La natura tra capitale e lavoro

Giuseppina Ciuffreda*

Una costante accomuna i defunti grandi partiti del movimento operaio, la sinistra catto-liberale, i rifondanti, gli innovatori hi-tech, i teorici del comune e tutti loro ai liberali e agli economisti classici, ai Chicago boys e alle Chiese nonostante le differenti visioni e l’opposizione politica: la rimozione della natura. È un abbaglio moderno che destra e sinistra condividono, ancorati entrambi al binomio produttivo ottocentesco capitale-lavoro. Vittoriani e rivoluzionari erano in parte giustificati, vivevano in un’epoca ottimista che aveva fede nel Progresso e nel Sole dell’Avvenire, quando ancora non erano pienamente visibili gli effetti devastanti del capitalismo predatorio, le distorsioni drammatiche dei socialismi reali e gli effetti negativi planetari dell’industrialismo. La difesa dell’ambiente era agli albori e l’informazione un privilegio d’élite. Di fronte all’esplosione mondiale dei problemi ambientali qualcosa si è mosso ma l’ecologia ha ancora uno spazio minimo nei programmi dei partiti: la sinistra politica si è formata nella rivoluzione industriale ed ha difficoltà a capire il mondo rurale e la natura anche quando abbraccia la terza via e dimentica la fabbrica.
L’enfasi è sul soggetto umano che dà un senso all’ambiente naturale, antagonista che bisogna sottomettere. Marx non poteva vaticinare anche lo squilibrio della biosfera, e benché abbia avuto intuizioni felici sul rapporto lavoro-beni naturali, nei suoi scritti la natura resta un oggetto, un magazzino di risorse (Alfred Schimdt, “Il concetto di natura in Marx”, 1962). Dopo la Scuola di Francoforte che ha ridefinito la natura soggetto in relazione con il soggetto umano, l’unico marxista che ha innovato è James O’Connor, con la sua “seconda contraddizione”: oltre al lavoro c’è la natura. Il cambiamento più profondo viene dal risveglio indigeno dell’America latina. L’armonia con madre Terra è la differenza rivendicata dal socialista Evo Morales, e i diritti della Pachamama e il “ben vivere” sono oggi proprio nelle costituzioni di Bolivia e Ecuador. Altro ostacolo alla comprensione del punto di svolta oggi possibile è un pensiero centrato su un’idea di natura tutta moderna che la vuole inerte e sempre inferiore alla cultura umana (Carolyn Merchant, “La morte della natura”). Gioca contro anche il riduzionismo economico e la fascinazione per l’immateriale. La sinistra, come la maggioranza delle formazioni politiche, è analfabeta in ecologia; non vede la gravità dello stato del pianeta e ritiene l’impegno ambientalista un punto tra i tanti o un avversario delle politiche sociali; non capisce che per affermare un mondo più giusto ne è invece azione preliminare. Sebastiao Salgado, il geniale fotografo brasiliano autore di scatti epici sul lavoro poi su ciò che resta della natura selvaggia, lo afferma con lucidità: la giustizia sociale è impossibile senza il riequilibrio della biosfera. Oggi non abbiamo di fronte solo un problema di redistribuzione della enorme ricchezza dei pochi accumulata saccheggiando il pianeta e aumentando lo sfruttamento, il benessere deve prendere altre strade. L’alternativa è uscire dal mondo dell’usa e getta per vivere una frugalità conviviale riconciliandoci con la Terra. Obiettivo rivoluzionario che impegna la vita: la conversione ecologica della produzione non è una dolce evoluzione, ma una battaglia dura e tenace, decisiva nel conflitto odierno tra capitale e lavoro.

 

*Ambiente viziato, Manifesto 18.5.2010

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