Capitalismo Natura Socialismo - HOMEPAGE ECOLOGIA POLITICACNS - rivista telematica di politica e cultura
nn. 1/2 - gennaio-agosto 1999, Anno VIII-IX, fasc. 22-26

INDICE
nn. 1/2

SOCIALISMO ECOLOGICO E TERZO MILLENNIO
Mike Davis*
   
 

1. La notte dei morti viventi

Marx può essere considerato il primo dei Caotici moderni. I suoi studi storici ed economici hanno anticipato le successive ricerche di Poincaré sul ruolo costitutivo delle turbolenze e dei cambiamenti catastrofici dello stato della natura. L'esempio più ovvio è l'analisi, ne Il Capitale, dei cicli economici e del perché è impossibile nell'economia capitalista, realizzare un equilibrio dinamico stabile tra valore e prezzi, tra offerta e domanda. Marx ha svelato le leggi tempestose del caos che regnano nella cosiddetta utopia newtoniana del mercato. Ma egli era affascinato anche da altri tipi di fenomeni caotici: la frequenza imprevedibile con la quale le isterie di massa, le manie monetariste e le allucinazioni populiste usurpano la scena storica mondiale per brevi ma decisivi momenti. Il diciotto Brumaio è l'analisi classica di una tale congiuntura non-lineare, nella quale l'impossibilità strutturale di una coscienza classista tra i contadini francesi ha fatto risorgere il Bonapartismo come soluzione 'fantasiosa' al blocco 'reale' delle forze sociali.

Sono convinto che, se fosse vivo oggi e potesse dire la sua sulla rottura rapida e non violenta del "socialismo realmente esistente", Marx sottolineerebbe il carattere allucinatorio della visione che ha galvanizzato le masse durante le cosiddette rivoluzioni del 1989. Il miraggio verso cui milioni di persone marciavano, era la cornucopia del Fordismo: vale a dire la società dei consumi di massa, con alti livelli di salari e di consumi, tuttora identificata con lo stile di vita americano (e del Nord-Europa). La sola emancipazione raggiunta dagli sfortunati cittadini dell'ex-blocco di Varsavia, è un paleo-capitalismo sinistro, che combina tutti gli elementi più arretrati e più brutali del sotto-sviluppo (ivi compresa la rapina accelerata delle risorse naturali e delle foreste vergini da parte delle imprese multinazionali), con gli aspetti più avanzati della criminalità organizzata mondiale. Alcuni pensano che questa "notte dei morti viventi" sia solo un tragico incidente di percorso sulla strada del vero liberismo; altri pensano invece che sia l'unica strada storicamente possibile. Da quando la Cina è diventata la mega-fabbrica dello sfruttamento più brutale dell'economia globale, la vecchia Urss è stata declassata al livello di 'colonia' ecologica da saccheggiare, da parte delle sue voraci élite interne e dei suoi partner in affari dell'Ovest.

2. Necrologio del Fordismo

Perché l'avvento della "società civile" in Russia e negli altri stati post-stalinisti si è trasformato nell'incubo della povertà di massa e dell'anarchia criminale? Una parte della risposta è che i propagandisti del capitalismo, come ad esempio Jeffrey Sachs, hanno tenute nascoste ai loro ingenui clienti quelle pagine del "contratto" dove sono registrati gli enormi costi sociali pagati a seguito dei cambiamenti introdotti dall'era Thacher e Reagan. Per dirla in gergo: ci sono i modi di produzione e poi ci sono i regimi storicamente dati di accumulazione all'interno di tali modi. Così, nell'era "dell'Atlantismo" - più o meno gli anni '50-'70 - il capitalismo si è sviluppato soprattutto attraverso l'approfondimento (deepening) del mercato interno guidato dall'aumento dei salari innanzitutto in America del Nord, ma anche in Germania occidentale, Giappone, Francia e Gran Bretagna, press'a poco in questo ordine nel corso del tempo. Questo è il regime (o "struttura sociale di accumulazione", secondo la terminologia alternativa proposta da David Gordon) che gli economisti chiamano "Fordismo", il cui necrologio non è - ovviamente - pubblicato sulla Pravda.

In un precedente libro, Prisoners of the American Dream, mi sono occupato della transizione nel periodo 1965-75, quando il consumo di massa dei beni durevoli raggiunse la "saturazione" nei principali mercati dell'Ocse, e la rivolta dell'operaio-massa contestò ovunque l'autoritarismo del processo di lavoro. Per sostenere il Fordismo sia nella variante del New Deal che in quella socialdemocratica, bisognava che nuove fasce di produttori-consumatori di massa entrassero nel sistema. Il problema specifico dell'Europa occidentale era l'industrializzazione del bacino del Mediterraneo, mentre negli Usa si trattava della doppia sfida di dare piena cittadinanza economica agli Afro-americani e favorire la riforma agraria e i sindacati nelle zone dell'America latina sotto il controllo degli USA.

Tutti e tre questi progetti sono falliti. Negli Usa, la Seconda Ricostruzione è stata interrotta dall'eclissi della Great Society determinata dalla guerra in Vietnam, nonostante la nascita di una nuova classe media nera formatasi con l'ingresso dei neri nella pubblica amministrazione. Successivamente, la fase ha invertito il suo senso di marcia alla fine degli anni '70, con la débacle della legge Humphrey-Hawkins sul pieno impiego e con la fine dei grandi programmi urbanistici federali. L'Alleanza per il Progresso era segnata fin dall'inizio, perché la sua priorità era il contenimento della Rivoluzione cubana, e comunque i miglioramenti economici da essa prodotti in America latina negli anni '60 furono presto confiscati dalle banche internazionali, durante la crisi del debito di fine anni '70-'80. Le élite latino-americane, vecchie e nuove, risposero alla crisi simultanea del debito e al crollo dei prezzi delle materie prime, aumentando sempre di più lo sfruttamento delle risorse naturali, in particolare in Amazonia e negli ecosistemi delle foreste tropicali del Messico meridionale e del Centro-america.

Il Reaganismo fece fare un grosso passo avanti al liberismo, dopo la fine della guerra fredda. Sulla base dell'eredità lasciata dall'era Volcker-Carter (seconda guerra fredda e abbandono delle città), la Rivoluzione Reaganiana cominciò a smantellare quegli elementi del Welfare/New Deal e della cittadinanza sociale post-bellica, che non interessavano le classi medie. L'enorme debito federale di Reagan - accumulato per finanziare la lunga guerra economica di posizione contro l'Urss e la riduzione delle tasse delle classi medie, indebitandosi sull'estero nei confronti di Germania e Giappone - finì per trasformare la struttura della politica americana. In primo luogo, agì come barriera insuperabile di fronte ai tentativi di ricreare il keynesismo del New Deal, favorendo lo sviluppo di un programma post-liberale (il Reaganismo dal volto umano) in seno allo stesso Partito Democratico. In secondo luogo l'internazionalizzazione del deficit federale rafforzò il consenso bi-partitico di Washington alla libertà del commercio estero, vanificando sistematicamente tutti i tentativi di salvare milioni di posti di lavoro industriali, caduti sotto la scure della globalizzazione.

Nel frattempo, in Europa, decenni di sforzi per uno sviluppo regionale sulle sponde del Mediterraneo non sono riusciti nel loro intento di dar vita ad una Cintura del sole (sunbelt) europea; si è sviluppata invece l'area intorno alle Alpi, grazie agli investimenti high tech. Lo scarto tra Europa del Nord e Europa del Sud è rimasto costante per trent'anni, e la disoccupazione resta concentrata in Andalusia, nel Mezzogiorno italiano, e in Grecia. I contribuenti della Germania occidentale, impegnati nella riunificazione con la ex Ddr, dispongono di meno risorse che in passato per affrontare i problemi del Mediterraneo, la cui crisi ambientale è in fase avanzata e minaccia di trasformare il Mediterraneo in un mare morto. L'integrazione dell'Europa dell'Est e dei paesi Baltici - che sono una fonte di mano d'opera a buon mercato per la Ue a direzione tedesca - è la realizzazione a scoppio ritardato di una componente importante del progetto del Terzo Reich. Anche se l'ex Ddr, la Repubblica Ceca, la Slovenia, eventualmente l'Ungheria - i gioielli industriali della Corona nelle vecchie economie dominanti - riuscissero ad integrarsi nella zona degli alti salari, il resto dell'Europa orientale e i Balcani dovranno rassegnarsi a diventare il Messico d'Europa. Il Maghreb e l'Africa occidentale, che negli anni sessanta speravano di entrare nella prosperità grazie alle ricadute dal Mediterraneo industrializzato, sono stati cancellati, "disinnescati", nel nuovo ordine europeo.

3. La classe globale dei super-ricchi

Il Fordismo è stato sostituito da una ristrutturazione dell'economia, che ha creato crescenti diseguaglianze. Nella sua forma tipica/ideale, il Fordismo aveva stabilizzato la ripartizione del PIL tra capitale e lavoro esistente nel 1950 circa, espandendo la quota di entrambi i fattori grazie ad un feedback positivo tra alti salari, alta produttività ed alti profitti. Il post-fordismo, invece, ha sostituito i mercati di massa con mercati frammentati; la crescita guidata dai salari operai con quella guidata dagli stipendi; la divisione nazionale del lavoro con quella globale, la produzione alla catena di montaggio con quella flessibile.

Dal lato della domanda, la forza trainante dell'economia non è più la domanda effettiva del 60-70 % della popolazione, quella sostenuta dal sindacato e dalle leggi per il reinserimento dei reduci della seconda guerra mondiale e della guerra di Corea, bensì quella del 25-30% della popolazione, la fascia tradizionale dei manager/professionisti, più le nuove élite dell'era informatica, i cui redditi consentono il consumo di beni e servizi una volta considerati di lusso. La loro quota crescente di reddito nazionale deriva dalla ridistribuzione del reddito che a sua volta deriva dalla riduzione delle tasse e dai tagli del welfare voluti sia dai Democratici che dai Repubblicani; deriva anche dalla "mano invisibile". Gli Yuppies sono, del resto, i soggetti meno esposti alla concorrenza, nel loro mercato del lavoro. Negli Usa, questa nuova classe media è concentrata nelle quattro città tradizionali del ceto medio - Seattle, San Francisco, Boston e Manhattan - e nelle "città di periferia" (edge cities) dell'America metropolitana , che monopolizzano sempre di più le risorse della crescita (posti di lavoro, reddito, tasse, cultura e voti).

Nell'Europa del Nord, esclusa la Gran Bretagna "thatcherizzata", il pieno sviluppo di questa logica post-fordista è stato frenato dal potere del sindacato e dall'ideologia socialdemocratica. Perfino in Francia, nonostante la debolezza dei sindacati, le proteste di massa dello scorso anno hanno messo in luce l'impopolarità di misure tese a far regredire la cittadinanza sociale e la rete della sicurezza sociale, ad eccezione del caso in cui le vittime siano gli immigrati. In America latina, d'altra parte, così come negli Stati petroliferi, in Tailandia, Malaysia e anche in India, le classi medie locali sono una massa critica sufficiente a promuovere il "miracolo" economico neo-liberista, basato sulla privatizzazione dell'industria di Stato e sull'allargamento del divario tra un terzo di popolazione privilegiato (o anche solo di un quarto) e il resto della società.

In breve, lo scenario più dinamico dell'accumulazione del capitale globale è diventato nel corso dell'ultima generazione quello della crescita del reddito limitata alla cerchia di 200-300 milioni di persone tra capi, dirigenti, professionisti e lavoratori-chiave- dell'informazione, usciti vincenti dalla lotta redistributiva degli anni '70 e '80 - lotta che non ha sempre assunto, bisogna riconoscerlo, la forma classica del conflitto tra capitale e lavoro nei siti industriali tradizionali, ma quella del conflitto sul fisco, sulla casa, sui diritti sociali, sulle privatizzazioni e sul protezionismo. In termini ecologici, il consumo di natura da parte della classe globale dei nuovi ricchi è pari a quello di due miliardi di persone, i poveri della Terra.

Anche dal lato dell'offerta, l'industrialismo post-fordista è sempre più frammentato e diversificato a scala globale. La riproduzione sociale del 30% meno pagato dalla popolazione Usa, ad esempio, dipende dalle merci a buon mercato prodotte nelle economie "del sudore e dello sfruttamento" (sweatshop) del Sud-est asiatico, soprattutto in Cina, le cui industrie leggere hanno la capacità di soddisfare ogni concepibile livello di domanda mondiale (in effetti l'integrazione della Cina nel mercato mondiale sta rapidamente cancellando la nicchia dell'industria leggera, come opzione strategica praticabile dagli altri paesi in via di sviluppo). Nei centri industriali metropolitani, la tecnologia micro-elettronica rivoluzionaria, potenziata dai "circoli di qualità" per sfruttare ogni riserva latente di creatività individuale e sociale dei lavoratori, ha portato ad un ridimensionamento continuo della manodopera industriale tradizionale in tutti i principali paesi, con la sola eccezione della Germania occidentale.

In termini keynesiani classici, la simultanea stagnazione dei salari e la contrazione della classe operaia industriale, assieme agli incerti aumenti di produttività manifatturiera, avrebbero dovuto rapidamente ricreare negli Usa le cause della Grande Depressione. L'attuale espansione, ad esempio, è la prima nella storia americana, che si verifica senza un sostanziale aumento dei salari reali. La crisi da "sotto-consumo" è stata finora esorcizzata da quattro forze che si riequilibrano tra di loro: i drastici aumenti di reddito e di ricchezza del 25% più ricco della popolazione; l'ingresso del secondo reddito nei nuclei familiari, derivante dall'espansione dei posti di lavoro nei settori dell'informatica e dei servizi (che frena il crollo del reddito delle famiglie); gli alti tassi di "formazione del capitale" nelle tecnologie dell'informazione e nella finanza; l'espansione delle esportazioni finanziata dalle importazioni grazie alla capacità pressoché unica degli Usa di sostenere alti deficit commerciali nel tempo, senza pagarne il prezzo sui mercati finanziari.

4. La classe globale inferiore

Alcuni sapientoni affermano che il "capitalismo del silicio" cancellerà la classe operaia tradizionale. Ciò resta da vedere. Globalmente, la deindustrializzazione dell'ex-Urss, Polonia, Gran Bretagna e Usa è stata compensata dalla crescita di una nuova classe operaia industriale nei paesi dell'ASEAN e in Cina. In effetti la Cina potrebbe produrre decine di milioni di posti di lavoro industriale, entro la prossima generazione.

In Cina, tuttavia, anche secondo gli scenari più ottimistici, la crescita del lavoro urbano non riuscirà ad assorbire la popolazione eccedente, che abbandonerà la campagna. E nel resto del mondo in via di sviluppo (o, come nel caso russo, in regressione di sviluppo), l'urbanizzazione è diventata sempre più separata dall'industrializzazione e, per questa ragione, dalla crescita dell'economia mondiale in sé. L'accumulazione post-fordista negli Usa e in altri paesi dell'Ocse, e altrove il neo-liberismo, hanno ridotto la crescita dei posti di lavoro, precisamente nel punto della curva demografica mondiale dove i posti di lavoro sono più disperatamente necessari per stabilizzare le condizioni sociali dei più esplosivi centri urbani.

Questa fame globale di posti di lavoro, è rafforzata da fattori che spingono masse incredibili di giovani fuori dalle zone rurali, indipendentemente dalle condizioni del mercato del lavoro esistenti nelle aree urbane di destinazione. Tra gli specialisti non esiste una posizione certa circa le cause per cui le riserve rurali di manodopera si stanno tutt'a un tratto sfaldando. La crescita dell'agricoltura capitalista e la Rivoluzione verde sono la spiegazione ormai tradizionale, ma ho il sospetto che siano entrati in azione fattori ambientali locali ancora più importanti, come la distruzione delle risorse comunitarie di base. L'emigrazione è sempre stata la terza opzione alla disoccupazione rurale e urbana: nonostante le squallide immagini di orde gialle e nere che travolgono i paesi ricchi, le migrazioni di manodopera sono recentemente tornate ai livelli che avevano caratterizzato l'apertura mondiale dell'economia negli anni 1890-1914. Ma non ci sono più "terre vuote", liberate dal genocidio degli abitanti cacciatori/raccoglitori, a disposizione degli insediamenti coloniali. I colpi di coda xenofobi contro gli immigrati, in Europa occidentale e negli Usa, minacciano d'altra parte, di chiudere le limitate opportunità esistenti per l'immigrazione, legale od illegale, nelle principali economie metropolitane.

I "dannati della terra" di Franz Fanon si sono dunque spostati dalle campagne verso le grandi città. Negli anni '90 il mondo si urbanizza molto più in fretta di quanto previsto dal pure catastrofico Club di Roma negli anni '70, ed in molti casi la maggior parte della nuova popolazione urbana non ha alcun rapporto "formale" con l'economia mondiale dominata da Phillips, General Motors e Toyota. La classe sociale a più rapida crescita del pianeta è rappresentata dagli abitanti giovani delle favelas, che sopravvivono grazie ai miracoli quotidiani dell'informale esistente nelle più grandi città del mondo. Alla fine del decennio, saranno un miliardo.

Esiste una classe globale inferiore che sfugge ad ogni definizione o descrizione sociologica. Gli stereotipi tradizionali, che equiparano i nuovi poveri urbani ai fenomeni di anomia, violenza e analfabetismo, non riescono ad inquadrare questa realtà variegata: ad esempio il livello degli omicidi è più basso a Calcutta che a Tokyo, i poveri del Cairo sono organizzati dalla società mussulmana, le colonie di Mexico City hanno dimostrato capacità sorprendenti di auto-sostegno e disobbedienza civile, ecc. Le uniche cose che i poveri hanno in comune sono la disgregazione delle condizioni di vita e la mancanza di ogni ragionevole prospettiva di integrazione nell'economia formale. Nell'ordine mondiale post-fordista vi è un'eccedenza di popolazione biologica, senza nessun valore di mercato, nemmeno come carne da cannone o come schiavi.

5 Fine della "frontiera di Magellano"

Lasciatemi riassumere le parti-chiave del mio ragionamento, inserendovi alcuni anelli mancanti: nelle condizioni post-fordiste la macchina del lavoro globale si è rotta. Il lavoro abbandona le zone rurali a ritmi più alti del previsto. L'urbanizzazione ha fatto un forte balzo in avanti dal 1980, e metà circa della crescita urbana si è concentrata nelle città più grandi. Queste mega-città del XXI secolo, tra 8 e 20 milioni di abitanti, rappresentano un fenomeno nuovo, che va al di là dell'esperienza urbanistica del XX secolo: dal 15 all'80% della loro forza-lavoro potenziale, in un arco che va da Los Angeles a Giakarta a Brazzaville, vive nel mondo fantasma del settore informale. Allo stesso tempo, perfino le più povere di queste mega-città conoscono concentrazioni di ricchezza mai viste prima. Al Cairo, ad esempio, ci sono circa ventimila milionari (in dollari).

Quali sono i limiti sociali ed ecologici di questa "sovra-urbanizzazione" indotta dal mercato mondiale? Lo spettro malthusiano di un pianeta sovraffollato e morente è, senza dubbio, una frottola giornalistica. Le migliori stime dell'Onu mostrano che la popolazione mondiale si stabilizzerà, a metà del XXI secolo, sugli 8-10 miliardi, rimanendo entro i limiti delle capacità di carico teoriche dell'agricoltura sostenibile e della mobilitazione delle risorse. Ma ciò è solo apparentemente rassicurante, poiché non dice nulla sull'attuale distribuzione classista delle risorse né sui modelli tradizionali di insediamento. Le mega-città post-fordiste sono, sostanzialmente, degli UFO: nessuno può dire con certezza che sopravviveranno nel lungo termine. Molte di loro avrebbero già dovuto esplodere o collassare, ma sono tenute insieme dalle eroiche improvvisazione dei loro abitanti.

Preoccupante è il fatto che, dal 1970, i ritmi più alti di urbanizzazione siano avvenuti nelle regioni più esposte a radicali fluttuazioni nel rifornimento di acqua, come le cinture semi-aride e desertiche; oppure a disastri naturali catastrofici, come nel caso della dorsale del Pacifico soggetta a terremoti, maremoti e smottamenti vulcanici. A cominciare da Mexico City, molti sistemi urbani in America latina, Medio oriente e India sembrano vicini ai limiti massimi di rifornimento di acqua potabile. Analogamente, come ha dimostrato l'intensificarsi delle inondazioni e dei terremoti nell'ultimo decennio, la catastrofe naturale sta diventando una variabile sempre più importante dell'economia del XXI secolo. L'industria mondiale delle assicurazioni ha stretto un'alleanza bizzarra con Greenpeace, nello sforzo di fare conoscere i costi crescenti delle catastrofi naturali che, affermano, dovrebbero essere interamente trasferiti al bilancio pubblico.

Allo stesso tempo, molte delle infrastrutture fondamentali da cui dipendono l'urbanizzazione e l'agricoltura moderna del XX secolo - in particolare le dighe e le reti di irrigazione, ma anche i canali per il controllo delle inondazioni e i sistemi per il rifornimento di acqua alle città - diventeranno obsoleti entro i prossimi 50 anni. Il deficit di infrastrutture è già così grande nelle città sia ricche che povere, che il costo di sostituzione o rinnovo dei sistemi idraulici esistenti è semplicemente iperbolico per poterlo prendere in considerazione. Alcuni esperti dell'agricoltura irrigua vanno oltre, e prevedono crisi ambientali generali, dovute all'accumulo di salinità (come nella Vallata occidentale di San Joaquim) o al deficit di sedimentazione (come nel caso del Nilo) che potrebbero portare al collasso e alla desertificazione. L'improvvisa decisione della Cina di emulare Stati uniti ed ex-Urss nella costruzione di grandi dighe e canali di irrigazione, oltreché impianti di industria pesante, senza adeguate salvaguardie contro gli inquinamenti tossici delle aree urbane, non fa che rafforzare il pessimismo ambientale.

Abbiamo forse raggiunto i limiti ambientali dell'espansione capitalistica? L'economia politica classica era ossessionata dal problema dei vincoli naturali (soprattutto di suoli fertili e di carbone) della rivoluzione industriale. Marx e gli ultimi neo-classici come Jevons, dimostrano che non ci sono limiti naturali in assoluto, almeno nel futuro prevedibile (anche se Marx ebbe un ripensamento profetico sul degrado capitalista dei suoli). Le ricorrenti crisi delle risorse, nella storia del capitalismo, sono state superate con la scoperta di nuovi giacimenti e di prodotti sintetici, con le innovazioni di produzione e, naturalmente, con l'imperialismo e le sue conquiste. Ma diversamente dalla "crisi energetica" degli anni '70, vi è la prova che l'agricoltura e l'urbanesimo in varie regioni (una è il Messico) si stanno ormai avvicinando a limiti reali (rigidi, anche se non ancora assoluti) come quello dell'acqua e del suolo fertile. Le riserve mondiali di cereali sono anch'esse cadute al livello storicamente più basso, in parte a causa del catastrofico crollo dell'agricoltura di stato in Russia, dove i raccolti sono calati di oltre 50 milioni di tonnellate negli ultimi sei anni. Inoltre le frontiere delle risorse naturali aperte allo sfruttamento intensivo nel corso degli anni '70 - Amazzonia, Borneo, Chiapas Nuova Guinea, sponda settentrionale dell'Alaska e Mare del Nord britannico - forniranno nei prossimi anni ricavi decrescenti per pagare il debito o per insediare le popolazioni eccedenti. Non c'è più capitale nei nuovi territori e suoli e nelle foreste vergini. La crisi di sovra-urbanizzazione coincide in effetti con la fine della frontiera globale, aperta alla dominazione europea dai viaggi di Colombo e Magellano. Nuovi miraggi scientifici, come i raccolti geneticamente manipolati e l'energia da fusione a buon mercato, ammiccano in lontananza, ma i parametri ambientali reali del post-fordismo sono sempre più precari.

La variabile fuori controllo è il cambiamento climatico: il surriscaldamento umano del sistema atmosferico/oceanografico è diventato un dato scientifico: solo "fucili" prezzolati dall'industria del profitto osano contestare questo carico schiacciante di prove. Allo stesso tempo non vi è consenso sul ritmo del cambiamento, né sulle sue conseguenze. Gli scenari di cui si discute vanno dalla fine improvvisa della Corrente del Golfo (che farebbe piombare sull'Europa Nord-occidentale un clima tipo Isole Sptizbergen), alla graduale sommersione delle isole più basse e dei paesi sulla costa degli oceani Pacifico ed Indiano. Gli sforzi per attenuare questi fenomeni (anche ad un livello eroico, ben al di là di ogni proposta finora avanzata dai paesi ricchi) arriverebbero comunque troppo tardi per bloccare i cambiamenti climatici radicali dei prossimi cinquant'anni. In un modo o nell'altro, anche soltanto a causa dell'aumento di frequenza di eventi come siccità ed inondazioni, o per le migrazioni di malattie tropicali verso latitudini una volta temperate, il riscaldamento globale ristrutturerà la geografia dell'agricoltura e quello delle malattie. Di fronte a queste pressioni, le strutture più deboli della recente sovra-urbanizzazione, inevitabilmente cederanno.

6. Riscoprire la città socialista.

Il nocciolo del mio ragionamento (che non è poi così originale) è che le città giganti, affamate di lavoro, degli anni '90 diventeranno l'epicentro di grosse crisi sociali/ambientali agli inizi del XXI secolo. Oppure, daranno luogo ad olocausti per fame, di dimensioni mai più viste sin dal 1840; o causeranno nuove guerre per il controllo delle risorse vitali della città, come le fonti d'acqua e i fiumi. Come gli eventi del post-1989 hanno dimostrato nei Balcani, in Africa e nell'ex Urss, il crollo di intere società è una possibilità storica reale. Le mega-città più povere sembrano destinate a diventare inferni. In effetti, gli istituti di ricerca e le pubblicazioni neo-liberiste già parlano chiaramente della prossima "selezione" della razza umana.

La città è il problema ambientale centrale del prossimo millennio, ma può anche esserne la soluzione. La città capitalista (o del socialismo di stato), ricca o povera, ha represso la potenziale efficienza ambientale legate alla densità dell'insediamento umano. L'intelligenza sociale non-utilizzata della città - che si esprime quotidianamente nell'economia di sopravvivenza dei poveri - è una forza nascosta considerevole. Al centro di ogni visione socialista globale, quindi, deve esserci un programma di ristrutturazione urbana ecologica, creatrice di nuovi posti di lavoro. Ciò implica, necessariamente, la riscoperta di un'eredità perduta: il sogno della città socialista, come si era sviluppato tra il 1890 ed il 1934. Queste date non sono casuali. La ricerca di un urbanesimo socialista differente, alternativo, è cominciata con l'idea inglese del socialismo della ghilda, della "città giardino" per gli operai riconvertiti all'artigianato (sotto l'influenza delle idee bio-regionaliste di Kropotkin e, più tardi, di Geddes) ed è finita con il bombardamento del quartiere viennese Karl Marx Hauf, il grande esperimento di vita comunitaria del socialismo viennese, realizzato durante la guerra civile austriaca del 1934. In mezzo, vi sono l'invenzione del Kibbutz da parte di socialisti russi e polacchi, i progetti di edilizia social-democratica della Bauhaus, e lo straordinario dibattito sull'urbanesimo sovietico condotto dai costruttivisti.

Il portato ecologico di questa tradizione può essere illustrato da molti esempi. I costruttivisti, ad esempio, si sono misurati con il problema di creare isole di architettura socialista, contenenti nuove forme di cultura e socialità nel contesto di scarsità urbana post guerra civile. La loro soluzione fu la progettazione degli stupendi "centri operai" (la versione socialista della cattedrale medioevale e del grattacielo del capitalismo americano") che raggruppava biblioteche e servizi culturali, sportivi e socio-sanitari in un unico complesso, di solito situato nei pressi delle grandi fabbriche. In altre parole essi tentavano di contro-bilanciare la scarsità con la concentrazione della ricchezza pubblica e dei piaceri di massa.

La stessa idea sta alla base di quella che viene spesso vista come contraddizione insuperabile tra elevare il livello di vita dei poveri del mondo ed assicurare la sostenibilità delle risorse e degli eco-sistemi vitali. Certamente il sistema americano di ricchezza privata, basato su abitazioni isolate, molte automobili e spreco diffuso di cibo, non è compatibile con alcuna bio-etica razionale. Ma la ricchezza pubblica - rappresentata dai grandi parchi pubblici urbani, da musei e biblioteche gratuiti, da opportunità infinite di interazione umana - offre un'altra strada per costruire un modello di vita ricco, allegro e sensuale che è anche più sostenibile ed egualitario. Spesso i campus e i dormitori universitari sperimentano senza saperlo questi principi di consumo collettivo, in un ricco spazio pubblico.

Purtroppo l'immaginazione urbana socialista si è improvvisamente fermata, negli anni '30. Da un lato lo stalinismo, che puntava al monumentalismo eroico - inumano nelle sue dimensioni - in architettura e nell'arte, che differiva poco dall'iperbole wagneriana di Albert Speer, nel Terzo Reich. Dall'altro lato, la socialdemocrazia che ha abbandonato l'urbanesimo alternativo per una politica keynesiana di edilizia di massa, che privilegia le economie di scala, con costruzioni a molti piani, spesso grigie e monolitiche, che hanno ucciso l'anima delle periferie operaie tradizionali.

La critica ecologica utopistica della città moderna, proposta dagli anarchici e dai socialisti del XIX e XX secolo, fu così lasciata nelle mani di un pugno di umanisti e liberali di sinistra, come Lewis Mumford e Jane Adams. E' questa tradizione che dobbiamo incominciare a re-inventare, come socialisti internazionalisti allo scoccare del Terzo millennio.

* Professore di sociologia urbana al Southern California Institute of Architecture, Los Angeles, Usa

 

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