Renzi: #Ambienteprotetto e #Italiasicura. Qualche motivo per dubitarne

di Gaetano De Monte

Da #byebyeautoblu a #ognipromessaèdebito, non c’è provvedimento del Governo Renzi che non sia preceduto dall’hastag di riferimento, versione cibernetica – sempre rassicurante – della politica per slogan cui si assiste nei dibattiti televisivi più o meno da trent’anni a questa parte.

E’ in questa cornice comunicativa che vanno compresi #Ambiente protetto e #Italia sicura, reclame usate dal Premier e dal Ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti per spiegare una serie di misure a sostegno dell’ambiente contenute nel Decreto Legge n.91 del 24 Giugno 2014. Che contiene al capo II “ una serie di disposizioni urgenti per l’efficacia dell’azione pubblica di tutela ambientale e la semplificazione dei procedimenti in materia”. All’ottimismo del Ministro Galletti fanno da contraltare, però, tutta una serie di critiche verso il provvedimento governativo che gli sono piovute addosso da associazioni ambientaliste, e non solo. A fare le pulci al Decreto se ne comprendono le motivazioni: sotto accusa è finito innanzitutto il meccanismo del cosiddetto silenzio–assenso introdotto per la bonifica dei siti privati contaminati.

Un nuovo sistema di controlli che in pratica affida agli stessi privati che hanno inquinato le aree il piano di caratterizzazione, ovvero la certificazione sui dati degli inquinanti ivi presenti. Inquinatori e controllori della bonifica allo stesso tempo, con il solo obbligo di inviare all’Arpa (l’Agenzia regionale per la protezione ambientale) i risultati delle diverse operazioni svolte, che a loro volta (gli enti regionali) hanno 45 giorni di tempo per approvare. Dopodiché, scatta appunto il meccanismo del silenzio assenso e “il piano di caratterizzazione si intende approvato”, come è scritto nel Decreto. Con buona pace degli enti pubblici che dovrebbero controllare. E profonda soddisfazione degli avvelenatori, che con la parte del Decreto definita dal Ministro Galletti #ambienteprotetto gioiscono due volte. Perché non solo in pratica il Governo ha privatizzato i controlli e la pianificazione sulle bonifiche, ma ha alzato anche i possibili limiti di contaminazione delle acque marine. Avvantaggiando proprio i grossi stabilimenti che scaricano in mare i residui delle lavorazioni: acciaierie, ogni sorta di centrale, elettrica e a carbone, cementifici, raffinerie, e via inquinando. Infatti, questo prevede #ambienteprotetto, “le Autorizzazioni integrate ambientali rilasciate per l’esercizio possono prevedere valori limite di emissione anche più elevati, in proporzione ai livelli di produzione”. Cioè, maggiore sarà la produzione, più intensa sarà la libertà di contaminare le acque e derogare al Codice dell’ambiente da parte degli industriali. Fu Giovanni Paolo II una volta, un Papa, non certo un militante di Greenpeace, ad ammonirci sul fatto che “un giorno la natura si sarebbe ribellata”!

E’ proprio a contrastare la “natura ribelle” che è dedicato l’articolo 10 del decreto n.91 che reca il titolo: ”misure straordinarie per accelerare l’utilizzo delle risorse e l’esecuzione degli interventi urgenti e prioritari per la mitigazione del rischio idrogeologico”. Misure di contrasto al dissesto idrogeologico, dunque. Operazione ribattezzata subito dai ghost writer renziani come #Italia sicura da quei fenomeni come alluvioni, frane, terremoti, che spesso, da più parti, vengono considerati come provocati dal corso naturale degli eventi, nel loro fisiologico, ciclico, verificarsi. E che invece – mentre assistiamo in ogni stagione, in quasi ogni regione d’Italia, a scene di fiumi che esondano, a torrenti rigonfi di fango che invadono i centri abitati, spazzando via tutto ciò che trovano lungo il loro corso, macchine, case, persone, devastando scuole, ponti, strade – lasciano intravedere, purtroppo, l’intervento antropico.

Il rischio idrogeologico.
Dalla frana di Sarno, avvenuta nel 1998, la tragedia che causò la morte di 160 persone, nessun posto, o quasi, in Italia, ne è immune. Sono più di seimila, i Comuni nel nostro Paese a rischio idrogeologico. La lista dei disastri più recenti è lunga: la provincia di Messina, quella di Genova e di La Spezia in Liguria, di Olbia, Nuoro e dell’ Ogliastra in Sardegna. Una delle ultime tragedie, in ordine di tempo, è accaduta nelle Marche il 3 Maggio scorso: i danni più imponenti si sono avuti a Senigallia, dove in poche ore il fiume Misa, straripando, ha portato via tutto ciò che ha trovato sul suo corso, case, strade, provocando anche due morti. Ora, una Commissione consiliare (che aspetta ancora di essere riunita per la prima volta) dovrà accertare le responsabilità, perlomeno quelle amministrative – se ci sono state. Chi è stato scelto per presiederla, – la Commissione – è un consigliere comunale dell’opposizione, si chiama Roberto Mancini, ed è anche colui che si è battuto fortemente perché si istituisse. “E’ un’indagine innanzitutto conoscitiva, tesa ad acquisire documenti, a tenere audizioni con i testimoni del disastro, organi pubblici ma anche cittadini”, racconta, sottolineando l’importanza di accertare eventuali responsabilità politico -amministrative. “Certo è, che quel giorno, il 3 Maggio, non credevamo ai nostri occhi, il fiume si è rotto in diciannove punti, lungo gli ultimi tredici km prima della foce. Forse il disastro era inevitabile; ma ciò che è altrettanto certo, è che lì vicino, proprio a ridosso del Misa, si è costruito tanto, non solo case, anche centri commerciali”.

Punta il dito, (Mancini) contro chi nel passato “ha ipotizzato per Senigallia uno sviluppo urbano pari a circa 100.000 abitanti a fronte dei 40.000 che è, invece, oggi, la popolazione effettiva. Ma anche “ lo sviluppo eccessivo dell’agricoltura intensiva e la mancata pulizia del letto del fiume hanno contribuito al disastro”. “Un capitolo a parte” – continua – “è quello della gestione dell’emergenza, dove la comunità ha dato una lezione alle istituzioni in termini di costruzione della solidarietà, a fronte di un piano idrogeologico che risulta insufficiente un po’ in tutta la Regione”. Eppure, – secondo gli stessi dati disponibili sul sito del Ministero dell’Ambiente – nelle Marche sono a rischio alluvione più di cento comuni. Un segno evidente di come la cementificazione eccessiva, col tempo, abbia ridotto la capacità di assorbimento dell’acqua.

E’ allarme idrogeologico anche in Abruzzo, dove ai continui pericoli di frane si somma la tensione sismica. Anche qui, Augusto De Sanctis, portavoce del forum abruzzese per l’acqua, che fa parte anche del “Coordinamento nazionale siti contaminati” punta il dito contro l’uso indiscriminato e selvaggio del territorio, dati Istat alla mano. “Si continuano ad autorizzare sui territori grandi opere inutili ed impattanti, oltre che pericolosissime, visto il contesto idrogeologico in cui si inseriscono”, – dice – citando, come esempio di scelleratezza ambientale, il Decreto del Ministero dell’Ambiente n. 165 del 19 giugno scorso, con cui si autorizza la società Gas Plus a perforare il suolo a quasi mille metri di profondità, per poter costruire due nuovi serbatoi per l’estrazione del gas nel comune di San Martino sulla marrucina, in provincia di Chieti. Un contesto in cui, – come ammette lo stesso Dicastero a pagina 7 del provvedimento autorizzativo – “ la sismicità del suolo potrebbe innalzarsi fino a 3.0 di magnitudo sulla scala richtel a causa dell’aumento delle attività antropiche”.

“ Altro che #ambiente protetto”, continua De Sanctis, “le autorizzazioni giunte dagli enti ministeriali a progetti come quello della Gas Plus in provincia di Chieti ( su cui attualmente pende un ricorso al Tar del Lazio da parte dei sindaci di alcuni comuni della zona) dimostrano in maniera siderale la distanza tra ciò che si dice e i provvedimenti politici e di legge che vengono poi effettivamente presi: per salvaguardare l’ambiente ma in fondo la vita delle persone”.

Se esista una reale correlazione scientifica tra le attività estrattive e i disastri come le frane e i terremoti lo abbiamo chiesto a Franco Ortolani, professore ordinario di geologia, direttore del Dipartimento di Pianificazione e Scienze del Territorio all’Università Federico II di Napoli, tra i massimi studiosi italiani in materia. “ Premesso che il territorio italiano è attraversato da centinaia di faglie ancora attive, – ovvero capaci di creare terremoti – e che se ulteriormente destabilizzate potrebbero creare grossi pericoli, bisognerebbe avere il coraggio di dire, da più parti, che molte di queste attività vanno fermate”. Il suo ragionamento, – nonostante la complessità scientifica della questione in oggetto – è semplice, ma efficace. E naturalmente supportato dalla sua statura accademica.

“ Vi sono dei rischi gravissimi quando si concedono, come spesso è accaduto in Italia, permessi per l’estrazione di idrocarburi in aree interessate da faglie attive senza valutare bene prima quanta energia tettonica si sia accumulata in quelle zone con il passare dei secoli. “Sono tantissimi, ormai, gli studi geologici e di vulcanologia che documentano la sismicità indotta dalle operazioni petrolifere, ma non è questo il punto” – racconta il prof. Ortolani – spiegando come l’Italia sia un Paese ad alta sismicità già di suo, e mostrando preoccupazione per alcuni territori in particolare.

“Come è successo in Emilia due anni fa, dove le attività di estrazione del gas realizzate negli ultimi 50 anni hanno sicuramente contribuito a “risvegliare” le faglie attive; lo dico senza nessun tipo di allarmismo, ma bisognerebbe preoccuparsi di quanto continua ad accadere nel luogo in cui si trova il maggior centro di estrazione petrolifera italiana, la Val D’Agri, in Basilicata, una zona fortemente sismica. E se pensate che di recente si sono fatti persino sondaggi in Irpinia”. Altro che #Italiasicura! – sbotta il professor Ortolani.

In verità, nonostante l’ottimismo del Governo Renzi, a leggere il Decreto Legge n.91, a mettere in fila fatti, ad ascoltare alcune dichiarazioni, – come quelle rilasciate dallo stesso Presidente del Consiglio al Corriere della Sera qualche settimana fa – (si potrebbe raddoppiare la percentuale del petrolio e del gas in Italia e dare lavoro a 40 mila persone e non lo si fa per paura delle reazioni di tre, quattro comitatini) qualche dubbio sull’efficacia delle politiche messe in atto finora per proteggere l’ambiente, i territori e la salute dei cittadini, consentitecelo. Soprattutto perché al di là degli slogan diffusi via twitter, c’è un Paese reale che sta franando.

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