Ecologia e merceologia: un rapporto necessario

di Giorgio Nebbia

L’ecologia, come spiega bene il nome, si occupa della descrizione (logos, in greco), di quanto avviene nell’ambiente (ecos, in greco), cioè dei rapporti fra gli esseri viventi e l’ambiente in cui vivono e con cui scambiano sostanze chimiche ed energia. Gli esseri viventi traggono dall’aria, dalle acque, dal suolo, le sostanze necessarie alla vita e negli stessi corpi naturali immettono le inevitabili scorie della stessa vita. Questi scambi sono cominciati quando i primi esseri viventi sono comparsi sulla Terra, una trentina di milioni di secoli fa e, con i loro continui mutamenti, hanno modificato l’ambiente inorganico, la composizione chimica dell’atmosfera, la superficie delle terre emerse, la composizione e l’estensione degli oceani.

Dal punto di vista di noi umani, la prima grande svolta si è avuta circa duemila secoli fa quando, fra le varie specie di animali del genere Homo, è comparsa quella di Homo sapiens; una seconda ”rivoluzione” si è avuta appena 100 secoli fa, quando le prime comunità umane hanno cominciato a coltivare le piante, ad allevare animali, a estrarre pietre e metalli dalle rocce, a costruire case, edifici, e poi strade e canali e a scambiare merci fra i diversi paesi. Tre secoli fa, poi, gli esseri umani hanno imparato a costruite macchine metalliche e ad estrarre i combustibili nascosti nelle viscere della Terra. E’ stato così possibile produrre e vendere crescenti quantità di merci e cose utili, ma, nello stesso tempo, si sono diffusi e amplificati i fenomeni che chiamiamo inquinamenti, erosione del suolo, mutamenti climatici.

Le modificazioni ecologiche negative per noi umani sono proporzionali alla quantità di merci prodotte e usate, e dipendono dalla loro qualità. Per attenuare gli effetti negativi ambientali è oggi difficile rallentare la crescita della quantità delle merci usate, dal momento che ogni governante invoca per il proprio paese proprio una “crescita” dei consumi; nei paesi poveri per soddisfare anche elementari necessità di vita quotidiana; nei paesi opulenti per tenere, come dicono, in moto l’economia con l’invenzione di sempre nuove merci offerte con le raffinate tecniche della pubblicità.

Bisogna quindi prestare attenzione almeno alla qualità delle merci; a questo proposito utili informazioni sono fornite da un’altra disciplina, la merceologia, che si occupa proprio dei processi di produzione delle merci e dei caratteri dei prodotti commerciati e venduti. La merceologia si è sviluppata fiorente quando sono nate le scuole superiori universitarie per la preparazione degli operatori economici: quella di Bari, centotrenta anni fa. La merceologia insegna che i prodotti commerciali non sono neutrali e che gli effetti ambientali, nella produzione e nel consumo, dipendono dalle caratteristiche chimiche e fisiche dei vari prodotti. Gli acquirenti, li chiamano ”consumatori”, in genere non sanno come sono fatte le merci che comprano, quali risorse naturali sono state usate, quali rifiuti generano durante la produzione e dopo l’uso.

I governanti e i “consumatori” si interrogano sulle merci, dagli alimenti agli innumerevoli prodotti industriali, soltanto quando i fumi li fanno ammalare, l’acqua diventa imbevibile, il suolo si copre di rifiuti. La comparsa di schiume e alghe nel mare dipende dalla qualità e composizione delle polveri e dei liquidi che le famiglie usano per lavare indumenti e stoviglie, i cui ingredienti, trascinati attraverso le acque di lavaggio, finiscono nel mare e ne alterano gli equilibri ecologici. L’inquinamento delle acque dei fiumi è dovuto agli scarichi delle città o degli allevamenti zootecnici e dal tipo di concimi usati in agricoltura. Le persone sono disturbate dai fumi che fuoriescono dai tubi di scappamento degli autoveicoli e che dipendono dalla composizione chimica dei carburanti che loro stesse, come consumatori, acquistano al distributore. Le persone giustamente protestano per i fumi e le polveri che fuoriescono dalle fabbriche, ma non sanno niente di quello che viene trattato per fabbricare quei prodotti di cui loro stesse sono “consumatori”.

Le stesse associazioni di consumatori sono più attente alle tariffe e ai soldi che all’informazione sulla qualità delle merci per le quali i loro associati spendono gran parte del loro salario e che si ammalano per la maniera in cui tali merci sono prodotte e usate. L’attenzione per l’ambiente ha fatto nascere tutta una nuova categoria di merci “verdi”, ma anche in questo caso i consumatori devono fidarsi della pubblicità e della parola degli “scienziati” dei venditori. La composizione di molte merci è stabilita con leggi europee e nazionali, che però spesso sono scritte per arrecare il minimo disturbo alle imprese e ai loro bilanci aziendali piuttosto che per rendere minimi i danni alla salute e alla natura.

Chi amasse veramente l’ecologia e la propria vita dovrebbe chiedere di essere informata delle materie prime impiegate, dei processi produttivi, della qualità e dei controlli effettuati sulle merci che trova nel negozio e sul loro destino dopo l’uso. Fabbricare merci sbagliate non giova neanche alle imprese e all’occupazione. Forse la diffusione di una genuina cultura industriale e merceologica farebbe stare meglio le persone e farebbe crescere posti di lavoro duraturi.