Capitalismo Natura Socialismo - HOMEPAGE ECOLOGIA POLITICACNS - rivista telematica di politica e cultura
n. 3 - settembre-dicembre 1999, Anno IX, fasc. 27

EDITORIALE

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n. 3

IL CORAGGIO DI DIRE NO AL NUCLEARE
Giorgio Nebbia
   
 

Nei giorni scorsi si è parlato a lungo della fuga di radioattività durante il funzionamento dello stabilimento chimico-nucleare di Tokaimura, in Giappone; come al solito le "autorità" hanno rilasciato dati contraddittori sulla contaminazione esterna e delle persone esposte; per lo più operai della fabbrica e vigili del fuoco, poche decine di persone nel grande quadro degli omicidi di lavoratori che hanno luogo ogni anno nel mondo nelle fabbriche, sulle strade, nei campi, nei cantieri, nelle miniere.

Poi i livelli di radioattività sono diminuiti e fra qualche giorno, forse anche quando avrete queste pagine fra le mani, l’episodio sarà dimenticato, come è stato ignorato o dimenticato l’altro incidente, con contaminazione nucleare, verificatosi nello stesso stabilimento giapponese nel marzo 1997, come è quasi dimenticata la catastrofe al reattore di Chernobil, del 1986.

L’incidente di Tokaimura è avvenuto in un pezzo del "ciclo nucleare"; un ciclo che comincia dal minerale (radioattivo anche lui) di uranio, comporta la trasformazione del minerale in ossido di uranio e poi in esafluoruro, un sale volatile necessario per separare l’uranio naturale in due frazioni, una "arricchita" nell’isotopo 235, commercialmente utile, e in una coda di uranio "impoverito", radioattivo anche lui. Un residuo che costa poco, di cui ci sono grandi depositi e che si presta bene a fabbricare proiettili durissimi, che si incendiano quando colpiscono una corazza o un carro armato, il "metallo del disonore" usato nelle guerre in Iraq, Yugoslavia e chi sa dove ancora.

Nel ciclo nucleare la principale merce utile è l’uranio arricchito; nelle centrali nucleari, oltre 430 in funzione nel mondo, i nuclei di uranio-235 nel liberare energia si frantumano in frammenti e in composti laterali fra cui il plutonio, tutti altamente radioattivi.

Il buon senso vorrebbe che, una volta scatenati, questi materiali radioattivi fossero sepolti, segregati dalle acque e dalla natura, per secoli e millenni (tanto dura la loro radioattività). Ma alcuni componenti del combustibile residuo dalle centrali (il "combustibile irraggiato") sono riutilizzabili e vendibili se vengono separati chimicamente e poi trattati e rimessi in ciclo. Un pezzo di questo lavoro veniva svolto nella fabbrica di Tokaimura, quando si è avviata una reazione chimica e nucleare "imprevedibile", con liberazione di radioattività.

Dopo il "ritrattamento" del combustibile irraggiato resta una frazione di elementi radioattivi che non possono essere utilizzati, che rappresentano delle scorie; anche all’interno delle centrali, alla fine della loro vita utile, restano elementi radioattivi che non si sa come sistemare. Per ora mettiamo tutto lì, in fusti e depositi, e a sistemarli ci penseranno quelli che verranno dopo di noi.

Dopo ogni giorno di funzionamento di una delle centrali nucleari commerciali, e di quelle che preparano i materiali "esplosivi" per le bombe atomiche, aumenta la quantità di scorie tossiche e pericolose con cui dovranno fare i conti le generazioni future, il "prossimo del futuro".

Tutte le produzioni industriali e agricole comportano pericoli per i lavoratori, per i cittadini, ma il "ciclo nucleare" è l’unico che consente di ottenere cose commercialmente "utili" --- si tratti di elettricità o di bombe atomiche --- per la nostra generazione ad un costo che sarà pagato per decenni o secoli, in futuro, da chi non ci ha chiesto nessun parere. Il "ciclo nucleare" è la prima invenzione tecnica che pone un problema di responsabilità morale estesa nel futuro.

Rischi futuri per che cosa, poi ? per consentire a noi di moltiplicare l’energia e l’elettricità per alimentare sempre più telefoni cellulari, per illuminare a giorno cattedrali e campi sportivi, per fabbricare automobili e divani, oggetti sempre più numerosi che si "devono" comprare per non essere arretrati, che incantano non solo le classi abbienti, ma il proletariato, europeo e internazionale, a cui viene fatto credere che la liberazione dalla miseria passa attraverso il possesso delle merci, tanto più virtuose quanto più sono inutili sul piano umano, e che per la loro conquista tutto è possibile, anzi doveroso.

Dalle trappole rappresentate dal nucleare e da tutte le altre fonti di contaminazioni e pericoli si può uscire soltanto con una nuova moralità, col "coraggio di dire no" alla violenza delle merci, alle guerre e ai conflitti alimentati dalla "necessità" di avere più petrolio o uranio, più "cose", con la conseguenza di lasciare alle generazioni future un mondo più povero, più contaminato, più pericoloso. Non è il caso di fermarsi ? E’ "sabato", domani !"

** Articolo già pubblicato su Riforma, settimanale delle Chiese evangeliche, battiste, metodiste e valdesi, l’8 ottobre 1999.

 

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