Senegal: la pastorizia alla sfida del land grabbing

Maura Benegiamo

Negli ultimi dieci anni si è registrato un significativo aumento delle transazioni terriere a larga scala che hanno interessato in particolare i paesi del Sud del mondo: vaste aeree di terra arabile sono state vendute, affittate o date in concessione a investitori nazionali e stranieri a seguito di negoziazioni tra imprese transnazionali e governi, senza alcun coinvolgimento delle comunità locali.  La mancanza di trasparenza e lo scarso rispetto dei diritti umani ha valso alla maggior parte di queste transazioni l’etichetta di ‘land grab’.

Nel land grabbing vi sono alcuni elementi di novità, che lo contraddistinguono dalle precedenti transazioni di terra: la velocità con cui sono avvenute le transazioni negli ultimi anni segna una accelerazione importante nel processo di globalizzazione, nelle tipologie degli attori coinvolti, dove le alleanze tra imprese transnazionali, grandi gruppi a capitale pubblico e alcuni stati nazionali hanno assunto un ruolo di primo piano, e le ragioni per cui avvengono queste transazioni – che oscillano tra la speculazione finanziaria sulle commodity agricole, la ricerca di terreni per coltivazioni agroenergetiche e le strategie di sicurezza alimentare di stati come la Cina. La rinnovata attenzione che i mercati rivolgono ai terreni agricoli ed alla produzione primaria si basa sulla crescente redditività economica di tali beni, resi scarsi da fenomeni quali la crescente urbanizzazione, i cambiamenti climatici e il conseguente stress ecologico sulle risorse. Molti investitori, come i produttori di agrocarburanti, utilizzano l’accaparramento di nuova terra come strumento per sganciarsi dalla volatilità del mercato delle commodity, assicurandosi forniture certe e a prezzi stabili per lunghi periodi.

Il cambiamento nelle relazioni economiche e politiche globali ha inoltre contribuito a riportare l’accento sulle strategie ‘del vantaggio comparato’ e della ‘crescita guidata dalle esportazioni’, e ciò ha indotto i paesi del Sud del mondo a puntare sulle risorse naturali, di cui essi sono ricchi.  Questo processo di primarisation non dipende soltanto dalla classica relazione nord-sud, ma dipende anche dalle nuove geografie del tipo sud-sud, in cui gli stati o regioni economiche del Sud costituiscono sia la zona d’origine che di destinazione dei flussi di investimento.

A partire dall’anno 2000 il Sènègal ha registrato un aumento esponenziale degli investimenti agricoli diretti in particolare alla produzione per l’esportazione delle cosidette flex-crops. Per flex-crops si intendono piante come la canna da zucchero o la patata dolce, che possono esser destinate alla produzione energetica, oppure trasformate in mangimi o in prodotti alimentari a seconda delle esigenze.

Accesso all’acqua e qualità dei terreni rappresentano i maggiori criteri di selezione degli accaparratori di terra per individuare le zone di insediamento produttivo. Questo spiega i forti investimenti nella Vallée du Fleuve Sènègal, e in particolare nella regione del Delta, verso cui, nel decennio 60-70, lo Stato ha concentrato molti sforzi per aumentare il potenziale irrigabile e rendere questa regione adatta all’agricoltura, con specializzazione nella produzione di riso. Si tratta di regioni ad antica vocazione pastorale, per lo più utilizzate da allevatori appartenenti al gruppo sociale Peul, che vi praticano un pastoralismo estensivo ed itinerante.

I progetti agricoli dello stato senegalese prima e le grandi opere poi, effetto della politica degli aggiustamenti strutturali, hanno avuto come conseguenza una rarefazione del pastoralismo e delle pratiche agro-zootecniche, che si sono evolute sulla base delle condizioni ambientali determinatie dall’alternarsi delle stagioni.

Con la nuova attenzione che i mercati rivolgono alla risorsa terra, sono proprio queste aree, caratterizzate da pastoralismo residuale, ad essere maggiormente prese di mira. L’interesse per queste aree è determinato da due elementi che ne favoriscono l’accessibilità per gli investitori: primo, sono aree molto vaste, sulle quali viene praticata una agro-zootecnia considerata premoderna; secondo, sono spesso aree soggette a titoli di affectation[i], usate in comune dagli allevatori della zona. Se la fluidità del diritto ne agevola la sottrazione agli usi tradizionali per conferirle ad un unico utilizzatore, la loro bassa densità abitativa facilita il discorso della terra nullius, principale giustificazione di tipo giuridico con cui gli investitori sottraggono le terre  alle popolazioni, che storicamente le hanno gestite come beni comuni.

Ci troviamo inoltre in piena zona saheliana, caratterizzata da scarsa piovosità e da una crescente aridità. Qui, come in molte altre regioni del mondo, il pastoralismo ha saputo determinarsi come un particolare sistema agricolo in grado di sfruttare ‘nicchie ecologiche estreme’ (Nori, M.,Taylor, M., Sensi, A., 2008, “Droits pastoraux, modes de vie et adaptation au changement climatique », IIED n°148). In un presente segnato da progressivo degrado delle risorse naturali, un tale sistema dovrebbe soprattutto attrarre la nostra attenzione, al fine di una sua maggiore comprensione e preservazione. Al contrario, invece, gli effetti dei cambiamenti climatici, tra i quali il processo di desertificazione di cui soffrono queste regioni, viene imputato alle attività pastorizie stesse, che ne sono piuttosto le prime vittime.

Tale lettura è coerente con quella veicolata dalle principali strategie di sviluppo in materia, che hanno contribuito, in Sènègal come altrove, alla creazione di un’immagine della pastorizia come di una pratica improduttiva e irrazionale. Di conseguenza i vari programmi di sviluppo hanno concentrato i loro sforzi nel rendere i sistemi pastorizi più redditizi, promuovendo la ‘sedentarizzazione’ dell’allevatore e l’aumento della commercializzazione del bestiame, o direttamente convertendo le loro terre all’agricoltura. I numerosi fallimenti seguiti a tali politiche hanno dato prova del disconoscimento del ruolo svolto dal pastore nella gestione del territorio e dell’importanza strategica di una pratica fortemente incentrata sulla mobilità e sulla ricerca di un delicato equilibrio tra risorse ambientali e attività agro-zootecnica.

Questa visione, in Senegal come in altre parti del mondo, viene utilizzata per legittimare la decisione di dedicare le terre pastorizie a progetti agroindustriali. Questi progetti, in quanto dotati dei capitali necessari per rendere le terre coltivabili grazie ad uno stravolgimento industriale dei cicli ecologici locali, si presentano come capaci di contrastare la crescente aridità e perciò come veicoli di lotta al cambiamento climatico: in realtà essi accelerano il processo di disboscamento, promuovono la monocultura agro-industriale e richiedono un utilizzo intensivo dell’acqua.

La corsa alle terre pastorizie sta diventando una costante di molti altri casi di land deals. E’ proprio a questo tipo di terre che la Banca Mondiale fa riferimento nel suo rapporto “Awakening Africa’s Sleeping Giant” (The International Bank for Reconstruction and Development, 2009, Awakening Africa’s Sleeping Giant: Prospects for Commercial Agriculture in the Guinea Savannah Zone and Beyond, Washington, D.C.: World Bank), indicandole come zone sottoutilizzate ad alto potenziale agricolo. La conseguenza é l’esasperazione del confronto tra due modelli: quello di un’agricoltura intensivo-estensiva che ha già dimostrato i suoi limiti in materia di mantenimento della biodiversità e preservazione delle risorse e quello di una pastorizia ad alta capacità di adattamento e conservazione dell’ambiente (Coughenour, M.B., Ellis, J.E., Swift, D.M., Coppock, D.L., Galvin, K., McCabe, J.T., Hart, T.C., 1985, “Energy extraction and use in a nomadic pastoral ecosystem”,  Science, 230:619-25; Nori et.al, 2008, cit.).

A diversi tipi di co-produzione della natura non corrispondono solo differenti modelli ecologici, ma anche una diversa concezione dei rapporti di distribuzione e dei diritti di accesso ad essa connessi. Se il modello dell’agribussiness reclama diritti privati e individuali, in Sènègal il pastoralismo tradizionale si struttura attraverso un sistema di diritto sulle risorse (pascoli, punti d’acqua e zone inondabili) transitorio e non esclusivo. Non è un caso che l’accelerazione delle transizioni terriere sia stata definita un ‘global enclosure movement’ (de Schutter, O., 2011, “How Not to Think of Land-Grabbing: Three Critiques of Large-scale Investments in Farmland”,  Journal of Peasant Studies, 38(2): 249–79) che sta portando molti stati africani a promuovere riforme agrarie capaci attrarre i grandi investitori.

In questo senso l’attuale sfida posta dalle acquisizioni di terra su larga scala riguarda la globalizzazione  dei diritti di proprietà concepiti secondo lo stile occidentale. Il riconoscimento e la preservazione delle attività pastorali va di pari passo con il riconoscimento del particolare tipo di gestione delle risorse che questa attività necessita. Costituisce anche un’importante occasione per ripensare “in concreto” i beni comuni.



[i] Nell’ordinamento senegalese, la terra non può essere oggetto di titolarità privata, ma deve essere data in concessione (afectée) ai suoi utilizzatori.  Le transazioni terriere realizzate nel Paese sono finora avvenute per decreto o tramite concertazione con i consigli delle comunità rurali, livello base della decentralizzazione. Spetta ai consigli delle comunità rurali dare le zone rurali (zone de terroir) in affidamento e gestione agli abitanti locali sulla base di due criteri, la residenza e la capacità di mise en valeur. Nella prassi la valorizzazione predomina sulla residenza.

 

 

I commenti sono chiusi.