Nella Puglia del biocidio la devastazione non ha solo il marchio dell’Ilva

Gaetano De Monte

Ad un certo punto, quando i denti dell’escavatore sono andati più a fondo nel terreno, i carabinieri del nucleo tutela ambientale di Bari, che fino ad allora stavano conducendo i carotaggi in diverse cave dismesse presenti nella Provincia di Foggia – nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Direzione investigativa antimafia di Bari su un traffico illecito di rifiuti – sono stati costretti a sospendere i sondaggi. Troppo forte il sospetto che quei pezzi metallici emersi dal sottosuolo fossero la spia, in realtà, di una presenza ben più lugubre, e cioè, di fusti contenenti materiale radioattivo. Così, gli investigatori hanno dovuto interrompere gli scavi, per il momento.

L’inchiesta della Procura barese denominata Black Land, terra nera, non si è fermata, però.  Un’operazione antimafia, questa, che nell’Aprile scorso aveva già portato in carcere tredici uomini, accusati di aver interrato senza autorizzazione, quindi, – “senza essere adeguatamente stoccate e trattate” – diverse migliaia di tonnellate di rifiuti speciali, provenienti da alcuni centri di stoccaggio ubicati nelle province di Caserta, Avellino e Benevento. Non solo. In alcuni casi, la “monnezza” veniva occultata nei pressi di corsi d’acqua o “tombata” in terreni agricoli, all’insaputa dei proprietari. E naturalmente in alcune cave, ora dismesse, un tempo usate per l’estrazione di tufi e materiali da costruzione. Luoghi che da oltre quarant’anni, in tutta la Puglia, specialmente, ma anche in altre regioni, sono oggetto di fiorenti traffici legati allo sfruttamento del territorio.

Leciti o meno, i traffici, coglierne la differenza è difficile. Ciò che è certo, comunque, è che quelle cave sono il simbolo della devastazione territoriale pugliese. I fortini inaccessibili dei criminali ambientali. Zone impervie, sorvegliate da individui armati, in cui gli stessi investigatori, in certi casi, seguitano a muoversi. E’ in uno di questi crateri non naturali, – in una cava di 30000 metri quadri profonda 20 – a Cerignola, in provincia di Foggia, che la Dda della Procura di Bari sospetta siano state interrate scorie radioattive. Tanto da aver fatto fermare le ruspe, lo scorso 6 Maggio, a circa sei metri di profondità, “ perché lo stato dei luoghi faceva presupporre una pericolosità tale che non si poteva proseguire con gli scavi”, così hanno spiegato dalla Procura. Confermando, comunque, che torneranno in quella ed in altre cave della provincia di Foggia, “con l’equipaggiamento adatto”.

Forse perchè troppo forte è ancora l’emozione per la morte, – avvenuta di recente – del poliziotto Roberto Mancini che dopo essere stato, per vent’anni, sulle tracce dei trafficanti di rifiuti tossici, in Campania, si è ammalato di cancro, proprio a causa degli innumerevoli sopralluoghi effettuati. I cui risultati furono poi secretati, nel 1997, e lo sono ancora oggi. Un morto sul lavoro, un servitore della collettività, Roberto Mancini, a cui quello stesso “Stato” che ha coperto con il segreto i suoi verbali di indagine, negherà anni dopo il riconoscimento della causa di servizio.

Come tanti Roberto Mancini, da sei mesi a questa parte, i militari del nucleo tutela ambientale di Lecce su disposizione del pm antimafia Elsa Valeria Mignone stanno scandagliando, in lungo e largo, le campagne di tutta la provincia di Lecce, in cerca di conferme alle rivelazioni di un pentito; non a quelle di Carmine Schiavone che ha raccontato come in Salento, nei primi anni’90, il clan dei Casalesi avesse interrato interi camion contenenti diverse tonnellate di rifiuti speciali. Dichiarazioni, quelle di Schiavone, che la Procura di Lecce e specialmente il suo procuratore capo Cataldo Motta ha sempre ritenuto generiche e poco circostanziate. Tant’è.

Sono state, invece, le confidenze del pentito della Sacra Corona Unita Silvano Galati a dare il via nello scorso novembre ai primi scavi, che hanno dato immediato riscontro alle parole del pentito della Scu. Infatti, non passa giorno che le viscere, il ventre profondo della terra salentina restituisca tonnellate di scarti delle lavorazioni industriali, resti dell’industria tessile, in particolare, conce di pellame e simili. Sepolti da almeno vent’anni tra gli ulivi a pochi passi dal Capo di Leuca. Tombati in quelle ex cave di pietra dove molti sindaci salentini, a metà degli anni ’80, avevano autorizzato, in deroga alla legge, lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. “Buchi” che ad Alessano, Casarano, Tricase, Patù, solo per citare alcuni Comuni, sono stati riempiti abusivamente con gli scarti dell’industria manifatturiera locale.

Attualmente sono diverse le inchieste giudiziarie condotte dal pm Antimafia Elsa Valeria Mignone:  puntano tutte ad accertare chi abbia avvelenato i pozzi di piccoli centri agricoli come Neviano, Secli, Tiggiano, quelli dove le analisi condotte da alcuni laboratori privati hanno già appurato la presenza di metalli pesanti e diossine nelle acque. A destare l’allarme per la salute sono alcuni dati sanitari diffusi il 15 aprile in un convegno nazionale dell’Airtum ( associazione italiana dei registri tumori) che si è tenuto proprio a Taranto, città assurta a simbolo della salute negata in seguito all’esplosione della vicenda Ilva. Eppure la prima comunicazione, in apertura del convegno, è che: “ in provincia di Lecce si muore di tumore al polmone più che in altre parti d’Italia”. Sono i dati di uno studio epidemiologico effettuato dall’Istituto superiore di sanità a dimostrarlo. Sembrerà un paradosso in un territorio come quello salentino, distante decine di chilometri dalle fabbriche come l’Ilva di Taranto e la centrale Enel di Cerano. Forse, non lo è.

I dati dell’incidenza delle patologie tumorali nelle popolazioni che abitano in alcuni comuni della provincia di Taranto presentano tratti simili rispetto a quelli diffusi per i distretti sanitari leccesi. Qui, è uno studio commissionato dalla Provincia, Iesit ( indagine epidemiologica del sito inquinato di Taranto) a rilevare quello che per il Salento è sembrato un paradosso: e cioè, ad esempio, a Lizzano, comune di novemila abitanti distante venticinque chilometri dalle fabbriche di Taranto, ci si ammala in percentuale di tumore al polmone, più che nel quartiere Tamburi, a ridosso di una zona delle zone industriali più inquinate ed inquinanti d’Europa. Non solo. Lizzano, – sempre secondo lo studio Iesit – (dati confrontati con quelli Airtus) detiene il triste primato di Comune con la più alta incidenza, in tutta la Puglia, di tumore al polmone.

Percentuali identiche, in proporzione, a quelle dell’area di Taranto, per molti altri carcinomi, come quelli alla mammella, ai bronchi, in generale a quelle patologie cardio – vascolari la cui rilevanza si correla con l’ambiente circostante. E quando un Comune con una estensione limitata è circondato da più lati da una delle discariche per rifiuti speciali  più grandi in Europa, – la Vergine Spa ora peraltro posta sotto sequestro per irregolarità nella gestione – qualche dubbio, più di uno in verità, circa la provenienza di alcune patologie, è lecito averlo.

C’è poi uno studio ulteriore, effettuato osservando le cartelle cliniche raccolte dai sette medici di base che operano in questo Comune, che racconta un dramma nel dramma. Dall’analisi numerica dei codici di identificazione per l’esenzione ticket delle patologie tiroidee e tumorali, si scopre che un paziente su quattordici in cura a Lizzano, ha una disfunzione oncologica; se si considera che i valori emersi sono notevolmente sottostimati (dato che chi possiede già l’esenzione totale per reddito non la richiede) si comprende la gravità del biocidio in atto, in tutta la Puglia, dove la devastazione ambientale non ha il marchio soltanto dell’Ilva.

Il biocidio, neologismo coniato da un’attivista campano durante un’assemblea, termine che sta a significare l’avvelenamento di ogni forma di vita esistente su di un territorio. Quel biocidio che in Campania è ormai certificato da studi scientifici, indagini giudiziarie e giornalistiche, commissioni parlamentari, – frutto di un sistema perverso che ha tenuto insieme in un intreccio criminale, imprenditoria mafiosa e politica corrotta – è anche in Puglia, dunque. Altrimenti come definire l’assassinio indiscriminato delle forme di vita, tutte, su un pezzo di territorio sconfinato, che non è la Puglia, ma l’Italia, dei veleni.