Edili Cgil a congresso: innovazione e sostenibilità

Marco Bombagi*

Si è tenuto il 2-3 aprile a Roma il 18° congresso nazionale degli edili Cgil. “Un nuovo modello di sviluppo per il settore delle costruzioni” la chiave di lettura della due giorni al Teatro Italia: “Siamo alla fine di un’epoca storica e di fronte alla nascita di un diverso modello che dovrà coniugare sviluppo e sostenibilità ambientale”.

La crisi non si insegue sul terreno della cancellazione di diritti e tutele, ma si utilizza per cambiare un modello di sviluppo che ha prodotto diseguaglianze, disoccupazione e scempi ambientali.
Il monito che arriva dal Teatro Italia di Roma dove si è tenuto, il 2 e 3 aprile, il 18° congresso nazionale di Fillea-Cgil, Federazione Italiana Lavoratori Legno Edili e Affini, non rappresenta una sorpresa perché si inserisce appieno nel solco già tracciato diversi anni fa da questa storica e importante organizzazione sindacale, con oltre 300 mila iscritti in tutto il Paese.

Da tempo, infatti, Fillea fa proprio il tema del consumo di suolo zero e delle problematiche ad esso correlate, sostenendo come uniche vie d’uscita dalla crisi la tutela del territorio, il recupero di quanto già edificato e l’innovazione tecnologica in un settore, quello dell’edilizia che, specie in Italia, fa molta fatica a rinnovarsi.

“L’uscita dalla crisi, per la filiera delle costruzioni e per il Paese”, si legge nel documento programmatico del congresso, “è possibile solo con un diverso modello di sviluppo che impone un cambiamento radicale che passa necessariamente per l’innovazione e la sostenibilità ambientale che implica qualità del lavoro e del sistema delle imprese”. La situazione italiana è difficilissima, e non solo per l’edilizia, e le risposte finora giunte dalle istituzioni non sono state all’altezza: “Negli ultimi anni il Governo e molte imprese, hanno pensato di reggere la concorrenza internazionale attraverso la riduzione del costo del lavoro, una maggiore flessibilità degli orari e del personale”.

Il risultato disastroso di tutto ciò è evidente: “l’uso affaristico degli strumenti urbanistici, i continui condoni, le modifiche legislative intervenute, hanno favorito l’abusivismo. Tanto è che la forte cementificazione del territorio, legale ed illegale, e l’incuria pubblica del medesimo, hanno prodotto disastri sull’assetto idro-geologico ferendo sia il paesaggio, sia il patrimonio storicoculturale-architettonico. Infatti si sono costruite circa 300.000 abitazioni l’anno, senza rispondere alla domanda di case popolari e ai problemi di accesso alla casa, producendo un rilevantissimo consumo di suolo”.

A questo punto non c’è più tempo da perdere, ma bisogna agire bene prima che in fretta. Il primo passo sul sentiero di un cambiamento che non sia vacuo e fittizio è quello della presa di coscienza: “Siamo alla fine di un’epoca storica e di fronte alla nascita di un diverso modello che dovrà coniugare sviluppo e sostenibilità ambientale. Creare nuovi posti di lavoro è possibile. Lo dimostra quanto avvenuto in altri Paesi: innovazione, sostenibilità, nuova domanda di qualità delle abitazioni e di spazi adatti alle nuove famiglie, hanno creato più occupati e di maggior qualità, rispetto ad una gestione tradizionale dell’edilizia e della sua filiera. Ciò significa ripensare le città, riqualificare gli spazi urbani, gli edifici, mettere in sicurezza il territorio attraverso la manutenzione e la rigenerazione di un patrimonio immenso, come quello italiano, senza consumare nuovo suolo”.

La prima parola d’ordine in un Paese come l’Italia deve essere legalità: “Salvaguardia e il rilancio delle imprese sequestrate o confiscate alle mafie insieme al sostegno all’azione di forze dell’ordine e magistratura nell’azione di contrasto e di intensificazione dei sequestri e delle confische raggiungendo l’obiettivo di re-immettere nel circuito produttivo le imprese”.Strettamente connesso a questo tema c’è quello relativo al consumo di suolo, ineludibile: “Consumo di suolo zero”, si legge ancora nel documento Fillea, “è la frontiera per una politica di rilancio del Paese. Bisogna perseverare con forza l’obiettivo di ridurre il consumo entro il 2020 del 50%, ed entro il 2030 di azzerarne l’uso. Non ci sono soluzioni intermedie. Un primo passo efficace deve essere la moratoria degli interventi pubblici su opere di impermeabilizzazione. Fermarsi ora, quindi, recuperando gli edifici pubblici dismessi “per rivitalizzare le aree urbane senza toccare altro suolo”, rilanciando così i centri urbani.

Importantissimo poi il tema dell’edilizia popolare, con “il recupero dell’esistente e la creazione di alloggi nelle aree dismesse”, connesso con quello, ormai improcrastinabile, del “censimento del patrimonio edilizio” nel nostro Paese. Senza dimenticare l’annosa questione, nella Nazione con il maggior numero di siti Unesco che tuttavia lascia crollare Pompei e marcire il centro storico de L’Aquila, è “la tutela dei beni culturali, dei monumenti e dei centri storici”, per attuare finalmente il secondo comma dell’articolo 9 della Costituzione e sviluppare un’economia sana.

Infine le infrastrutture che non possono essere create senza la partecipazione delle comunità e senza capire che la priorità si chiamano pendolari, reti esistenti e innovazione. Il paese soffre di un rilevante deficit infrastrutturale ma occorre operare scelte ponderate in termini di priorità, superando la contrapposizione tra grandi infrastrutture di interesse nazionale e piccole opere: servono entrambe, ma solo quelle utili alla collettività.

“In questo quadro di rivisitazione delle opere non cantierate previste dalla Legge Obiettivo, vanno perciò favorite le autostrade del mare, le reti europee TEN, Trans-European Networks, le linee ferrate dedicate ai pendolari, il collegamento veloce tra le dorsali Nord/Sud e Est/Ovest e un programma di manutenzione ordinaria delle infrastrutture esistenti”. Realizzare quindi “linee metropolitane leggere e di superficie, piste ciclabili, corsie per il trasporto pubblico ecologico gommato e attuare una politica d’incentivazione di chiusura dei centri storici”.

La tutela del territorio è  imperativa per l’Italia, una prospettiva irrinunciabile che non è un paradosso rispetto alla vocazione di un settore che, fino ad oggi, si è sviluppato soprattutto consumando suolo. Tutelare la terra significa, tra le altre cose, proteggere e favorire il turismo e l’agricoltura, preservando l’ambiente e la qualità della vita dei cittadini. Si va ben oltre l’economia, perché si parla di diritti costituzionali, senza il rispetto dei quali non c’è futuro per il Paese oltre la crisi.

*www.salviamoilpaesaggio.roma.it