Capitalismo Natura Socialismo - HOMEPAGE ECOLOGIA POLITICACNS - rivista telematica di politica e cultura
n. 3 - settembre-dicembre 1999, Anno IX, fasc. 27

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n. 3

RICORDO DI RITA MADOTTO
Fabio Giovannini*
   
 

Ci sono persone che hanno vissuto tutta la vita, per quanto breve, in un instancabile desiderio di liberazione, senza ritirarsi mai, senza cedere di fronte alle difficoltà e cercando continuamente nuove "coste" e "frontiere". Persone il cui ricordo può troppo facilmente svanire nel nulla, quando la loro esistenza fisica svanisce nel nulla.

Rita Madotto è scomparsa nel nulla troppo presto, per una malattia improvvisa. E' morta, giovane, poco prima che l'eclissi del 1999 oscurasse il sole. Non vorremmo che quel suo instancabile desiderio svanisse allo stesso modo del suo corpo, e per questo la ricordiamo, augurandoci che quanto ha lasciato, nei suoi scritti editi e inediti, possa circolare più ampiamente anche senza di lei.

Nata a Roma nel 1962, le prime esperienze politiche, per lei formative anche negli aspetti negativi, le visse con il Collettivo edili di Montesacro, durante le scuole superiori. L'impegno nel movimento degli studenti medi, sull'onda contraddittoria ma feconda del '77, e soprattutto la partecipazione a quella "comunità" molto particolare che era il Collettivo, le lasciarono un segno indelebile, un arricchimento individuale che passava attraverso la "militanza".

Ma di quella esperienza, come delle tante che ha fatto in seguito, presto si volle liberare, perché ne sentiva le strettoie e le storture. Si sentiva estranea alle realtà organizzate della sinistra (nuova e vecchia), e tuttavia si avvicinò criticamente al Pci di allora, che era ancora un organismo plurale e su cui si potevano riversare speranze.

Rita desiderava studiare, ricercare, pensare. Ma doveva lavorare. Così, realizzò una strana fase in cui di giorno puliva i parchi romani lavorando al Servizio giardini del Comune (un lavoro faticoso, "per uomini", come testimoniano i conflitti continui che dovette sostenere, insieme alle altre lavoratrici, con i colleghi che non apprezzavano la novità di una presenza femminile tra loro), e di sera studiava e prendeva parte alle iniziative politiche del sindacato. Perché a questo punto della sua vita aveva incontrato, appunto, la Cgil, con la quale collaborò per alcuni anni, nella Funzione Pubblica di Roma, in coerente dissenso verso le logiche burocratiche dell'apparato.

In quel periodo, però, il suo impegno principale lo dedicava ai seminari e ai cicli di studi di autoformazione dell'Associazione Metamorfosis, una realtà romana poco nota a chi non vi prese parte, ma che influenzò una vasta area di giovani "intellettuali" della capitale. Non mancava mai alle letture collettive (sul pensiero dell'età industriale e post-industriale, da Kafka a Canetti, sui nuovi saperi, sui mutamenti avvenuti nel lavoro), "trascinando" con sé, nella sua passione per il confronto, tante sue amiche e colleghe. Per la rivista dell'Associazione, "Foreste sommerse", tra l'altro Rita firmò con Giuseppe De Santis una bibliografia su scrittura e politica, risultato delle lunghe serate che Metamorfosis aveva dedicato al tema.

Proprio dalle discussioni e riflessioni di Metamorfosis Rita maturò una convinzione che non abbandonò più: la convinzione della centralità delle tematiche ambientali, rendendosi conto della necessità di rifondare in chiave ecologista tutti gli approcci tradizionali della sinistra.

Per quanto Rita desse sempre molta importanza alla dimensione teorica e ideale, il suo modo di affrontare l'ecologismo passava attraverso l'economia, l'aspetto che la attraeva maggiormente. Si dedicò quindi allo studio del pensatore che più di altri ha anticipato l'analisi del nesso economia-ecologia, Nicholas Georgescu-Roegen, e su di lui scrisse un saggio per il volume collettaneo Le radici del verde (Dedalo, Bari 1991).

Ora aveva trovato il filone principale delle sue ricerche, e orientò in questo senso gli studi universitari che stava intraprendendo, concentrandosi sulla contraddizione tra Nord e Sud del mondo. Si laureò in Scienze politiche (continuando sempre a lavorare come dipendente comunale) e subito si iscrisse a Sociologia, presa da quell'ansia di conoscenza che non la lasciava mai.

I suoi interessi erano ampi perché ampia era la sua curiosità multilaterale. Sentiva profondamente, ad esempio, anche le proprie origini "etniche", avendo radici familiari nelle popolazioni di provenienza albanese dell'Italia centro-meridionale. Ricordo che firmammo insieme un articolo-inchiesta per Avvenimenti sulla realtà culturale e persino bilinguistica di quegli italiani, sconosciuti ai più, che parlano la lingua dell'Albania.

Certo, in questa molteplicità di sguardi che lanciava sul mondo c'era il segno di una inquietudine, di una insoddisfazione irrisolta. Di questa inquietudine mi diceva spesso, in lunghe chiacchierate e confidenze: sapeva parlare dei suoi affetti, tormentati e turbolenti, con una sincerità femminile che in amici maschi non ho mai trovato.

La politica attiva continuava ad avere un forte richiamo su di lei, e dopo il 1989 si dedicò per un periodo al movimento degli autoconvocati del Pci, una pattuglia di militanti di varie parti d'Italia che si opponevano alla liquidazione del Partito Comunista Italiano, rivendicando una rifondazione "dal basso" della sinistra. Rita non trovava una sua "casa" in nessuna delle realtà culturali e organizzate della sinistra, lei come tanti altri della sua generazione. Non voleva rinunciare al legame con la politica, ma aveva ben presente il declino delle appartenenze e la mutazione genetica di gran parte della sinistra. Rita era comunista, nonostante tutto.

Voleva riscattarsi dal lavoro ripetitivo e in buona misura alienante che continuava a svolgere. Per questo, a un certo punto, scelse il giornalismo. Avviò una collaborazione alle pagine economiche del Manifesto, che le diede molto come preparazione al giornalismo, ma che la lasciò immancabilmente disincantata e amareggiata. Prese anche a utilizzare uno pseudonimo, Tina Menotti, sia perché evocava l'eroico Menotti che si studia a scuola, sia per echeggiare la fotografa rivoluzionaria Tina Modotti, giocando sull'assonanza con il proprio nome (da ragazzina i compagni la chiamavano così scherzando).

Nel 1992, anche per sfuggire alle inquietudini cui accennavo, passò un periodo di studi all'Università di Santa Cruz, in California, accanto a James O'Connor, l'animatore della rivista "Capitalism Nature Socialism". In quell'anno, infatti, Rita era diventata responsabile di redazione dell'edizione italiana della rivista di O'Connor, Capitalismo Natura Socialismo. Quella permanenza americana le diede l'impulso ad approfondire "l'idea di analizzare criticamente gli strumenti e le strategie interne al sistema capitalistico per tentare di porre rimedio al progressivo degrado ambientale", come ha scritto lei stessa. E nasce così il suo libro L'ecocapitalismo. L'ambiente come grande business (Datanews, Roma 1993), l'eredità più consistente che Rita ci ha lasciato.

A tutt'oggi non esiste un altro studio italiano altrettanto suggestivo sul nesso tra economia capitalistica ed emergenza ecologica. Il suo era un punto di vista marxista (ma di marxismo rinnovato e contaminato dalle culture verdi) che sfatava le illusioni di quanti propagandavano (e propagandano) l'affidamento al libero mercato per risolvere la crisi ambientale.

Dopo la pubblicazione del libro Rita aveva tanti desideri, tanti progetti (alcuni irrealizzabili). Trovò una "sponda" nel quotidiano "Liberazione", diventando redattrice delle pagine economiche. Anche quella esperienza, iniziata come al solito con entusiasmo, la disilluse. Assisteva quasi incredula alle diatribe politiche intestine di Rifondazione comunista e del suo giornale, ma continuava ostinatamente la sua attività di giornalista, producendo una messe di articoli in cui lo spirito critico di fronte alle dinamiche dell'economia di mercato (e alle posizioni troppo facili e semplificate, anche a sinistra) rimaneva indomabile.

Giovanna Ricoveri che, alla direzione di Capitalismo Natura Socialismo e poi di Ecologia politica, con Rita collaborò strettamente, mi ha detto di sperare in una nuova circolazione e una riscoperta degli scritti che Rita Madotto ci ha lasciato. "Penso che a Rita avrebbe fatto piacere", ha aggiunto. Lo penso anch'io.

* Fabio Giovannini, studioso di movimenti ambientalisti e culture verdi, da tempo si occupa anche di immaginario.

 

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