Capitalismo Natura Socialismo - HOMEPAGE ECOLOGIA POLITICACNS - rivista telematica di politica e cultura
nn. 1/2 - gennaio-agosto 1999, Anno VIII-IX, fasc. 22-26

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JOSEPH STIGLITZ E IL CONSENSO DI WASHINGTON
José Carlos Escudero*
   
 

Joseph Stiglitz, premio Nobel per l'economia e vice-presidente della Banca mondiale - ha recentemente proposto una revisione della politica di aggiustamento strutturale delle istituzioni finanziarie internazionali, definita "Consenso di Washington" negli ambienti della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. La nuova ricetta conferma gli strumenti fallimentari già teorizzati - il mercato, il "libero" commercio e le privatizzazioni -, temperati da maggiore visibilità e titolarità dei Governi locali in materia di investimenti pubblici nella formazione e altre spese sociali.

In una relazione presentata lo scorso anno ad Helsinki, Stiglitz sostiene: "Abbiamo raggiunto una migliore comprensione del funzionamento mercati", e questa affermazione è incredibile nel 1998, nel pieno della crisi di Thailandia, Malaysia, Indonesia e Russia. E' la riprova - se ancora ce ne fosse bisogno - che il collegamento fra gli economisti e la realtà è a dir poco blando. Quel che sta succedendo in questi mesi con la crisi brasiliana, accentua la stranezza dell'affermazione: non solo i mercati sono sempre meno comprensibili, ma i mezzi proposti per "eliminarne il caos" sono sempre più aleatori e inefficaci.

D'altra parte Stiglitz - con il suo ottimismo panglossiano - è in buona compagnia visto che ancora nel settembre 1997 la Banca mondiale diceva, "E' probabile che la crescita nei paesi del Sudest asiatico rallenti nel breve periodo, ma. è improbabile che si verifichi una crisi esplosiva sul genere di quella del Messico nel 1994". La 'saggezza convenzionale' - direbbe Galbraith - è sempre più lontana dalla realtà, mentre aleggia sul mondo lo spettro di una crisi drammatica quanto quella del 1929.

Al suo nascere, d'altra parte, il "Consenso di Washington" era in sintonia con una congiuntura molto precisa della storia mondiale. La sconfitta dell'Unione sovietica nella guerra fredda fu provocata (almeno in parte) dal riarmo nordamericano nell'epoca di Reagan, provocato a sua volta dal surplus della bilancia dei pagamenti degli Stati uniti, provocato a sua volta dalle rimesse finanziarie dei paesi indebitati del Terzo mondo (Menem può essere contento visto che l'Argentina ha contribuito, con il suo debito estero, a sconfiggere l'Unione sovietica). La sconfitta dell'Urss - e il conseguente collasso dei paesi del socialismo reale - hanno fatto sì che, per la prima volta dal 1917, il capitalismo non abbia più rivali a scala planetaria.

Il Consenso di Washington esprimeva inoltre l'ideologia che fosse possibile riciclare in modo rapido e sicuro le masse enormi di capitali speculativi, la cui esistenza è del tutto indipendente dalla produttività del pianeta. Sono capitali che attraversano le frontiere con la velocità della luce alla ricerca del rendimento più elevato, e lo fanno grazie alle nuove tecnologie sulla cui reale funzione sarebbe bene cominciare a ragionare.

Nella crisi che stiamo vivendo, dove ogni situazione rischia di sfuggire a qualsiasi controllo, gli investitori, i loro capitali speculativi e l'ambiente finanziario in cui si muovono finiscono per prevalere sulla salute, sulla nutrizione, sull'istruzione e sulla stessa struttura sociale dei paesi destinatari dei capitali. E' la legge spietata dell'economia globale, legittimata proprio dalle prescrizioni del Consenso di Washington. Nei paesi periferici, gli investitori speculativi trovano un valido sostegno negli economisti, sempre pronti a sostenere che la riduzione delle spese sociali e l'aumento delle tasse sui consumi di massa è un segnale positivo per gli investimenti, anche quando alla popolazione locale non è più garantita neanche la sopravvivenza fisica.

Il Consenso di Washington ha iniziato a mostrare la corda durante la crisi messicana del 1994, che nessuno aveva previsto, e che finì con la socializzazione dei debiti delle banche e delle perdite subite dai capitali speculativi. E' ormai chiaro che bisogna mettere in discussione la stessa strategia del Consenso di Washington, perché la liberalizzazione alla Adam Smith non ha prodotto maggior benessere per la maggioranza della popolazione, bensì povertà crescente per migliaia di milioni di esseri umani. E' dunque arrivato quel futuro avventuroso che il capitalismo prometteva all'umanità per mezzo dello sviluppo: ora, i paesi devono competere fra di loro per produrre le stesse merci e servizi, riducendo le retribuzioni della forza lavoro, o promettendo maggiori ritorni agli investimenti di capitale.

La stabilità del sistema capitalistico mondiale, del quale il Consenso di Washington è stato in passato il garante, era del resto assicurata da interventi politici permanenti che, se necessario, si trasformavano rapidamente in interventi militari nei paesi che tentavano di darsi misure di politica interna poco rassicuranti per la globalizzazione capitalista: ad esempio, le operazioni dei governi nordamericano e britannico in Iran nel 1953, contro un governo democraticamente eletto, e del solo governo nordamericano (i britannici erano già in fase di decadenza e poi l'America latina non è il loro "giardino di casa") contro i governi democratici di Guatemala, Cile e Nicaragua.

Nell'analisi che sorregge la ricetta di Stiglitz mancano sia la dimensione politica sia quella storica, e questo non è un problema secondario per un'analisi che si propone di identificare gli strumenti e gli obbiettivi dello sviluppo. Supponiamo che un paese, pur non mettendo in discussione le regole "macro" stabilite dal Consenso di Washington, decida di realizzare al suo interno misure di giustizia sociale, come un sistema progressivo di imposte, strumenti di protezione dell'ambiente, controllo dei posti di lavoro insalubri e insicuri; e - per rimanere in tema di salute - controlli tecnici sui moltissimi farmaci inutili. Bene, il capitalismo internazionale degli speculatori e gli apparati tecnici del Fmi e della Banca mondiale sono a tal punto inestricabilmente legati alle oligarchie nazionali, da considerarsi danneggiati da misure come queste. La risposta politica delle istituzioni finanziarie internazionali è pertanto monolitica e contraria a qualunque misura considerata lesiva del loro potere economico, simbolico, e politico.

Che c'entra tutto questo con la salute, che è lo specifico di cui io mi occupo? C'entra, come proverò brevemente a dire. Cuba ha vissuto il suo "periodo speciale, e cioè difficile" quando l'ex Urss smise di sussidiarne l'economia, tra il 1992 e il 1994, mentre i paesi della periferia capitalista stanno entrando ora nei loro "periodi speciali". Durante il suo "periodo speciale", il PIL di Cuba scese del 25%, cifra da Guinness dei primati. Gli indicatori sanitari di base cubani, tuttavia, cambiarono assai poco: il tasso di mortalità infantile salì da 9,4 per mille nel 1993 a 9,9 nel 1994, per scendere nuovamente a 9,4 nel 1995, 7,9 nel 1996, e 7,2 nel 1997 e ancora più giù nel 1998, 7,1 per mille.

La débacle sanitaria della Russia, quando è passata dal socialismo reale al capitalismo "salvifico" - secondo le ricette del Consenso di Washington - è ben documentata, e ha portato alla denuncia per genocidio a carico di Eltsin. Mancano invece i dati su quel che sta succedendo oggi nel campo della salute in paesi come l'Indonesia (con una perdita del 15% del PIL nel 1998) o la Thailandia (meno 8% nello stesso anno) dove si è ridotta la rete di difesa sanitaria statale a favore della popolazione impoverita e marginalizzata, a causa della politica della Banca mondiale, di cui Stiglitz è l'economista capo. I mandarini del Fondo monetario e della Banca mondiale devono essere consapevoli, e preferiscono tacere in merito.

Il Consenso di Washington del resto ha già raggiunto il suo obiettivo, aumentare in modo esponenziale il riciclaggio dei capitali generati dal sistema finanziario mondiale. Tutto ciò che esso ha prodotto si è rivelato auto-distruttivo mentre la legittimazione politica del sistema è entrata in crisi. Basandosi sull'esperienza delle "tigri" asiatiche prima della crisi, la nuova ricetta proposta da Stiglitz modifica la precedente introducendo un po' più di equità, istruzione, e salute, più controlli e regole. E questo va bene, ma sposta l'asse della politica di aggiustamento strutturale: da buon rappresentante del pensiero unico, Stiglitz ignora gli snodi politici, storici e ideologici delle esperienze passate, e non si rende conto che nessun problema può essere risolto all'interno del contesto che quel problema ha determinato.

Le forme che assume oggi l'accumulazione capitalistica sono strutturalmente nemiche degli strumenti politici necessari a difendere il lavoro umano, respingere la de-mercificazione di beni e servizi, e favorire l'uso della scienza al posto del marketing. La precaria legittimazione dei governi che adottano le ricette del Pensiero unico fa sì che essi combattano qualsiasi proposta a favore della partecipazione, dell'empowerment, e del decentramento delle decisioni. Rifiutano insomma qualunque esperienza che dimostri la fattibilità di una sanità, un'istruzione e una politica dell'occupazione diverse (migliori) da quelle proposte dal Consenso di Washington.

L'irriducibilità della politica nordamericana nei confronti di Cuba - paese che ha lasciato cadere da decenni il progetto di esportare la sua rivoluzione - è in gran parte dovuta al fatto che lo sviluppo sociale nell'isola è alto se si pensa alla sua povertà; il suo sistema sanitario ed educativo è il migliore dell'America latina; e, per come vanno le cose, Cuba finirà per essere il paese latino-americano meno colpito dalla attuale crisi. L'esperienza cubana è davvero pericolosa per il Pensiero unico.

Voglio finire con una nota lievemente ottimistica, esprimendo l'augurio che si arrivi presto anche al "Consenso dell'Aja", e cioè che a 100 anni dalla conferenza di pace del 1899, si raggiunga un accordo di pace anche per la Yugoslavia. E che i nostri tecnocrati latino-americani frequentino Strasburgo, Bruxelles e Maastricht, almeno tanto quanto hanno finora frequentato Washington. Alla buon'ora.

* Epidemiologo e sociologo, professore di sociologia alla Universidad National de Lujan, Argentina

 

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