Capitalismo Natura Socialismo - HOMEPAGE ECOLOGIA POLITICACNS - rivista telematica di politica e cultura
n. 3 - settembre-dicembre 1999, Anno IX, fasc. 27

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n. 3

ECOBUSINESS RIFIUTI
Rita Madotto
   
 

Quasi tutti, in Italia, continuiamo a gettare ogni mattina nei cassonetti buste di plastica con dentro carta, plastica, rifiuti organici, vetro, batterie, medicine, stacci, ecc.. I rifiuti diventano un problema, quando l'azienda municipalizzata non svuota i cassonetti, quando sulla spiaggia si trovano rifiuti di ogni genere, quando si abita vicino ad una discarica e, pur non vedendo niente, si sente un terribile lezzo. Siamo ancora alla preistoria della gestione dei rifiuti, e ancora non c'è una coscienza di massa sulla minaccia che essi costituiscono. Se negli USA si discute dei limiti che il mercato stesso impone al riciclaggio (non sembra si riesca ad andare oltre il 25 per cento senza un consistente intervento pubblico) e si mette sotto accusa la politica di espansione delle discariche, in Italia, dove abbiamo un rapporto superficie per abitante ben diverso da quello Usa, si continuano a disseminare discariche sul territorio, si costruisce qualche inceneritore, e il riciclaggio resta a livello delle buone intenzioni, senza che ciò preoccupi più di tanto.

Se la strada dell'esportazione dei rifiuti è sbarrata, come pare e com'è giusto, il problema si presenterà con una certa urgenza, perché è difficile attuare la politica "dell'occhio non vede, cuore non duole" propria dello stoccaggio in discarica, vista la densità della popolazione e l'urbanizzazione diffusa sul territorio.

Per trovare soluzioni efficaci all'emergenza rifiuti, e non pseudosoluzioni che spostano solo l'inquinamento da un posto all'altro o da un ricettore a un altro (dal suolo con le discariche, all'atmosfera con gli inceneritori), è necessario avere chiaro come si genera il problema della produzione crescente di rifiuti.

La produzione di merci è produzione di rifiuti, ovvero la produzione dei rifiuti è l'altra faccia della produzione di merci. La quantità dei rifiuti risultanti dai processi di produzione e di "consumo" delle merci è, per la legge di conservazione della massa, uguale alla quantità di risorse sottratte all'ambiente. In termini fisici non si consuma niente, c'è invece una trasformazione delle merci in rifiuti. A una produzione crescente di merci corrisponde una produzione crescente di rifiuti.

La produzione di merci (beni e servizi) in una società capitalistica è crescente; non conosce limiti. Il motore del sistema di mercato è l'ampliamento del capitale posseduto, "perseguito attraverso la massimizzazione del profitto e la sua riconversione in capitale addizionale" (1). Lo stato normale dell'economia è quello di crescere: se non cresce, l'economia è malata. Ma c'è di più, "la produzione non ha altro limite che se medesima: in ogni momento dato, naturalmente, l'espansione della ricchezza è limitata dall'entità del capitale, ma il risultato di questa espansione è lo spostamento in avanti del limite" (2).

La crescita "illimitata" è una necessità intrinseca del sistema capitalistico di mercato, una necessità che nasce, come spiega James O'Connor, dal fatto che "la produzione capitalistica cerca di massimizzare la produzione per ora lavorata" (3). La massimizzazione della produttività del lavoro, mentre aumenta la capacità di produzione plusvalore, "riduce la sua capacità di realizzare il plusvalore nei mercati al consumo. Il problema dell'espansione dei mercati diventa dunque cruciale per la sopravvivenza dell'impresa e del sistema capitalistico nel suo insieme. Ciascun capitalista cerca pertanto di vendere i suoi prodotti di consumo più in fretta possibile; cerca cioè di ridurre il tempo di circolazione del capitale in tutti modi possibili e immaginabili, ed è di qui che viene la società consumistica trasversale". E più avanti: "Quale che sia il grado di 'verde' dei beni di consumo, esiste nel capitalismo una tendenza intrinseca alla crescita del consumo di merci, con tutti gli inevitabili effetti collaterali" (4).

L'immaterialità della produzione, l'immaterialità dell'inquinamento. Un fattore determinante di questo processo esponenziale è l'innovazione tecnologica. Esiste un rapporto di interdipendenza tra progresso tecnologico e sistema di produzione finalizzato alla massimizzazione del profitto: l'impresa capitalistica da una parte adotterà tutte le innovazioni capaci di far aumentare il sovrappiù, e dall'altra sarà essa stessa promotrice di innovazione.

Questo meccanismo, si sostiene da più parti, come è riuscito ad espandere i consumi per quantità e varietà, così riuscirà a risolvere il problema della degradazione dell'ecosistema: il progresso tecnologico riuscirà a far fronte alla scarsità apparente di risorse, eliminando il problema delle emissioni inquinanti e dei rifiuti. La crescita assumerebbe caratteri immateriali, secondo quanto sembra dimostrato da molte ricerche empiriche da cui emerge una correlazione tra intensità d'uso di materie prime, relative emissioni inquinanti e livello di sviluppo. Ci sarebbe, in definitiva, un miglioramento ambientale gratuito, ogni qual volta la percentuale di crescita dell'inquinamento e di utilizzo di materie prime non rinnovabili è inferiore all'incremento percentuale del prodotto interno lordo.

Il cambiamento strutturale in atto agisce poi, sinergicamente, con fenomeni in via di diffusione: cambiano i modelli di consumo e si affaccia sulla scena un "consumatore verde", attento alla qualità ecologica dei prodotti, che domanda servizi per il miglioramento della qualità ambientale dell'habitat in cui vive, si dice. Le imprese da una parte si orientano nella produzione di nuovi beni e servizi domandati; dall'altra, nella costante ricerca della minimizzazione dei costi imposta dal sistema concorrenziale, adottano tecnologie capaci di risparmiare risorse e materie prime, a cui si accompagnano minori emissioni inquinanti. L'ecobusiness, inteso come insieme delle attività che operano a monte e a valle dei processi produttivi per rendere tali processi "puliti" o meni inquinanti, registra in tutti i paesi industrializzati notevoli tassi di crescita. Il pregio dell'economia di mercato sarebbe proprio quello di essere permeabile ai cambiamenti. Così oggi sembrerebbero essersi verificate quelle condizioni che rendono possibile l'assunzione dei fattori ambientali non più come vincolo, ma come opportunità per l'impresa.

E' il tentativo di eludere il limite oggettivo delle economie esterne, di quello che viene definito "secondo ambiente". Ma l'analisi meramente quantitativa non è in grado di dare delle risposte esaurienti: anche se la diminuzione dei fattori che hanno un impatto negativo sull'ambiente fosse più proporzionale rispetto all'aumento del prodotto interno lordo, ciò non si tradurrebbe necessariamente in miglioramento delle condizioni ambientali, perché l'inquinamento è in molti casi irreversibile e cumulativo. L'inquinamento e il consumo di risorse vanno messi in relazione con le capacità di assorbimento del pianeta e con le riserve finite di risorse non rinnovabili.

Va poi rilevato che non è affatto vero che la traiettoria tecnologica assicuri sempre soluzioni più efficaci da un punto di vista ambientale: gli alti costi della ricerca tecnologica spingono alla immediata applicazione delle tecniche innovative nei settori più remunerativi, senza che ci sia il tempo di verificare o sperimentare se l'utilizzo dei nuovi processi o prodotti abbia effetti indesiderati sull'ambiante, diversi e più gravi di quelli che si vuole eliminare. Progressivamente, comunque, nel mercato entrano imprese che cercano di riparare, neutralizzare, riciclare i guasti creati dalla crescita - per quello che le tecnologie permettono e fatti salvi i tassi di profitto.

Il business ambientale può essere diviso in due grandi aree: quello dell'intervento a monte dei processi produttivi, e quello dell'intervento a valle dei processi produttivi, con il trattamento di emissioni ed effluenti inquinanti, e di rifiuti. Sino ad oggi la grande crescita delle attività che intervengono a valle dei processi produttivi non ha fatto riscontro in egual misura lo sviluppo delle attività che operano a monte, attraverso la sostituzione massiccia delle materie prime inquinanti con nuovi materiali e il cambiamento dei processi produttivi.

La soluzione più conveniente suggerita dal mercato è infatti quella di lasciare praticamente identici gli impianti produttivi, e di intervenire "alla fine del tubo". Ciò fa risparmiare sugli investimenti in Ricerca e sviluppo, per modificare i prodotti o i processi di fabbricazione, e permette ai vecchi impianti di essere pienamente ammortizzati. Inoltre, si creano così dal nulla nuovi mercati, quelli di chi opera nel disinquinamento. In Usa, per esempio, il peso di questo settore sull'economia, è di circa il 4 per cento del prodotto interno lordo (Pil).

Uno dei settori trainanti dell'"industria verde" è dunque quello dei rifiuti. L'incremento della domanda pubblica per superare l'emergenza rifiuti in tutti i paesi a capitalismo avanzato. Grandi e piccole imprese sono in corsa per non perdere l'appuntamento con l'ecobusiness. Ma sul mercato sono destinate a restare solo le imprese medio-grandi, più solide dal punto di vista tecnologico e finanziario, capaci di competere con le multinazionali di Oltreoceano, come la Waste Management, leader mondiale del settore rifiuti.

Dal riciclaggio alla durevolezza dei prodotti. Le politiche ambientali volte ad affrontare l'emergenza rifiuti sembrano spostare gli interventi del trattamento (incenerimento) e/o stoccaggio al recupero, o riciclaggio. Ma non è niente di più che un miraggio.

L'economia capitalistica è incapace di riconoscere che il limite della capacità ricettiva dell'ambiente può frenare il suo stesso sviluppo, e continua a stoccare i rifiuti, trasformandoli senza riuscire ad eliminarli. Il problema del loro smaltimento permane, dunque: tutti i processi di depurazione di acqua e aria, per esempio, aumentano il carico di rifiuti solidi o fangosi sul suolo. Per ridurre il carico sul suolo è necessario ridurre le emissioni inquinanti e/o realizzarne il riciclaggio.

Con il riciclaggio si trasformano beni a utilità negativa (i rifiuti) in beni a utilità positiva, capaci di rientrare nel circuito del mercato. A volte i sottoprodotti del processo produttivo e gli scarti del consumo mantengono un'utilità positiva, ed entrano spontaneamente nel mercato. Ciò avviene quando il costo del riciclaggio è minore, tenuto conto della qualità e del costo delle materie prime. Ma c'è un limite a quel che il mercato può fare, se lasciato libero alle sue leggi, e le autorità pubbliche devono intervenire in modo sostanziale, se vogliono che il riciclaggio assuma un peso significativo per l'equilibrio ecologico del pianeta.

Quali sono gli strumenti di regolamentazione a livello del mercato? L'imposizione di canoni per i servizi resi (raccolta, per esempio), o tasse sui prodotti; aiuti finanziari o incentivi alle imprese o ai cittadini per favorire determinati comportamenti; l'organizzazione dei mercati delle materie seconde, provenienti dal recupero; le politiche indirette (imposte sulle materie prime).

Il recupero dei rifiuti è importante non solo perché l imita l'impatto dei rifiuti sull'ambiente, ma anche perché permette di contrarre il prelievo di risorse naturali non rinnovabili. Ma ci sono dei limiti anche al riciclaggio. Come spiega Georgescu-Roegen, "Possiamo anche riciclare i rottami. Esistono però elementi che per la loro natura e per il modo in cui entrano nei processi naturali e in quelli guidati dall'uomo, sono ad alta dissipazione; il riciclaggio in tal caso non può essere di molto aiuto… Un altro punto importante - a quanto pare ignorato dagli economisti… - è che il riciclaggio non può essere completo" (5).

E inoltre il riciclaggio, pur necessario come nel caso degli scarti, non è la soluzione più idonea in assoluto da un punto di vista ecologico. "La verità è che l'eliminazione dell'inquinamento, come il riciclaggio, non è priva di costi in termini di energia. Inoltre, aumentando la percentuale di riduzione dell'inquinamento, il costo aumenta ancor più rapidamente che non il riciclaggio; dobbiamo quindi stare attenti ancorché a non sostituire a un inquinamento locale un altro più grande, ma distante" (6).

Queste considerazioni inducono a ritenere che la soluzione all'aumento dei rifiuti inquinanti e alla limitatezza delle risorse risiede nella durevolezza dei prodotti. Una soluzione, quella della maggior durevolezza dei prodotti - come sostiene anche Mercedes Bresso - più interessante nel lungo periodo, ma che "pone problemi complessi rispetto al funzionamento economico" (7). Mette infatti in discussione il dogma della crescita illimitata e la cultura consumistica delle economie capitalistiche. Un dogma e una cultura da cui non sembrano essere esenti neanche gran parte dei Verdi che, nella loro ambigua trasversalità, sono più preoccupati di essere additati come i nuovi Savonarola, che di proporre un programma coerente, che vada oltre la soglia del 3 per cento.

Non è possibile infatti rispondere alle esigenze di ogni tipo di consumatore, "che voglia acquistare un paio di sandali o una Jaguar", e non è che "per qualsiasi stile di vita ci sono beni e servizi economicamente convenienti, ambientalmente compatibili e, fin dove è possibile, altrettanto piacevoli da usare degli altri" (8). Su questo terreno, è evidente entrano in gioco valori culturali, stili di vita e abitudini, che dovrebbero cambiare radicalmente per consentire una soluzione al problema ecologico dei rifiuti.

L'alternativa non è tra il piacevole consumo di beni inquinanti e le fredde caverne della preistoria, ma tra l'uso spiacevole dei beni di consumo, di cui il capitale ci ha resi schiavi (gli schiavi dell'auto popolano le metropoli del Nord e del Sud) e uno stile di vita più piacevole, dove a parlare siamo noi e non le cose che possediamo (9). E' veramente una malattia della mente - sostiene Georgescu-Roegen - gettar via una giacca o un mobile quando possono ancora servire al loro scopo specifico. Acquistare una macchina 'nuova' ogni anno e arredare la casa ogni due è un crimine bioeconomico" (10).

La durevolezza dei prodotti e la riduzione dei consumi è una proposta che il sistema non può sottoscrivere, mentre la "soluzione" più avanzata su cui si lavora è il riciclaggio "adatto al sistema produttivo attuale, fondato sulla crescita" (11). Le tendenze spontanee del mercato vanno in direzione opposta all'allungamento della vita dei prodotti: "Si tende a eliminare la manutenzione, mentre la pubblicità spinge alla sostituzione creando prodotti apparentemente migliori in base a caratteristiche marginali" (12).

Ripensare la produzione e le merci in funzione dei bisogni di equilibrio dell'ecosistema è incompatibile con la logica del mercato capitalistico non solo in un'ottica meramente economica, ma anche culturale e di organizzazione sociale. Sostituire per esempio l'acquisto di merci con l'acquisto di servizi (lavanderia contro lavatrice, auto in affitto a ore piuttosto che automobile), l'alternativa tra make or buy come suggerisce Guido Viale (13), presuppone una organizzazione sociale molto diversa, che valorizzi il possesso dei beni: interiorizzi la dimensione sociale piuttosto che quella individuale; redistribuisca tempo di lavoro e tempi di vita. Questo ultimo passaggio è fondamentale. Basti pensare che i ritmi imposti dalla attuale organizzazione sociale impediscono anche quella razionalizzazione già possibile in materia di produzione di rifiuti. Per esempio fare la spesa al mercato con il carrello fa diminuire di molto gli imballaggi con cui verdure, carne, frutta, formaggi, uova, ecc., vengono imballati nei supermercati. Ma nonostante sia più costoso per il mercato oltre che più inquinante dal punto di vista appena analizzato, la fretta "ci costringe" a fare la spesa nei grandi supermercati, andando a "pescare" proprio nei settori dove i prodotti sono preconfezionati, per evitare file ai banchi.

La soluzione ai problemi ambientali impone una forte radicalità dell'azione politica, presente in misura inversamente proporzionale a quello che sarebbe necessario nel sistema politico, sociale e culturale dei paesi a capitalismo avanzato dove, nonostante la crisi perdurante, si vive ancora nell'illusione che il libero mercato sia la panacea di ogni male.

Note

(1) C. Napoleoni, Elementi di Economia Politica, La Nuova Italia, Firenze, 1981, p. 207

(2) C. Napoleoni, o. cit., p. 208

(3) L. O'Connor, "Ecologia e tecnologia", CNS, n. 1, 1991

(4) J. O'Connor, Ibidem

(5) Nicholas Georgescu-Roegen, Energia e miti economici, Boringhieri, Torino, 1982, p. 37-40

(6) Ibidem, p. 41

(7) M. Bresso, "Il significato economico dei rifiuti", in L'Impresa Ambientale, n. 3, p. 110

(8) John Elkington, Julia Hailes, Guida verde del consumatore, Longanesi, Milano, 1992, p. 11

(9) J. O'Connor, "L'economia politica della good society", CNS, n. 3, 1993

(10) N. Georgescu-Roegen, op. cit., pp. 74-75

(11) M. Bresso, op.cit., p. 109

(12) Ibidem

(13) Guido Viale, Un mondo usa e getta. La civiltà dei rifiuti e i rifiuti della civiltà, Feltrinelli, Milano, 1994

 

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