Gas di scisto, non è un miracolo economico

Marina Forti*

Contrariamente a quanto ci dicono, la «rivoluzione» del gas di scisto contribuirà solo in modo molto marginale alla crescita economica negli Stati uniti, il paese che più ha investito in questa industria. Meglio tenerlo presente anche in Europa.

Ma davvero il gas di scisto è la «rivoluzione energetica» che rilancerà l’economia americana? Almeno due studi pubblicati di recente dicono il contrario. Le ricadute economiche di questa fonte di energia sono sopravvalutate, e la cosiddetta rivoluzione del gas di scisto contribuirà solo in modo molto marginale alla crescita economica negli Stati uniti, paese che ha investito in modo massiccio in questa nuova industria.

Il gas di scisto, o shale gas, è gas naturale che giace in formazioni rocciose a grandi profondità: per estrarlo bisogna spaccare le rocce iniettandovi getti d’acqua pressurizzata con additivi (è la «fratturazione idraulica», o hydraulic fracturing – abbreviato in fracking). Insieme al «horizontal drilling», tecnica che permette di sfruttare giacimenti di idrocarburi in orizzontale, questa tecnologia ha in effetti rivoluzionato l’estrazione di idrocarburi negli Stati uniti, dove dal 2011 sono stati aperti quasi 40 mila nuovi pozzi in 12 stati per estrarre petrolio e soprattutto gas tramite fratturazione idraulica. La produzione interna di idrocarburi ha così raggiunto livelli record (intorno a 8 milioni di barili di greggio al giorno, di cui il 29% da giacimenti «non convenzionali»).

Tutto questo però ha un impatto economico molto localizzato e modesto, al contrario di quanto spesso si dice. Dunque lasciamo per un momento da parte le questioni ambientali – l’uso insostenibile di acqua, l’inquinamento delle falde idriche, o altro.

Guardiamo invece due criteri strettamente economici, il lavoro e la competitività: è quello che ha fatto l’Istitut du development durable et les relations internationales (Iddri), un centro di ricerca francese legato a Science-Po, la facoltà di scienze politiche dell’Università di Parigi. Nel suo studio, pubblicato in febbraio con il titolo Unconventional wisdom: an economic analysis of US shale gas and implications for the EU, conclude che non c’è da aspettarsi nessun «miracolo».

Negli Stati uniti il prezzo del gas è in effetti calato in modo «spettacolare» eppure questo ha avuto un impatto minino sulla macro-economia UsaSui consumatori, il calo del prezzo del gas è stato vanificato dall’aumento di quello della benzina. Sull’industria manifatturiera è irrilevante. Ha portato vantaggio solo a quei settori dell’industria che fanno grande consumo di idrocarburi: il petrolchimico, i produttori di materie plastiche, alluminio, acciaio, o le raffinerie. Ma «l’insieme di queste industrie non rappresenta che l’1,2 per cento del Pil degli Stati uniti», fa notare uno degli autori della ricerca, Thomas Spencer, in una lunga intervista pubblicata giorni fa dal quotidiano francese Libération.

«La nostra stima, ottimista, è che l’effetto a lungo termine [del gas di scisto] sul livello del Pil degli Stati uniti – non del tasso di crescita annuale – sarà circa lo 0,84% tra il 2012 e il 2035, ovvero meno dello 0,04 per cento di crescita supplementare all’anno», osserva Spencer. A fronte di un tasso di crescita annuale del 1,4 per cento, è un aumento modesto. Del resto neanche il calo del prezzo del gas è sostenibile a lungo termine: è crollato fino a 1,95 dollari per milione di Btu (British thermal unit) all’inizio del 2012, ma è risalito fino a quasi 5 dollari in gennaio.

Uno studio pubblicato dall’Università di Stanford, in California, nel settembre scorso giunge a conclusioni molto simili: stima infatti che il gas di scisto rappresenti un modesto 0,46 per cento dell’economia americana. Quanto ai posti di lavoro, lo studio francese parla di 100 mila posti di lavoro creati direttamente dalla produzione di gas o petrolio di scisto tra il 2008 e il 2013, e forse 400 mila posti se si includono quelli indirettamente collegati: considerato che la popolazione attiva Usa conta 155 milioni di persone, non è molto.

Insomma, non c’è da sognare miracoli. E questo dovrebbe far riflettere anche quanti sostengono che l’Europa dovrebbe buttarsi nell’industria del fracking, dato che anche nel vecchio continente esistono giacimenti di petrolio e soprattutto gas di scisto. Lo studio del Iddri fa notare che le condizioni in Europa sono molto più difficili in termini di geografia, geologia, regolamentazioni, e che non è dato sapere quanto, dei giacimenti di scisto accertati, sia davvero sfruttabile in modo commerciale. Anche nelle valutazioni più ottimiste, il gas di scisto potrebbe arrivare a coprire dal 3 al 10 per cento della domanda europea di gas al 2030-2035: non la panacea che si sente dire per la dipendenza energetica europea – sempre senza considerare l’impatto ambientale.

«Puntare tutto sul gas di scisto sarebbe pericoloso», conclude il ricercatore dell’Iddri nella sua intervista a Libération: «Molti studi mostrano che a lungo termine il costo di una transizione basata sull’efficienza energetica, le rinnovabili e altre fonti d’energia a basse emissioni di carbonio, sarebbe uguale se non inferiore al business as usual basato sui combustibili fossili».

Dal blog Terraterra di Marina Forti su  pagina99.it,  18 aprile 2014