Capitalismo Natura Socialismo - HOMEPAGE ECOLOGIA POLITICACNS - rivista telematica di politica e cultura
nn. 1/2 - gennaio-agosto 1999, Anno VIII-IX, fasc. 22-26

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nn. 1/2

OCCUPAZIONE E AMBIENTE. UN BINOMIO IRRISOLTO
Giovanna Ricoveri
   
 

Gli elevati tassi di disoccupazione di lunga durata, in Italia e in Europa (14 milioni nei 15 paesi dell’Euro) sono stati finora curati con terapie rivelatesi del tutto inadeguate. Tra di esse, va innanzitutto ricordata la più feroce, la "ulteriore" flessibilità del mercato del lavoro, proposta in ossequio agli Usa e trascurando le differenze strutturali, politiche, istituzionali, economiche e storiche esistenti tra i due continenti. E’ una terapia che non risolve il problema e anzi rischia di aggravarlo: la precarietà del lavoro che la flessibilità induce, crea ulteriore disoccupazione, marginalità ed esclusione, rendendo più pesante il quadro economico-finanziario e più instabile la situazione sociale, almeno in Europa.

Tra le altre terapie proposte o praticate - rivelatesi magari utili ma insufficienti ad imprimere una svolta alla disoccupazione di lunga durata in Europa - vanno annoverate l'occupazione "verde", come quella prevista nel piano di Legambiente di alcuni anni fa’; il terzo settore o economia sociale, di cui si parla molto attualmente; il reddito minimo garantito che in Italia non esiste ma viene proposto anche perché esiste in altri paesi europei; la riduzione dell’orario di lavoro, che è sicuramente una grande questione sociale e politica, inerente la qualità della vita più che la disoccupazione.

La strategia più fondata è la ripresa della crescita, e quindi della domanda (interna e/o estera), e degli investimenti. E’ una proposta seria, che rischia però di non decollare mai se non si affronta prima il problema dello sviluppo "sostenibile". In questa fase della globalizzazione, non è più possibile considerare la natura e le risorse naturali res nullius, perché natura e risorse sono diventate scarse in senso relativo e talvolta anche in senso assoluto. Mi riferisco ovviamente al problema della "qualità" dello sviluppo e dei consumi, e cioè alla sfida che sta di fronte ai governi europei di centro-sinistra in molti paesi tra cui l’Italia e la Francia, o rosso-verdi come in Germania., dopo l’approvazione della moneta unica.

Per vincere la sfida dello sviluppo "qualitativo", non basta attenuare gli eccessi prodotti dall’industrialismo del secondo dopoguerra, né rilanciare le opere pubbliche tradizionali, che creano occupazione temporanea e dequalificata, distruggono il territorio e il paesaggio, e diventano così il terreno di coltura della malavita, del traffico di armi e della droga. Si rischia, in questo modo, di creare più problemi di quanti non se ne risolvono. Non è più possibile infatti compensare a posteriori i danni prodotti da questo tipo di sviluppo, sia perché la spesa pubblica è già ridotta a causa delle minori entrate dovute alla disoccupazione sia perché - e soprattutto - le diseconomie esterne ambientali create dallo sviluppo industriale sono un pozzo senza fondo, in carenza di politiche di riconversione ecologica.

Occorre ed è possibile praticare politiche economiche diverse, più adeguate a questa fase di globalizzazione e di crisi ecologica o delle risorse. Politiche già note in letteratura, come l’economia dei cicli chiusi, che in estrema sintesi significa allungare il ciclo di vita dei prodotti e ridurre a monte l’input di risorse e di energia e a valle i rifiuti o merci negative, per unità di produzione. E’ la strategia della "smaterializzazione" dei prodotti - beni e servizi - che diventano così più durevoli, più leggeri e con meno rifiuti, che non ha però niente a che vedere con la cosiddetta terziarizzazione, o spostamento progressivo (e fatale) di un’economia dalla produzione di merci a quella di servizi, teorizzata alla fine degli anni 50 - in piena guerra fredda - da un professore del mitico MIT, W.W.Rostow, in un libro il cui sottotitolo era appunto "Un Manifesto non-comunista".

Il problema del presente non è ridare fiato a idee reazionarie come quelle, ma rivalutare innanzitutto il ruolo dell’agricoltura e della produzione di alimenti che é forse la vera sfida del Terzo millennio, di fronte ad una popolazione mondiale che già oggi tocca i 6 miliardi. L’agricoltura non può più essere vista come la "cenerentola" dell’economia, dove è "efficiente" impiegare una percentuale minima e "residuale" della popolazione.

Più in generale, le nuove politiche per l’occupazione devono fare i conti con lo sviluppo sostenibile, e ciò comporta - per l’Occidente - ristrutturare e ricostruire gran parte di quel che è stato distrutto nel corso dello sviluppo industriale degli ultimi cinquant’anni. Questa grande opera di "riconversione ecologica" dovrebbe essere vista e gestita come un nuovo New Deal, da avviare subito a scala nazionale almeno nei suoi elementi embrionali e da sviluppare e far crescere poi, nella costruzione dell’Europa post-Euro.

E’ un programma di dimensioni e complessità enormi (si pensi ad esempio alla chimica del disinquinamento, tale da creare moltissimi e qualificati posti di lavoro, sufficienti a riassorbire buona parte della attuale disoccupazione. Si determinerebbero per questa via le condizioni di una profonda trasformazione della attuale struttura dei consumi e per la ripresa della domanda: rilanciare la domanda è giusto, purché si ridefinisca a monte che cosa si intende per domanda. A meno che non si pensi di spingere l’acceleratore delle guerre a bassa intensità e di puntare quindi sulla domanda derivante prima dalle spese militari e dopo dalla ricostruzione, come nel recente caso dei Balcani.

Lo sviluppo sostenibile a più basso impatto ambientale non è un optional o lusso dei paesi ricchi, ma una necessità imposta in questa fase dal rapporto Nord-Sud, per arginare le derive negative della globalizzazione (la finanziarizzazione e la crisi asiatica) e del "libero" commercio estero, instaurato dal rinnovo del GATT (che tutela il profitto delle transnazionali mettendo a rischio la sopravvivenza delle popolazioni).

La strategia dello sviluppo sostenibile, necessaria a rilanciare domanda, investimenti e occupazione, comporta anche l’introduzione di nuove politiche macroeconomiche da concordare a scala internazionale, per il controllo dello spostamento dei capitali (la Tobin tax, ad esempio); e per delimitare il cosiddetto "libero" commercio (sottraendo a questo regime gli alimenti di base, l’agricoltura locale e i diritti di proprietà intellettuale). A livello nazionale, comporta incentivare gli investimenti a basso input di materie prime e di energia, e la riconversione ecologica delle imprese, usando la legislazione ambientale europea che già esiste e che specie in Italia è largamente disattesa.

Le grandi svolte cominciano sempre dai piccoli passi, purché nella giusta direzione.

 

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