Agricoltura paesaggistica. Visioni, metodi, esperienze

recensione di Fabio Parascandolo

Daniela Poli, ed., Agricoltura paesaggistica. Visioni, metodi, esperienze, Firenze, University Press, 2013

Questo libro, piuttosto corposo – di quasi 300 pagine, corredate di un certo numero di illustrazioni in B/N – fa il punto sulle molteplici e vantaggiose opportunità che si delineano quando vengono ricercate e valorizzate le qualità estetiche e paesaggistiche di un territorio investito da attività agricole. I paesaggi agrari possono essere allora considerati beni comuni di interesse pubblico, e i campi coltivati divenire realtà materiali fornitrici di importanti servizi ambientali, tanto alle popolazioni residenti che a visitatori occasionali.

Agricoltura paesaggistica fa riferimento quasi interamente a contesti agrari dell’Italia centro-settentrionale (e specialmente della Toscana), e la sua rilevanza viene sicuramente accresciuta dal confronto con esperienze e percorsi transalpini di agricoltura integrata al paesaggio, descritti in due contributi specifici. Questi ultimi rendono conto di iniziative, pratiche e disposizioni amministrative recentemente realizzate in Francia. Una rinnovata coscienza di luogo potrebbe ispirarsi a queste istanze per favorire forme di riequilibrio paesistico anche nei territori italiani.

Tra le evidenze sottolineate dalla gran parte degli autori emerge la pressante necessità di riformare molti processi e pratiche economiche del nostro tempo. Allo stesso tempo è propugnato un rinnovamento generale della sensibilità pubblica verso le questioni di un governo ecologicamente  sostenibile del territorio, nel convincimento che non vi siano altre strade per risolvere le forti conflittualità in corso tra i convenzionali modelli di produttività agricola e le sempre più diffuse richieste sociali di tutela dell’ambiente, salubrità degli alimenti e qualità dei paesaggi.

Complessivamente Il volume raccoglie 17 scritti, di singoli autori o più raramente a firme congiunte, articolandoli in una sezione introduttiva e in tre parti tra loro coordinate e intitolate “Visioni di un’agricoltura paesaggistica fra passato e futuro”, “Strumenti di governo del territorio”, “Esperienze e casi studio”. Ritenendo impraticabile una disamina analitica dei singoli apporti nel breve spazio disponibile ad una recensione editoriale, ci limiteremo piuttosto a produrre un commento d’insieme. Invitiamo perciò il lettore consapevole dell’insostituibile valore patrimoniale degli spazi aperti di interesse agricolo ad approfondire da sé le tematiche del libro e gli importanti elementi di riflessione in esso presenti, supportati per altro da riferimenti bibliografici consistenti e aggiornati.

Dopo svariati decenni di affermazione di modelli agronomici convenzionali e connesse politiche agricole europee nelle campagne italiane, la situazione attuale si presenta molto frastagliata ma è possibile individuare alcune tipologie ricorrenti. Volendo descrivere i contesti più caratterizzanti si può partire dagli spazi agrari posti al servizio delle sole convenienze di mercato, posseduti da quella minoranza di grandi aziende che detiene la gran parte della superficie agricola utilizzabile del Paese. Si tratta generalmente di coltivazioni convenzionali, il cui unico criterio ordinatore è l’utilità commerciale, ampiamente meccanizzati e chimicizzati. In queste realtà agroindustriali, modellate dall’iperspecializzazione economica e tecnologica, l’attenzione estetica al paesaggio non trova ovviamente spazio.

D’altronde non sono poche ormai le imprese capitalistiche grandi e medio-grandi che si regolano in base ad altri criteri operativi. E’ noto infatti che sin dagli anni ’80 si sono diffuse in Italia pratiche agricole definite biologiche, e che la stessa UE a partire dai ’90 le ha via via legittimate e regolate con l’emanazione di appositi disciplinari e direttive. Si è così gradualmente affermata un’agricoltura di transizione, talvolta definitivamente convertita a produzioni “bio”. Ed è prevalentemente questo genere di aziende che ha accolto i più vistosi processi di imbalsamazione di un passato rurale idealizzato. Si è difatti trattato di un recupero di elementi completamente decontestualizzati dai fondamenti socio-economici del mondo contadino di un tempo, presi e riproposti in situazioni tendenzialmente prive di rapporti significativi con le culture civiche del presente. L’esito finale è consistito nella  produzione di paesaggi  “agrituristici” in cui si impone l’effetto di marketing di servizi e prodotti di qualità al servizio di clientele di riguardo. Ci pare lecito esprimere qualche perplessità sul grado di autenticità delle scelte effettuate, e soprattutto sulla loro effettiva utilità in termini di benefici pubblici per l’insieme dei cittadini.

Alle poche aree privilegiate che possono permettersi un paesaggismo estetico di lusso si contrappone così – specie in pianura ma eventualmente anche in aree collinari “vocate” – una maggioranza di superfici agroindustriali omologate dalla massificazione produttiva e accomunate dall’insostenibilità ambientale. La banalizzazione dei paesaggi agricoli in funzione delle convenienze di mercato si è dunque affermata secondo una pericolosa logica di contrapposizione dicotomica tra qualità e quantità, e si è d’altronde concretizzata in perfetto accordo con le linee evolutive apparentemente obbligate di una società – quella italiana – in via di crescente polarizzazione economica.

Occorre infine mettere in conto una terza possibilità, rappresentata dal destino dei non pochi terreni coltivabili che residuano rispetto a quelli investiti dai due modelli appena descritti di valorizzazione agraria. E’ chiaro che “per forza di cose” i terreni siffatti sono destinati all’abbandono e all’inselvatichimento, e i confronti statistici sul lungo periodo rendono infatti conto del crollo della superficie agricola utilizzata in Italia, verificatosi d’altronde in parallelo ad una drammatica riduzione del numero delle aziende agricole.

Il quadro complessivo risulterebbe piuttosto desolante se non fosse per un’altra importante evidenza: la comparsa di nuovi attori socio-economici, portatori di logiche produttive ispirate alla ricerca di un’integrale sostenibilità sociale ed ambientale, di nuovi modi di organizzarsi, di abitare e di relazionarsi ai sistemi naturali mediante pratiche definite agroecologiche (si veda la Prefazione di Pierre Donadieu). Rispetto alla persistenza e prevalenza di logiche convenzionali di comportamento sociale e territoriale, molte realtà di agricoltura alternativa si affermano difatti lentamente e non di rado rischiano di essere messe fuori mercato perché scarsamente compatibili con i meccanismi di funzionamento dell’ordine sociale globalizzato. E tuttavia non pochi tra gli autori concordano nel riconoscere il ruolo fondamentale e decisamente positivo svolto dagli agricoltori etici, che resistono all’espropriazione di saperi e competenze contestuali imposta dalle logiche economiche dominanti e da molti tra i correnti dispositivi istituzionali.

Per quanto non si tratti necessariamente di soggetti vincenti sotto il profilo delle logiche dominanti di “successo economico”, i conduttori di piccole e medie aziende agricole organizzate su basi familiari svolgono un ruolo decisivo nel processo molecolare in atto,  che mira ad un progressivo recupero di autodeterminazione (empowerment) delle comunità locali. La ricerca di autonomia locale e la riqualificazione del rapporto città/campagna secondo cicli corti ed agroecologici di approvvigionamenti alimentari costituiscono parte essenziale delle istanze portate avanti da questi “nuovi agricoltori”.

La reincorporazione dei processi produttivi nell’ambiente naturale e la riqualificazione delle pratiche agricole secondo assetti endogeni e non più esogeni in relazione all’intera catena del valore (del cibo e in prospettiva anche dell’energia e di altri beni essenziali) conduce alla costruzione di nuovi tavoli, anche informali, di dialogo e ristrutturazione dell’economia locale. Sorgono così tra soggetti di cittadinanza attiva nuove alleanze urbano-rurali e vengono  messe a rete nuove esperienze e progettualità  (si veda ad esempio il caso del progetto di parco agricolo periurbano nella regione di Prato, p. 187). Alcuni degli autori mostrano perciò di ritenere che che gli agricoltori impegnati nel riequilibrio dei cicli ecologici tanto a livello aziendale che territoriale possano rappresentare gli antesignani di un modello agro-alimentare alternativo rispetto all’insostenibile e declinante sistema agroindustriale-globalizzato di articolazione delle filiere.

L’azienda agricola multifunzionale potrebbe così divenire produttice di cibo sano ma anche fautrice di un equilibrio paesaggistico delle trame agrarie, ed inserirsi a pieno titolo nel processo di ridefinizione di contesti e obiettivi dello sviluppo rurale locale in un approccio integrato che comprenda le politiche sociali, agricole, economiche e di tutela del territorio e dell’ambiente. In questi casi la riqualificazione dei paesaggi agricoli si inserisce pienamente nella logica complessiva della messa a punto di statuti territoriali che istituiscano nuove forme pattizie e coevolutive tra abitanti dei territori locali, che includono, pur partendo “dal basso”, la considerazione dei limiti e delle esigenze della Terra nella sua dimensione ecologica globale e planetaria (tutela dell’acqua, del clima, della biodiversità).

La visione di cui questi soggetti sociali e territoriali localizzati possono dunque essere portatori è quella una nuova civilizzazione agro-urbana e agro-terziaria. Una nuova civilizzazione che possa realizzare nel medio periodo una piena riconversione ecologica della società e dell’economia, vista la persistente insostenibilità economica, sociale, ambientale e paesaggistica del corrente modello metropolitano e urbano-industriale di organizzazione dell’esistenza umana.