Capitalismo Natura Socialismo - HOMEPAGE ECOLOGIA POLITICACNS - rivista telematica di politica e cultura
nn. 1/2 - gennaio-agosto 1999, Anno VIII-IX, fasc. 22-26

INDICE
nn. 1/2

CONSUMISMO USA E CRESCITA GLOBALE
James O'Connor *
   
 

Nei primi mesi dell'anno in corso, gli economisti sono diventati più ottimisti sull'economia Usa e più pessimisti sull'Europa, il Giappone e i paesi "che si affacciano ora sul mercato" dell'Asia e dell'America latina. Negli Usa la crescita economica è stata, nel 1998, più alta di quel che gli economisti si aspettavano alla fine del 1997, e nei primi due trimestri del 1999 sarà forse superiore alle previsioni fatte a metà 1998; nel resto del mondo, sarà invece inferiore rispetto alle previsioni. A fine 1998 il tasso di crescita Usa viaggiava sul 4 per cento annuo (alto rispetto a quello considerato "naturale" del 2,5 per cento), mentre le stime sulla crescita del resto del mondo venivano ridimensionate. Lo scorso dicembre, il Fondo monetario internazionale ha ridotto le sue previsioni di crescita del PIL mondiale nel 1999 al 2,2 per cento (rispetto al 2,5 previsto nell'ottobre '98, già ridimensionato rispetto al 3,7 per cento previsto nell'estate '98. Solo nella recessione 1991 la crescita mondiale è stata al disotto della stima avanzata dal Fondo nel dicembre scorso, e cioè 1,8 per cento rispetto a 2,2). Anche le previsioni del Fondo per la crescita dei maggiori paesi industrializzati nel 1999 era allora più pessimistica: il 2,1 per cento del 1998 si sarebbe dovuto ridurre a 1,5 per cento nel 1999.

Per gli Usa, il Fondo prevedeva nello scorso dicembre una crescita annua vicina all'1,8 per cento, non il 2 per cento stimato ad ottobre. La vitalità mostrata dall'economia Usa a fine anno suggerisce tuttavia che il tasso si collocherà tra il 2 e il 2,5 nell'anno in corso. Se così fosse, gli Usa crescerebbero di più di qualsiasi altro paese tra quelli più importanti, continuando a svolgere la loro funzione (debole) di traino (lento) dell'economia mondiale. Secondo il Fondo, molti sono i fattori che potrebbero innescare la depressione mondiale, e tra questi una crisi della Borsa, il riacutizzarsi del protezionismo, l'apprezzamento dello yen, l'incapacità del Giappone a ristrutturare il sistema bancario, la riluttanza del capitale privato a investire nei paesi che si affacciano ora sul mercato.

La Banca mondiale è persino più pessimistica. I suoi economisti ritengono che la crescita nei paesi "che si affacciano sul mercato" e nel mondo nel suo insieme si ridurrà, nel 1998, al 2 per cento e 1,8 rispettivamente. Per il 1999, lo scenario peggiore della Banca è la crescita zero per l'economia mondiale, che inevitabilmente produrrebbe una recessione mondiale di dimensioni e durata imprevedibili. Anche una crescita dell'1-1,5 per cento quest'anno o il prossimo farebbe aumentare la deflazione dei prezzi di un'ampia gamma di prodotti, tra cui carburanti e materie prime, prodotti finiti e beni immobili, portando crisi e recessione a fine millennio.

Sul destino dell'economia mondiale nel Terzo millennio, si può avanzare anche una tesi più ottimistica in presenza di alcune circostanze. Primo, che i nuovi governi socialdemocratici europei mantengano le promesse di modernizzare il mercato del lavoro e i sistemi di welfare e, insieme, velocizzare la crescita, ridurre la disoccupazione, espandere il mercato dei prodotti provenienti dal travagliato Sud Est asiatico (che non può farcela senza le esportazioni in Giappone e in Occidente), e infine rafforzare l'euro rispetto al dollaro e allo yen, in modo che diventi la terza moneta di riserva mondiale. Gli ottimisti pensano inoltre che i bassi tassi d'interesse degli Usa, insieme alla politica fiscale espansiva che sarà adottata alla fine dell'anno corrente o agli inizi del prossimo, saranno sufficienti per mantenere negli Usa la crescita della spesa al consumo e delle aziende, e quindi del PIL, e - punto cruciale - delle importazioni provenienti dal travagliato Sud Est asiatico e dai paesi dell'America latina "che si affacciano sul mercato", sempre sull'orlo della recessione.

La seconda condizione per una prospettiva ottimistica riguarda i due universi quasi paralleli di Cina e Giappone. Gli ottimisti credono che il governo cinese continuerà a realizzare tassi di crescita annui del sette per cento, finanziando con il risparmio privato il suo vasto programma di opere pubbliche, che alla lunga potrebbe rivelarsi privo di redditività, e che il Giappone riavvierà la crescita economica con un analogo e vasto programma di opere pubbliche e con l'aumento del potere d'acquisto dei consumatori, ottenuto con una riduzione delle imposte. Secondo gli ottimisti, queste politiche permetteranno alla Cina di continuare a crescere e al Giappone di rimanere a galla fino a quando l'aumento del tasso di crescita in Occidente e la rinascita dell'Asia orientale saranno tali da favorire una ripresa delle esportazioni cinesi e giapponesi. Gli economisti ottimisti sperano - così sembra - che i grandi paesi sub-imperialisti come Brasile, Messico, India e Sudafrica, forse anche Indonesia e Russia, riusciranno a superare i loro guai con misure temporanee di austerità, i prestiti del Fondo monetario internazionale, e la riapertura dei finanziamenti esteri e degli investimenti esteri diretti e di portafoglio (speranza a mio parere poco realistica, visto che Indonesia e Russia resteranno economicamente fuori gioco per un lungo periodo, mentre gli altri quattro grandi paesi sub-imperialisti entreranno in depressione già quest'anno, o al massimo l'anno prossimo).

Fin qui mi sono occupato di un lato dell'equazione, quello della domanda. Quanto all'offerta, gli ottimisti ritengono - probabilmente - che gli investimenti "indipendenti" dei paesi del G7 possano diventare molto importanti nell'economia mondiale. Gli investimenti indipendenti sono un tipo di spesa in conto capitale che non è determinato dal bisogno di espandere la capacità produttiva per far fronte ad un aumento della domanda di beni finali, né dalla necessità di ristrutturare impianti e macchinari per aumentare la produttività e ridurre i costi di produzione. Gli investimenti indipendenti sono indotti dallo sviluppo della scienza e della tecnologia, dagli "spiriti animali" degli imprenditori high tech, dall'entusiasmo degli operatori del venture capital e della Borsa per nuovi e promettenti progetti high tech, e anche dalla cupidigia di status e di mercato estero da parte dei governi. In termini marxisti, gli investimenti indipendenti esprimono la fiducia del capitale e dello stato nel futuro delle forze di produzione in genere e nelle attività economiche incentrate sulla scienza in particolare.

Una lettura marxista ottimista del capitale globale e delle sue antinomie si preoccupa soprattutto di sottolineare l'incredibile sviluppo della scienza e di high tech, grazie ai quali il capitale eccedente è stato finora riassorbito e l'economia rivitalizzata. Alcuni futurologi prevedono che la crescita dell'high tech diventerà così dinamica da non poter essere frenata né dal rallentamento della crescita né dalla depressione. La loro ipotesi, neanche tanto implicita, è che i rapporti di produzione sono diventati così flessibili e potenzialmente cooperativi da permettere alle imprese di scoprire, sviluppare, produrre e vendere i prodotti high tech, molti dei quali - ad esempio Internet - hanno tuttavia natura squisitamente sociale. In altre parole, ritengono che le forme organizzative dei conglomerati transnazionali e i rapporti tra di loro e con gli stati e le organizzazioni internazionali siano tanto elastici da favorire le forze produttive high tech, dando luogo a nuove forme di cooperazione capitalistica quali accordi strategici tra i grandi capitalisti, fusioni e acquisizioni (in forte crescita), e patti (spesso segreti) tra grandi imprese e governi. In questo contesto va ricordata la capacità del capitale, di cooptare il lavoro e le "incaute" ong, flezzibilizzando sempre di più produzione, organizzazione, finanza e vendite.

Da un punto di vista marxista pessimista, invece, si può sostenere che le nuove forze produttive faranno emergere i limiti delle attuali forme di organizzazione capitalistica, che non saranno in grado di convivere con queste nuove forze e tanto meno sfruttarle a proprio profitto. In questa analisi, l'istituzione della proprietà privata e l'appropriazione privata (individuale) del sovrappiù possono essere visti sia come una barriera che il capitale deve superare che come un limite all'accumulazione capitalistica.

Penso che il punto di vista ottimistico non sia realistico. Negli Usa, ad esempio, nonostante la rivoluzione tecnologica degli ultimi 25 anni, la crescita della produttività del lavoro è inchiodata all'1 per cento annuo, rispetto ad una media storica tra il 2 e il 2,5 per cento. Il valore attuale deriva dalla mediazione tra i tassi sostenuti di produttività del lavoro nell'industria (grazie ai settori high tech, alla nuova formazione di capitale, alla ristrutturazione delle imprese e alla riduzione delle maestranze), e i tassi di produttività stagnanti nel settore sempre più importante dei servizi.

Sulla stagnazione della produttività nei servizi, ci sono tre spiegazioni possibili. Una è che i settori high tech non abbiano la vitalità produttiva che viene loro attribuita. Il costo di un computer con un'elevatissima capacità di archiviazione dati, può essere troppo elevato, ad esempio, rispetto ala capacità di archiviazione richiesta dal mercato. Una seconda spiegazione è che l'organizzazione industriale, i rapporti di lavoro, quelli tra personale in produzione e personale alle vendite, etc., non siano così flessibili e cooperativi da permettere di trasformare i progressi scientifici high tech in sistemi concreti di aumento della produttività del lavoro (con la sola eccezione delle industrie che producono high tech). Una terza spiegazione, più sofisticata ma non in contrasto con le altre due, parte dalla premessa che il capitalismo è una unità contraddittoria tra produzione e circolazione del capitale, ed è pertanto un meccanismo socioeconomico non solo per ridurre i costi di produzione dei prodotti esistenti (riducendo il costo dei salari ed aumentando il profitto o sovrappiù relativo), ma anche per generare nuovi prodotti e nuovi servizi a favore delle imprese e delle famiglie (accelerando la circolazione del capitale e il profitto realizzato).

I capitalisti che vendono high tech ad altri capitalisti devono poter dimostrare loro non solo che quella macchina o sistema high tech farà aumentare la produttività dei servizi esistenti, ma anche che permetterà loro di aumentare la gamma di nuovi servizi offerti ai "propri" acquirenti, siano essi imprese o famiglie. Ad esempio, le banche usano oggi i computer per ridurre il costo del servizio di conto corrente e aumentare l'offerta di servizi finanziari, sicuramente in eccesso rispetto ai bisogni dell'utenza. In termini di economia marxista, si può dire che l'high tech riduce il costo medio dei consumi standard, ma tende ad accrescerne quantità e qualità, riassorbendo così buona parte degli effetti positivi sul sovrappiù (profitto).

Un resoconto marxista pessimista degli investimenti indipendenti high tech può essere così sintetizzato: primo, l'high tech è stato sopravvalutato come strumento per aumentare l'efficienza; secondo, anche quando l'high tech ha il potenziale per migliorare la produttività, l'organizzazione capitalistica non è abbastanza flessibile per permettere alla imprese di impiegare l'high tech traendone un profitto: molte banche ed imprese si sono computerizzate, senza ottenerne i miglioramenti attesi. Terzo, e forse più importante, l'high tech è per definizione innovativo, e quindi può essere profittevole quando crea nuovi prodotti e nuovi bisogni (ad esempio nei trasporti e nella sanità), più che quando tenta di ridurre i costi di produzione dei vecchi prodotti. E' più efficace nella sfera della circolazione (sovrappiù realizzato) che in quella della produzione (sovrappiù prodotto).

Non saprei dire se gli investimenti "indipendenti" saranno abbastanza elevati, negli Usa (o altrove), per assorbire una parte significativa del sovrappiù di capitale, sostenendo l'economia mondiale (la domanda) e influenzando positivamente produttività e produzione (l'offerta). Questa questione è la più difficile per gli economisti, e una risposta potrebbero darla solo gli indovini, o i profeti come si diceva un tempo. Ci sono buone ragioni per pensare che gli investimenti indipendenti aumenteranno e buone ragioni per pensare il contrario. Dal primo punto di vista - quello positivo -, vanno considerati il venture capital, che cresce sempre di più ogni anno; lo stoccaggio di prodotti high tech, che resta grosso problema irrisolto; le applicazioni della biologia molecolare e della fisica post-newtoniana, apparentemente infinite. Dal secondo punto di vista - quello negativo -, c'è da considerare che ad oggi non è stata dimostrata alcuna correlazione positiva tra lo sviluppo della scienza (assolutamente strabiliante nell'ultimo mezzo secolo) e la crescita economica nel Nord o nel Sud (abbastanza contenuta negli ultimi 25 anni). Buona parte del progresso scientifico non trova applicazione pratica e molte applicazioni pratiche realizzate da ingegneri e tecnologi sono antieconomiche dal punto di vista delle imprese. Alcune applicazioni sono vietate dalle norme sociali vigenti, ed altre sono state bloccate dai movimenti sociali, come l'energia nucleare e forse (si spera) i prodotti della biotecnologia nel campo dei medicinali e dell'alimentazione, per non parlare dei moltissimi prodotti chimici messi sotto accusa dagli ambientalisti. Il destino di queste applicazioni è difficile da prevedere a causa della globalizzazione del capitale, termine che in realtà significa "crisi economica globale".

E' comunque importante sottolineare che l'introduzione generalizzata dei computer, negli ultimi vent'anni, non ha aumentato l'eccedenza generalizzata di lavoro negli Usa e in Giappone (in Europa l'elevata disoccupazione dipende dal basso livello della crescita più che dai sistemi high tech di produzione). Ancora più importante, tutti i movimenti di base per un'economia alternativa - agricoltura biologica, sistemi di trasporto collettivo, autogestione della salute - sono ad alta intensità di lavoro e fanno ricorso ai saperi e alle tecnologie tradizionali quanto e forse più che alla scienza contemporanea. Non è piacevole dover riconoscere che la scienza e la tecnologia contemporanea hanno dato i loro migliori risultati nel campo delle armi e della guerra.

Tutto porta ad escludere dunque la possibilità di una ripresa della crescita grazie alle nuove tecnologie e agli investimenti nelle stesse. Alla base dell'aumento del PIL degli Usa, c'è ancora una volta l'aumento della spesa di consumo, e questa - sostengono gli economisti ottimisti - è la strada principale per favorire la ripresa nel Sud Est asiatico e nei paesi che si affacciano sul mercato, e più in generale per evitare che il capitalismo globale imbocchi presto il tunnel della recessione.

2 Prospettive degli Usa

In un suo recente articolo, l'autorevole settimanale inglese <The Economist> stigmatizza il consumatore americano come "eroe poco probabile", perché insaziabile ma anche sempre più coperto di debiti. E aggiunge: "L'economia globale potrà evitare la recessione, solo se gli americani sapranno fare il loro dovere e andare dritti al supermercato. Proprio ora che il mondo ha bisogno di loro, lo zio Sam è come paralizzato da una crisi di fiducia nel consumo" . E' una crisi di fiducia che preoccupa molto gli economisti americani, che ciononostante avanzano raccomandazioni del tutto contraddittorie. Da una parte lamentano che i consumatori prendano a prestito dando in garanzia il loro reddito futuro, e dall'altra che la riduzione della spesa di consumo porterebbe alla recessione "Questo non è il momento di dire alla gente di spendere meno" affermano, e finiscono così per chiedere ai consumatori di spendere di più domani perché hanno speso troppo oggi. L'unico modo per far durare un boom insostenibile pare dunque essere di renderlo ancora più insostenibile.

Negli Usa il tasso di crescita della spesa al consumo e del debito contratto per la spesa al consumo, è diventato - o diventerà presto - parte del problema, non la sua soluzione. Gli investimenti indipendenti in high tech non aumenteranno tanto da assumere un ruolo macroeconomico significativo, anche perché le imprese dovranno concentrare i loro sforzi nel buco tecnologico di fine secolo, il cosiddetto Y2K. Gli investimenti indotti dalla domanda finale probabilmente si ridurranno per la crisi della capacità di spesa, e gli investimenti necessari a ridurre i costi legati alla stagnazione dei mercati non saranno sufficienti a coprire questa differenza. Le entrate provenienti dalle esportazioni non riusciranno ad aumentare e forse diminuiranno ancora, mentre l'aumento delle importazioni farà peggiorare il deficit della bilancia dei pagamenti, il che rappresenta una potenziale minaccia per il dollaro (già evidente alla fine dello scorso anno, di fronte al brusco apprezzamento dello yen). Infine il deficit federale, che continua ad avere un surplus e che non riuscirebbe ad incidere sulla domanda aggregata neanche se il surplus fosse assorbito da una tassa sul reddito perché tale tassa non potrebbe comunque essere abbastanza elevata. Nonostante la buona performance del 1998, il tasso di crescita degli Usa è destinato a ridursi quest'anno e il prossimo: anche se non ci sarà la recessione, ciò influirà negativamente sulla crisi globale

3. Conclusione

Se l'economia Usa non è abbastanza forte da riavviare la crescita economica come a me sembra evidente, le prospettive di evitare una depressione globale sono affidate agli altri, e le strade possibili mi paiono tre. La prima e la seconda fanno affidamento sul fatto che la Cina sia in grado di mantenere l'attuale tasso di crescita del 7 per cento annuo e che il Giappone riesca a tirarsi fuori dalla crisi, riacquistando un ruolo di prestigio nell'economia globale. La terza fa perno sulla capacità dei governi socialdemocratici europei, in particolare Germania e Francia, per far ripartire la crescita in Europa. Se tutti e tre i motori tirassero dalla stessa parte, si otterrebbe in primo luogo un aumento delle esportazioni e del PIL del Sud Est asiatico e dei paesi "che entrano ora nel mercato", e quindi delle importazioni dall'Occidente e dal Giappone; secondo, un aumento delle esportazioni, del PIL e delle importazioni Usa e, indirettamente, delle esportazioni e della crescita in Asia. Se tutti questi elementi si verificassero tutti allo stesso tempo, la prospettiva della depressione mondiale si allontanerebbe. Ma sarebbe una "prima volta" del capitalismo.

* Professore emerito di economia e sociologia alla University of California a Santa Cruz, Usa, e direttore di <Capitalism, Nature, Socialism>

(Questo saggio è già stato pubblicato su<il Manifesto> del 7 marzo 1999)

 

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