Brasile: la filiera del ferro e le comunità dell’acciaio

di Daniela Patrucco*

Per valutare nella sua interezza l’impatto socio-ambientale delle grandi industrie inquinanti occorre analizzare l’intero ciclo di vita delle loro produzioni, considerando anche i diversi attori sulla scena e il loro potere, includendo nell’analisi l’intero patrimonio di conoscenza e cultura popolare e scientifica disponibile. Per una sorta di peccato originale da ricercarsi sin dall’inizio della filiera produttiva, non esiste grande industria di trasformazione di risorse naturali con un impatto socio-ambientale sostenibile, anche a prescindere dalla tecnologia utilizzata nei diversi snodi del processo di trasformazione. Lo sfruttamento intensivo del territorio in cui si trovano le materie prime, che si lega all’appropriazione delle terre da parte di soggetti privati sovranazionali e del conseguente spostamento (spesso militarizzato) delle popolazioni, è il peccato originale. A questo va aggiunto l’inquinamento ambientale dovuto anche all’utilizzo di tecnologie obsolete lungo tutta la filiera.

A São Luís, all’Università Federale dello Stato del Maranhão dal 5 al 9 Maggio 2014, il Seminario Internazionale “Carajás 30 anos” ha riunito ricercatori, università, ONG, rappresentanti delle popolazioni indigene dell’Amazzonia e istituzioni. 11 i paesi del mondo coinvolti, 50 istituti, oltre 70 relatori e circa 1.500 partecipanti. Nel corso di quattro seminari preparatori (10/2013 – 3/2014) tenutisi in altrettante località degli stati brasiliani del Maranhão e del Parà, la riflessione congiunta di movimenti sociali e ricercatori aveva riguardato lo sviluppo delle attività nel settore minerario e siderurgico in Brasile. I movimenti sociali avevano raccontato e condiviso le loro storie, interpretandole secondo la loro conoscenza ed esperienza dei luoghi e delle relazioni, con le imprese e con la politica. Le diverse storie hanno tutte un denominatore comune: la Vale, la più grande multinazionale dell’estrazione e trasporto del minerale di ferro, che ha partnership in tutto il mondo, tra le altre con la ThyssenKrupp e con lo stabilimento Ilva di Taranto. Il seminario ha dunque ragionato sulla filiera del ferro, dalla miniera al prodotto finito, e sulla Vale, mettendo in connessione con il supporto dell’Università le esperienze delle comunità brasiliane e internazionali con la conoscenza dei ricercatori.

Il Brasile detiene il 9,8% delle riserve mondiali di ferro, quinto al mondo dopo Ucraina (20%), Russia (16,5%), Cina (13,5%) e Australia (13,2%). Nel 2008 la produzione del minerale di ferro in Brasile era gestita da 36 imprese che operavano in 53 miniere a cielo aperto. Vale, Mineracoes Brasileiras Reunidas (MBR) e Samarco detengono il controllo dell’84% della produzione nazionale. Negli anni 2000 la produzione del minerale di ferro ha subìto una grande espansione, principalmente per rispondere alla domanda cinese. Tra il 2000 e il 2009 le esportazioni brasiliane di ferro sono passate da 157 a 266 milioni di tonnellate. Nello stesso periodo, l’esportazione verso la Cina è cresciuta da 15 a 166 milioni di tonnellate. Non è diversa la situazione del Perù dove il 25% del territorio peruviano è in concessione alle multinazionali minerarie. Dai 7,5 milioni di ettari concessi al settore minerario nel 2002, si è passati a 26 milioni nel 2012. In alcune regioni oltre il 50% delle terre è stato sottratto ai contadini e dato in concessione alle multinazionali. Allo stesso modo per i corsi d’acqua: quasi la metà del fiume Pacifico è destinato all’attività mineraria mentre la popolazione vive con l’1,8% del volume d’acqua del paese. Anche in Cile un quarto del territorio è concesso per l’esplorazione o lo sfruttamento minerario. L’attività mineraria consuma il 37% dell’energia elettrica prodotta nel paese, il che impone allo Stato la costruzione permanente di nuove fonti energetiche, che accelerano lo spostamento delle popolazioni e il trasferimento di terreni agricoli ad altri usi. In genere si tratta di dighe, costruite dalle multinazionali (tra cui Enel) per acquisire crediti verdi con cui compensare le emissioni di CO2 delle proprie centrali a carbone e realizzare grandi speculazioni finanziarie. E così si arriva al paradosso dell’energia rinnovabile in nome della quale si stravolgono interi ecosistemi, si deviano i fiumi e si pregiudicano la sopravvivenza e l’economia delle popolazioni locali.

Per mantenere inalterati i margini di profitto, via via che le risorse naturali scarseggiano e la recessione economica determina la contrazione della domanda, le imprese ricorrono a tecniche di estrazione sempre più intensive, e sempre più invasive. Il carattere multinazionale delle imprese spiega la loro propensione a esportare la gran parte della materia prima in altri paesi dove saranno realizzate le lavorazioni a maggior valore aggiunto. Nei paesi di estrazione quindi, al prelievo delle risorse naturali e all’eventuale aumento del PIL spesso non corrisponde un aumento della ricchezza né il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. Al contrario, al saccheggio ambientale sono sempre più correlati danni alla salute e degrado della qualità della vita umana oltre che palesi violazioni dei diritti umani. Le ragioni di questa schizofrenia sono da ricercarsi nella progressiva cessione di sovranità dagli Stati alle multinazionali, che non hanno come obiettivo il benessere dei cittadini ma il profitto degli shareholders. Al ridursi delle risorse e in piena recessione economica, il benessere delle popolazioni e il profitto delle imprese entrano sempre più in conflitto di interessi.

Raul Zibechi, scrittore e intellettuale uruguayo intervenuto al seminario ha riportato la dichiarazione di un politico cileno, paese nel quale oltre il 30% delle entrate fiscali proviene dal settore minerario. “Il modo più rapido per acquisire risorse nel breve periodo, per realizzare programmi sociali con cui fare promesse per vincere le elezioni – avrebbe detto il politico- è aumentare gli investimenti nel settore minerario. Combattere quel settore è come fare hara-kiri”. Conseguenza di questa “strategia” è la creazione di aree specializzate nella fornitura di beni naturali, sotto il controllo delle grandi imprese multinazionali. Vere e proprie enclave con cui un tempo si occupavano gli spazi nelle colonie. Le enclave erano caratterizzate dall’assenza di rapporti con l’ambiente, con economie proprie non coordinate con quelle delle popolazioni.

L’industria mineraria determina dunque una sorta di sospensione della democrazia e una minaccia concreta alla sopravvivenza delle persone. Con il ricorso alla militarizzazione e alla violenza, le comunità vengono spesso private della terra, ovvero dell’accesso al cibo. Secondo l’Osservatorio dei conflitti (OCMAL) in America Latina nell’industria mineraria ci sono oltre 195 conflitti attivi: il Perù e il Cile in cima alla lista con 34 e 33, seguiti dal Messico con 28, Argentina 26, Brasile con 20 e Colombia con dodici.
In Perù, il conflitto ha portato alla caduta di due gabinetti del governo di Ollanta Humala e alla militarizzazione di diverse province. I conflitti socio-ambientali tra il 2006 e il 2011 hanno causato la morte di 195 attivisti nel paese andino. Lo spostamento delle popolazioni, spesso forzato, determina problemi di disgregazione sociale, e la difficoltà di accesso alle zone di produzione agricola spinge le popolazioni rurali verso le città.

Queste dinamiche sono molte evidenti nel Maranhão, uno degli stati più poveri del Brasile e tra i più ricchi di risorse naturali. Si parte dal Carajás, area ricca di miniere di ferro situata a circa 900 chilometri dalla costa. Da qui parte la ferrovia della Vale che trasporta il minerale di ferro: interminabili convogli di vagoni scoperti, a ogni ora del giorno e della notte attraversano le comunità che si trovano sul percorso o le scavalcano passando sui grandi viadotti che sovrastano i fiumi. Non ci sono protezioni, semafori, misure di sicurezza. A volte i convogli si fermano, per un periodo indefinito. Se ti trovi dalla parte sbagliata attraversi, passando tra un vagone e l’altro, ben sapendo che il treno può ripartire in qualsiasi momento. A circa metà del percorso della ferrovia c’è Açailândia, una delle oltre cento comunità della regione impattate dall’attività mineraria e siderurgica. Vicinissime a Piquià de Baixo – il quartiere di Açailândia abitato da circa 300 famiglie e nato 40 anni fa sulla riva del fiume ora sovrastato da un grande viadotto – si sono installate ben 5 industrie siderurgiche e una centrale a carbone che le alimenta. Impianti obsoleti e altamente inquinanti dove si produce il pig iron, il ferro dei porci, la ferro-ghisa.

Si tratta della lavorazione più inquinante di tutta la filiera della produzione dell’acciaio e quella a minor valore aggiunto. Poiché la lavorazione richiede l’uso del carbon fossile, che qui non c’è, vaste aree di foresta amazzonica sono state rase al suolo per piantare gli eucalipti. Sono piante che hanno bisogno di molta acqua, ma che crescono in fretta. Una volta tagliati e bruciati in grandi forni di terra privi di qualsiasi filtro, eventualmente con lavoro sottopagato e minorile, diventano carbone vegetale che ha la stessa funzione del coke. Oltre all’inquinamento provocato dalla loro combustione, gli eucalipti hanno ormai completamente inaridito il terreno e l’ecosistema tipico della foresta amazzonica, mentre le obsolete acciaierie e la centrale a carbone hanno contaminato il suolo, i corsi d’acqua e causato patologie respiratorie ai residenti che presto saranno trasferiti in una nuova area.

Al suo arrivo a São Luís, la capitale del Maranhão situata sulla costa, il minerale viene scaricato dai vagoni e stoccato in enormi campi minerari per essere successivamente caricato sulle navi che lo porteranno verso gli Stati Uniti, la Cina, l’Europa. Qui viene imbarcata anche la produzione delle industrie siderurgiche, destinata a paesi che realizzeranno le lavorazioni a maggior valore economico, con un minore impatto ambientale: la produzione dell’acciaio e dei suoi manufatti. Le automobili tedesche ad esempio: Mercedes, Bmw, Audi. Dal porto di São Luís arrivano anche le circa 800 navi cariche di minerale di ferro che ogni anno attraccano a Taranto, per rifornire l’Ilva.

Non serve raccontare qui la ben nota storia dell’Ilva ma vale la pena rilevare che il tipo di lavorazione che si svolge nell’area a caldo dell’Ilva di Taranto non ha eguali in Europa, mentre ha molto in comune con quanto accade in Brasile. Non a caso Piquià de Baixo e il quartiere Tamburi di Taranto sono gemellati, legati dalla polvere rossa del minerale di ferro che arriva dalle miniere del Brasile. Taranto è solo uno snodo, per noi importante, dell’intera filiera e l’Ilva – a partire dalla sua storia passata di impresa di stato e in ragione della sua proprietà – è percepita come un’industria italiana. Si tratta invece di un’azienda i cui interessi sono estranei sia a quelli del Paese sia, tanto più, a quelli della comunità tarantina. A causa dell’inquinamento industriale, anche a Taranto si è dovuto rinunciare a produzioni diverse, in grado di distribuire reddito in modo più democratico e rispondente ai bisogni, alle tradizioni e alla cultura della popolazione. Anche a Taranto l’allevamento e la produzione casearia, la miticoltura, l’accoglienza, la relazione tra l’economia e l’ambiente, la salute dei cittadini sembrano essere incompatibili con la produzione dell’Ilva.

Il seminario di São Luís sembra aver interpretato quella che il sociologo e presidente del Cerfe Giancarlo Quaranta definisce la “necessità della scienza e della tecnologia di socializzarsi, di prendere cioè le misure con una società che cambia, aprendo segmenti importanti del processo di ricerca al contributo dei cittadini”. Nonostante le decine di conflitti in corso anche in Italia su problemi ambientali e di gestione democratica delle risorse (acqua, energia, ambiente, …), in Italia il confronto tra sapere popolare e sapere scientifico è relegato a pochi casi isolati e alla volontà dei singoli o di sparuti gruppi di ricercatori. Sebbene nelle aule universitarie si ragioni di modelli di sviluppo alternativi, di sostenibilità, ambiente e democrazia, la riflessione, la ricerca e la lettura stessa della società raramente sono condivise e messe al servizio della comunità. Le Università restano per lo più luoghi che non comunicano con l’esterno, che al più somministrano qualche questionario, o socializzano il loro sapere con il mondo e gli interessi delle imprese. Al contrario, il contributo delle Università nei conflitti, in qualche modo quali attori superpartes, contribuirebbe all’innalzamento della qualità della democrazia, riducendo le asimmetrie informative, se non quelle di potere.

Nel corso del seminario di São Luís è stato presentato il libro “Injustiça Ambiental e Saude no Brasil”. Il libro riflette sulla situazione socio-ambientale e democratica del Brasile, a partire dalla mappatura dei conflitti esistenti. Sul sito dedicato ai risultati del lavoro di mappatura si legge: “La mappa è di tutti/e gli/le interessati/e a come costruire una società socialmente giusta ed ecologicamente sostenibile. Pertanto è opportuno non solo utilizzarla ma anche alimentarla con nuove informazioni, che la rendono uno strumento importante per il miglioramento della democrazia e la garanzia del rispetto dei diritti umani e di cittadinanza piena per ogni abitante di questo paese… Il nostro obiettivo non è semplicemente quello di elencare le aree dove i rischi e gli impatti ambientali colpiscono diverse popolazioni, ma di rendere pubbliche le voci che lottano per la giustizia ambientale, popolazioni spesso discriminate e rese invisibili da parte delle istituzioni e dei media”.

*blogger @speziapolis

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