Capitalismo Natura Socialismo - HOMEPAGE ECOLOGIA POLITICACNS - rivista telematica di politica e cultura
nn. 1/2 - gennaio-agosto 1999, Anno VIII-IX, fasc. 22-26

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nn. 1/2

RISCHIO AMBIENTALE. LA GEOGRAFIA DELLE VITTIME
Ugo Leone*
   
 

Una domanda ricorrente negli anni Novanta è quella che cerca di valutare l'impatto dei rischi su Società, Ambiente ed Economia, all'alba del XXI secolo. Una semplice risposta può essere che all'alba del XXI secolo i problemi del rischio ambientale e le politiche connesse sono gli stesse e le stesse che "al tramonto" del XX secolo.

Tuttavia bisogna aggiungere che, nel tentativo di dare un segno per lo meno tangibile di cambiamento, le Nazioni Unite nel 1989 lanciarono il Decennio Internazionale per la riduzione dei disastri naturali per il periodo 1990-2000. L'obiettivo era quello di ridurre quanto più possibile il numero delle vittime e i danni economici conseguenti ai disastri attraverso la realizzazione della politica di prevenzione in alternativa a quella di rattoppo generalmente perseguita.

Che cosa è cambiato in questi dieci anni? Siamo ormai alla fine del decennio, e nel prossimo giugno - del 2000 - si terrà la conferenza conclusiva che, dopo quella intermedia di Yokohama, farà il punto dei risultati. Ma si può ben anticipare che poco o nulla è cambiato. Già nella conferenza di Yokohama tenutasi proprio in questi giorni di cinque anni fa (23-27 maggio 1994) i rappresentanti degli Stati partecipanti manifestarono preoccupazione per il perdurante pesante impatto dei disastri naturali sui processi di sviluppo dei paesi e dei ceti sociali più poveri. E non si mancò di sottolineare come la scarsa consistenza dei risultati e la disomogenea distribuzione tra le aree della Terra maggiormente interessate, derivasse anche dalla insufficienza dei finanziamenti riservati alla realizzazione degli obiettivi del "Decennio" da parte dei singoli Stati, soprattutto di quelli economicamente più forti.

Ciò ad ulteriore dimostrazione che - come attestano gli avvenimenti nei Balcani - allora come oggi i paesi che contano preferiscono fare la guerra piuttosto che contribuire alla realizzazione di un grande progetto internazionale di disinnesco del rischio e di "messa in sicurezza" della grande quantità di regioni della Terra soggette a rischi come, ad esempio, quello sismico e idrogeologico con i quali è meno difficile che con altri realizzare le opere di "convivenza". Operazione enormemente costosa, ma enormemente più produttiva e costruttiva della costosissima guerra: in termini di perdita di vite umane e distruzioni e nella produzione e utilizzazione di materiale bellico.

Dunque poco o nulla è cambiato sotto lo stimolo del Decennio; tuttavia qualcosa era cambiato già da qualche tempo nelle dinamiche umane che sono comunque alla base, diretta e indiretta, del rischio ambientale. E, soprattutto, con riguardo alla vulnerabilità sismica. Dall'inizio del secolo si sono verificati sulla Terra oltre 1.100 terremoti "disastrosi" che hanno coinvolto 70 paesi e provocato la morte di oltre 1.500.000 persone.

Ma se questo dato lo analizziamo con riferimento al tempo e allo spazio, scopriamo che nella seconda metà del secolo, dal 1950, il numero delle vittime dei terremoti, a livello mondiale, si è ridotto, di un quarto sebbene la popolazione sia praticamente raddoppiata nello stesso periodo. Questa sostanziosa riduzione del numero delle vittime è certamente un sintomo confortante dei progressi compiuti nella sismologia e nella ingegneria sismica. Ma la "geografia delle vittime" consente di dire anche che, mentre sino al 1950 oltre l'80% dei morti si è registrato in 6 paesi: Cina, Giappone, Italia, Turchia, URSS ed Iran, nella seconda metà del secolo la concentrazione ha riguardato ancora Cina, Turchia, Iran e URSS, ma non più Giappone e Italia, il cui posto è stato preso da Guatemala e Perù. Ciò, evidentemente, non perché si sia ridotta la sismicità dei primi due o sia aumentata quella dei due Stati americani, ma perché i paesi del primo mondo sono diventati, nei confronti dei terremoti, meno vulnerabili rispetto al passato. Dunque esistono reazioni diverse di fronte a fenomeni uguali. Esiste, cioè, un Nord e un Sud anche di fronte alle catastrofi.

Il fatto che le innovazioni nei campi dei sensori sismici, dei sistemi di preavviso, dell'ingegneria sismica e delle tecniche di costruzione in genere abbiano consentito ad alcuni paesi ad elevata vulnerabilità sismica potenziale, quali Giappone e Stati Uniti, di ridurre molto sensibilmente le perdite di vite umane e di beni immobili, è estremamente importante e confortante e dà un senso concreto all'obiettivo della convivenza col rischio. E' sconfortante invece osservare che questo obbiettivo è stato centrato solo in un limitato numero di paesi a rischio sismico, mentre ancora in moltissimi - prevalentemente tra quelli che si definiscono in via di sviluppo - si continuano a verificare elevate perdite di vite umane e di beni anche in occasione di terremoti di moderata intensità.

E' sconfortante l'osservazione, ma apre anche amplissimi margini di intervento nelle zone sismiche, oltreché in quelle esposte ad altro tipo di rischio, prevalentemente vulcanico e idrogeologico, dell'intero pianeta, nell'opera di tutela della popolazione. L'informazione e la formazione della popolazione sono in questa opera due momenti iniziali che, se correttamente utilizzati, consentono anche di creare le premesse per innescare un processo con interessanti risvolti economici e riflessi sull'occupazione.

Il punto di partenza sta nella spiegazione del perché terremoti di magnitudo comparabile possono provocare conseguenze differenti. Rispetto al rischio di questi eventi la vulnerabilità è massima nei paesi più poveri, minima in quelli più ricchi perché, generalmente, questi sono più sguarniti rispetto alla capacità di prevenzione e scarso o nullo è l'accesso ad una informazione corretta. Al contrario, nelle società "avanzate" la maggiore integrazione nel sistema informativo locale e la migliore possibilità/capacità di gestirle dalla comunità, rende più efficaci le innovazioni tecniche e scientifiche.

Partendo dalla consapevolezza di questa situazione, la comunità internazionale potrebbe più correttamente proporsi una strategia di intervento globale nelle aree sismiche del pianeta a maggiore vulnerabilità naturale e sociale. Con l'obiettivo di realizzare la convivenza col rischio consentita dallo stato avanzato delle conoscenze scientifiche e delle realizzazioni tecniche. Non può sfuggire che la realizzazione di un piano del genere avrebbe una eccezionale ricaduta sociale nel miglioramento della qualità della vita; ma anche una non trascurabile ricaduta economica con impatto importante nel campo della occupazione di manodopera.

Un intervento di questa portata, in sintesi, dovrebbe consistere nella realizzazione dell'adeguamento antisismico di tutte le aree sismiche della Terra che ne sono ancora prive; un simile intervento comporterebbe anche un eccezionale sforzo economico-finanziario che richiederebbe, preliminarmente, la ricerca dei fondi da investire. E' fuor di dubbio che tali fondi potranno più facilmente e rapidamente essere trovati se si riuscirà a dimostrare la possibilità di una buona remunerazione economica del capitale investito (considerando purtroppo ininfluente in tale ricerca la dimostrazione della forte remunerazione sociale del capitale stesso).

La possibilità di questa dimostrazione sta verosimilmente, nella capacità di dimostrare la possibilità del trasferimento di convenienza della remunerazione del capitale danaro da settori e comparti ad elevata redditività economica, ma a scarsa o nulla redditività sociale, ad un campo di interventi ed azioni a buona redditività economica diretta, ad elevata redditività economica indiretta e ad elevatissima redditività sociale (come tutte le azioni volte a restituire vivibilità all'ambiente e dare sicurezza al territorio).

Un esempio utopistico sin che si vuole, ma non per questo di impossibile realizzazione pratica, sta nel trasferimento di convenienza dalla industria di costruzione delle armi belliche a quella di disinnesco del rischio sismico. Se, cioè, si riuscisse a dimostrare ai costruttori e commercianti di armi che i loro sforzi produttivi e il capitale investito può essere ugualmente remunerato dalla costruzione di armi come dalla costruzione di edifici antisismici; se si incentivasse questa seconda operazione e si disincentivasse la prima, è verosimile anche che, di conseguenza, si realizzerebbero sulla Terra progetti di costruzione piuttosto che di distruzione.

Ma potrebbe non bastare. Infatti affinché le strategie di sviluppo, in genere, siano realmente realizzabili e durevoli, occorre che esse siano pienamente sostenute e condivise dalla comunità locale. Preliminare alla possibilità di realizzazione della strategia internazionale di cui si diceva è che le comunità a rischio siano coscienti delle loro locali condizioni e sappiano indicare all'autorità centrale le proprie priorità di sviluppo.

Non mi sfuggono le grandi difficoltà di rapida e globale realizzazione di un progetto di questo tipo a scala planetaria. Si potrebbe, però, procedere per aree campione. E, in questo senso, un'area come quella mediterranea a forte vulnerabilità sismica e a cavallo tra situazioni di ricchezza e povertà economica, potrebbe costituire una sorta di laboratorio nel quale sperimentare le concrete possibilità di realizzare un obiettivo solo apparentemente ambizioso. Non solo: potrebbe essere anche l'area nella quale, forse prima e meglio che altrove, realizzare l'obiettivo del Decennio .

Verosimilmente un processo di questo tipo non potrà mai essere nemmeno innescato senza una sostanziosa "spinta dal basso". Senza, cioè, che le comunità locali, dai piccoli paesi ai grandi Stati del Villaggio Globale, pretendano con forza di essere tutelati nella sicurezza dei propri ambienti di vita. Ciò evidentemente, come già dicevo, può avvenire tanto più e tanto meglio là dove le comunità hanno precisa consapevolezza e percezione del rischio con il quale possono essere chiamate a fare i conti.

Queste caratteristiche di consapevolezza e percezione sono il frutto diretto della corretta informazione sul rischio sulle sue dinamiche e sull'impatto che i comportamenti umani possono avere nell'accelerare le dinamiche naturali e nel prevenire il carico di calamitosità che ad esse è proprio. Non si enfatizza troppo la realtà, dunque, se si sostiene che una delle prime difese dal rischio sta nella corretta informazione. Un compito impegnativo e delicato al cui espletamento molti sono chiamati: dalle associazioni ambientaliste ai mezzi di comunicazione alle istituzioni.

Insomma, prevenire non è solo meglio che curare; è anche meglio che lamentarsi che il disastro si poteva evitare. Come ormai sappiamo tutti, lo slogan "La catastrofe era annunciata e si poteva evitare" è ripetuto come un ritornello, a volte perfino noioso, l'indomani di una frana, di un'inondazione, di una scossa di terremoto.

Questa è pratica abbastanza recente, entrata nell'uso ricorrente dei mezzi di comunicazione da quando è stato pubblicato in italiano il romanzo di Gabriel Garcia Marquez Cronaca di una morte annunciata. Quell'"annunciata" è piaciuto molto e se ne è immediatamente dedotto che se era annunciata si poteva evitare. In realtà, essa sta a significare non che quei fenomeni potessero essere evitati, ma che i danni materiali e le vittime che quegli eventi hanno eventualmente fatto, avrebbero potuto essere evitati o ridimensionati. E sta ad attestare l'acquisita consapevolezza della possibilità di controllare il manifestarsi di fenomeni naturali calamitosi, tanto che da qualche anno si è fatta giustizia della filosofia dell'imprevedibile "calamità naturale".

La teoria della catastrofe prevedibile e dei danni evitabili è certamente molto vicina alla realtà: soprattutto per alcuni tipi di eventi - frane, alluvioni, terremoti ed eruzioni vulcaniche, ad esempio - e per alcune aree geografiche, quelle di più antica civiltà e per le quali esistono cronache e storie anche di eventi naturali disastrosi.

Ma come, concretamente si possono esercitare la pratica della previsione e, soprattutto, della prevenzione? Se non può impedire tutto, l'uomo può prevedere e soprattutto prevenire molto: questo è l'approccio più realistico e scientificamente valido al tema della previsione e prevenzione dei fenomeni naturali. In questo senso, l'impegno degli amministratori nella informazione e nella tutela degli abitanti per consentire di realizzare l'obiettivo della convivenza col rischio costituisce un qualificante obiettivo di politica dell'ambiente.

Si tratta di un tema particolarmente delicato, la cui delicatezza aumenta in senso direttamente proporzionale all'espandersi del "rischio ambiente" a scala planetaria. Del rischio e della allarmata attenzione nei confronti dei disastri.

Ma, perché il carico di drammaticità che è alla base del rischio ambientale è diventato un elemento di dibattito e di confronto almeno dall'inizio degli anni Novanta? "Perché, come si chiede Borges, ci attrae la fine delle cose? perché più nessuno canta l'aurora e non v'è chi non canti l'occaso? Perché ci attrae più la caduta di Troia che le vicissitudini degli Achei? Perché istintivamente pensiamo alla sconfitta di Waterloo e non alla vittoria? Perché la morte possiede una dignità che la nascita non possiede? Perché la tragedia gode di un rispetto che la commedia non ottiene? perché sentiamo che il lieto fine è sempre fittizio?". (1)

Insomma, perché ci attraggono le Apocalissi?

La rivista internazionale di teologia Concilium ha dedicato un intero numero (4/1998) al tema delle Apocalissi intitolandolo <Il mondo va verso la fine?> Tra il solo 1998 e questo scorcio di 1999, sono state pubblicati volumi dal titolo e dai contenuti estremamente significativi: ne cito solo alcuni: Damian Thompson, La fine del tempo. Attese e paure al compiersi del millennio (CDE); William Ryan e Walter Pitman, Il diluvio (Piemme); Massimo Baldacci, Il diluvio (Mondadori); Giuseppe Conte, Il sonno degli Dei. La fine dei tempi nei miti delle grandi civiltà (Rizzoli); George Duby e Chiara Frugoni, Mille e non più mille. Viaggio tra le paure di fine millennio (Rizzoli).

La letteratura (2), compresa la fumettistica, come la cinematografia (3), sono ricche di "celebrazioni" della catastrofe imminente: dall'olocausto nucleare alla sommersione da rifiuti al Titanic; per non parlare delle rappresentazioni dell'effetto serra con lo scioglimento dei ghiacciai e l'inondazione delle terre costiere.

Perché tutto questo?

Una possibile spiegazione della tendenza al catastrofismo ambientale da parte dell'informazione di massa fu data nelle conclusioni di una tavola rotonda sull'argomento svoltasi al Salone del libro di Torino nel maggio 1990. Essa è sintetizzabile soprattutto nell'intervento del direttore di "Nature", John Maddox, secondo il quale, scongiurato il rischio di un conflitto nucleare, la minaccia di un incremento globale della temperatura della superficie terrestre sembra prenderne il posto. Quasi l'umanità fosse continuamente in cerca di un nuovo Moloch da venerare e temere e sembra trovarlo nella minaccia ambientale, nella catastrofe globale che il nuovo millenarismo ecologico paventa come imminente.

Evidentemente, su questa "predisposizione" si innestano agevolmente sia il "terrorismo ambientale" di buona parte dell'informazione di massa (fa più notizia un ghiacciaio che si scioglie di uno che aumenta di dimensione), sia la pressione dell'establishment politico che, come è stato scritto, "capisce poco di scienza ma sa valutare perfettamente l'impatto della scienza sull'opinione pubblica, l'elettorato, le trasformazioni sociali, la mobilitazione di risorse economiche".

Naturalmente ciò che vorrei mettere in discussione con queste considerazioni non Ž l'esistenza dei disastri e del rischio che ne consegue per ambiente e società, ma l'approccio tendenzialmente catastrofista. Questo approccio è pericoloso quando è irrazionale perché rischia di avere come risultato la rassegnazione e la inazione.

Francesco Santoianni ha scritto che "il fascino del disastro, con la sua spettacolarità, con la messa in discussione degli ordinamenti sociali, ha sempre suggellato le segrete aspirazioni di chi vedeva nell'intervento divino o delle cieche forze della natura la risoluzione di problemi troppo grandi e complessi per poter essere risolti dall'uomo". (4)

Dunque, come si chiede Teresa Okure (5), "l'apocalittica è una fuga dalle dure realtà della vita?" Forse è più giusto concludere con Gunter Grass che "Non vi sono scuse. Nessuno può dire che questo è un destino deciso dall'alto dal quale non possiamo liberarci. Possiamo scrollarcelo di dosso, se facciamo qualcosa che lo contrasti". (6)

D'altra parte, il proverbio non dice "Aiutati che Dio t'aiuta"? Se Dio vuole una mano bisogna pur dargliela. Dal Diluvio salvò Noè e famiglia concedendo all'umanità una nuova alleanza; e se vi avesse trovato un solo uomo giusto, aderendo alla pressante preghiera di Abramo, avrebbe risparmiato anche Sodoma e Gomorra.

Dunque, una mano.

Evidentemente questa mano non la possono dare le "masse disperate e miserabili che, in ultima analisi, invocano l'arrivo catartico del disastro". (7) Ma, molto più opportunamente per sé e per gli altri, questa mano devono darla quei paesi che - disponendo degli strumenti economici e tecnologici - hanno la capacità di intervenire per disinnescare i rischi. La verità è che alla capacità raramente si associa la volontà e, nei fatti, la possibilità pratica della convivenza col rischio è sostituita da quella della connivenza. Connivenza che è anche conveniente economicamente e politicamente per chi la esercita.

Ho già ricordato che a subire questi eventi sono i paesi economicamente sottosviluppati o in via di sviluppo. In essi la materializzazione del rischio innesca un vero e proprio circolo perverso: questi paesi sono più vulnerabili rispetto ai disastri; dopo che il disastro (alluvione, terremoto, incendio...) li ha colpiti comincia una costosa e difficile opera di ricostruzione che li costringe spesso a svendere le proprie risorse naturali (suolo e foresta innanzitutto); in tal modo essi accelerano le situazioni di degrado che li caratterizzano e si presentano ulteriormente sguarniti di fronte al prossimo disastro per riparare i danni del quale devono riprendere il ciclo che ulteriormente li indebolisce.

In questo quadro l'Italia che è un paese del primo mondo nel quale la ricerca scientifica e le applicazioni tecnologiche nel campo sismologico e vulcanologico sono molto avanzate, è anche tra i più vulnerabili dei paesi ricchi e certamente il più vulnerato.

Una preziosa pubblicazione di Vincenzo Catenacci, che è una sorta di catalogo delle disgrazie e delle nefandezze, Il dissesto geologico e geoambientale in Italia dal dopoguerra al 1990, in "Memorie descrittive della carta geologica d'Italia" del Servizio geologico nazionale, fornisce elementi molto interessanti. La sintesi che se ne può ricavare è che in lire 1990, il costo dei fenomeni catalogati in questo volume dal 1950 al 1990 - escludendo dal calcolo gli ultimi otto pesantissimi anni - è stato di 142 mila 103 miliardi e 200 milioni di lire in 15.600 giorni. Vale a dire 273 miliardi al mese, 9 miliardi al giorno.

Il 75% della spesa (106.527 miliardi) è stato utilizzato per riparare i danni dei terremoti; il 23,4% (33.299 miliardi) per i fenomeni propri del dissesto idrogeologico; l'1,4% (2.057 miliardi) per il bradisismo flegreo; lo 0,1% (139 miliardi) per inquinamenti acquiferi; lo 0,05% (81 miliardi) per fenomeni vulcanici. Nello stesso periodo e per gli stessi fenomeni sono morte 7.688 persone (15 al mese) . Il quadro che ne deriva è quello di un paese particolarmente esposto al rischio ambientale; ma se con questo rischio si vuole realisticamente convivere al di là degli slogans e delle frasi fatte, esistono le condizioni scientifiche e tecniche perché l'obiettivo si possa realizzare. Qui, come altrove.

Le scelte non sono più condizionate né dalla "natura matrigna" né dalle difficoltà tecnologiche, ma solo dal calcolo della convenienza economica e della remunerazione politica degli interventi Oggi, ricordo ancora Gunter Grass, "non ci sono scuse", ma sino a quando si considereranno gli interventi di protezione civile più ripaganti in termini economici e politici si continueranno ad allineare bare e a rimuovere macerie piuttosto che lavorare per una lunga e difficile opera di stabilizzazione di ambiente e territorio che, cominciata oggi darà domani frutti che altri raccoglieranno.

1. J.L.Borges, Finimondi, F.M. Ricci, Parma 1997

2. K.J.Kuschel, <L'incubo della fine dell'umanità. L'apocalisse nell'opera di Gunter Grass>, Concilium 4/98

3. M.Williams, <Apocalypse Now>, Concilium cit.

4. F. Santoianni, Disastri, Giunti, Firenze 1996

5. T.Okure, <Da Genesi ad Apocalisse>, Concilium cit.

6. G. Grass, La ratta, Einaudi, Torino 1987

7. F.Santoianni, op.cit.

* Professore di politica dell'ambiente, Università Federico II di Napoli.

 

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