quella della sinistra.

Un’altra questione che la classe politica non riesce o non vuole vedere è il ruolo dello Stato, che non svolge più il ruolo di mediazione tra i soggetti in campo, poiché le grandi imprese e la finanza contano più degli Stati: Stato e Mercato sono diventati un soggetto unico, e questo ha svuotato di contenuto la democrazia di mandato, valorizzando tutte le forme di partecipazione e di democrazia diretta. Un’altra questione riguarda i movimenti e le nuove comunità, che in tutto il mondo lottano in difesa delle proprie condizioni di vita, delle risorse naturali, e dello sviluppo locale autocentrato: sul territorio si riunificano infatti produttori e consumatori, si ricostruiscono i rapporti sociali, si pratica la solidarietà anziché la concorrenza internazionale, si concretizzano forme nuove di democrazia diretta che integrano e rilegittimano la democrazia di mandato, divenuta insufficiente nella globalizzazione. Sul territorio si valorizzano energie e risorse, che altrimenti vanno perdute.

“In natura niuna cosa è piccola”, questo il titolo dell’ultimo paragrafo del libro di Marsh, che così prosegue: “La legge non si cura delle cose minime: de minimis non curat lex, ma nel vocabolario della natura il piccolo e il grande non sono che termini comparativi; la non conosce nulla di minimo o insignificante, e le sue leggi sono inflessibili tanto se si tratta di un atomo, quanto di un continente o di un pianeta”. E’ una osservazione che a mio parere vale anche nella vita sociale e nella dinamica della produzione, dove il grande e il piccolo sono egualmente importanti, e come tali dovrebbero essere entrambi considerati e valorizzati.

I beni comuni, specie quelli di sussistenza legati alla natura – aria, acqua, terra ed energia – non sono un reperto del passato, ma una esperienza ancora viva sia per le comunità del Sud del mondo che ogni giorno lottano contro la recinzione delle risorse naturali su cui esse vivono, sia per i movimenti del Nord come ad esempio in Italia il Comitato NoTav della Val di Susa. Elinor Ostrom, la studiosa statunitense della Indiana University, premio Nobel per l’economia nel 2009, che studia i beni comuni da quarant’anni, è arrivata a conclusioni innovative e importanti. Le persone che operano all’interno di una comunità, sostiene Ostrom, sono capaci di auto-organizzarsi e di prendere decisioni che non mirano solo al profitto. E non è certo un caso che queste conclusioni siano state riprese recentemente da Zygmunt Bauman, nella introduzione alla nuova edizione del suo libro più famoso, La modernità liquida, come un segnale che va nella direzione di un nuovo orizzonte della storia, della politica e del rapporto uomo-natura..

Il ritorno dei beni comuni, intesi come un paradigma di organizzazione sociale e istituzionale diverso dal mercato, dovrebbe dunque trovar posto nell’agenda della politica. La tesi da me qui sostenuta, argomentata più compiutamente in Beni comuni vs Merci (Jaca Book 2010), è che la difesa dei beni comuni (dove essi ancora esistono) e la loro riproposizione (dove sono stati cancellati) non è tanto o soltanto un problema di giustizia distributiva delle risorse ma la risposta più robusta possibile alle forze distruttive del sistema dominante. Il modo di produzione capitalistico riconosce infatti solo due fattori come motori della produzione, il lavoro e il capitale (o lavoro morto, secondo Marx), trascurando la natura e il mondo fisico e relazionale che essa incorpora, temi che sono invece ben presenti nella riflessione di George Marsh.

Nel sistema capitalistico la natura resta un territorio di saccheggio, che nessuna economia della riproduzione analizza. Il modo di produzione capitalistico ha così immiserito le fonti della ricchezza, sprecando la cornucopia di beni e servizi ecosistemici prodotti gratuitamente dalla natura. Ha trascurato inoltre il fatto che in ogni prodotto esiste un pezzo di natura consumata e ha perciò indirizzato la produzione di beni e servizi senza tener conto dei flussi di materia prima naturale (acqua, terra, legno, ferro, etc), necessari per produrre ciascuno di quei beni e servizi: ha così compromesso i cicli vitali della materia e gli equilibri complessi in cui la natura si organizza e vive; ha destrutturato le catene invisibili che tengono insieme il mondo.

Gli stili di vita consumistici, affermatisi soprattutto nei paesi del Nord dopo la seconda guerra mondiale, hanno fatto fare un salto di qualità alla distruzione del mondo fisico ad opera dell’uomo. La natura funziona in modo sistemico, e pertanto l’inquinamento dell’aria e dell’acqua di una fabbrica o di una centrale non riguarda solo gli abitanti dell’area dove la fabbrica o la centrale sono localizzate. Si estende invece a tutte le parti della terra e incide anche sui cittadini di aree lontane, sulla vita di popolazioni che da quelle produzioni non traggono alcun vantaggio. Ciò dipende dal fatto che i beni comuni naturali sono spesso sia locali che globali, come nel caso dell’acqua, dell’aria e della biodiversità, e che le nuove recinzioni del capitalismo maturo e di quello finanziario– come il riscaldamento climatico – tendono a rafforzarne la dimensione globale, con un progressivo peggioramento del rapporto Nord-Sud.

In conclusione, l’importanza dei beni comuni di sussistenza sta dunque nel fatto che essi rimettono al centro del processo di produzione e della vita sociale la natura e il mondo fisico e relazionale che essa incorpora, avviando un percorso che permette di superare la cancellazione della natura, che è la causa ultima di tutte le crisi del sistema capitalistico, incluso quella finanziaria: l’aumento costante del prelievo di risorse naturali, e il conseguente aumento delle emissioni inquinanti connesse con quel prelievo, altera i cicli naturali e nel corso del tempo ciò diventa insostenibile e mette in crisi il sistema.