Capitalismo Natura Socialismo - HOMEPAGE ECOLOGIA POLITICACNS - rivista telematica di politica e cultura
n. 3 - settembre-dicembre 1999, Anno IX, fasc. 27

INDICE
n. 3

DISTRUZIONE DELL'AMBIENTE E FLUSSI MIGRATORI
Claudio Santi*
   
 

1) Premessa

In un interessante articolo dal titolo "Cosa c'entra l'immigrazione con la natura" (CNS, N.3 1991) Enrico Pugliese poneva la questione dei rapporti tra flussi migratori e degrado ambientale, arrivando alla conclusione che, nonostante contributi di grande valore siano venuti da demografi, sociologi, economisti, biologi, ecologi, tuttavia per comprendere le relazioni tra i processi migratori, intesi come fenomeni sociali generali, e l'ambiente occorre un approccio che superi i limiti delle singole discipline.

Quando si studiano le cause delle migrazioni, si parte generalmente dai cosiddetti effetti di repulsione (push effect) e di attrazione (pull effect). Il primo si riferisce alle condizioni di vita, difficili o addirittura impossibili, che spingono ad emigrare da una determinata zona, il secondo ai fattori di richiamo - possibilità di lavoro,migliori salari, migliori condizioni di vita - esistenti nelle potenziali aree di immigrazione. Ma non sempre le condizioni di estrema povertà sono in grado di rendere conto delle effettive migrazioni, che sono spiegabili invece tenendo conto di diverse variabili: economiche, politiche, ambientali,culturali.

Generalmente i profughi e i migranti vengono suddivisi in 3 grandi gruppi, - a seconda delle cause che determinano la partenza dal paese di origine: per guerre e persecuzioni politiche, per motivi economici (povertà, ricerca di lavoro), per cause ambientali (catastrofi ecologiche). Ma in molti casi si tratta di una suddivisione arbitraria, perchè i processi che hanno portato alle migrazioni sono avvenuti sotto l'influenza concomitante di tutti questi fattori.

Si possono individuare 4 grandi processi che hanno determinato e continuano a determinare le migrazioni di massa nel XX secolo: la dissoluzione degli imperi e il risveglio dei nazionalismi e dei fondamentalismi; le trasformazioni dell'economia mondiale; la crescita demografica; il degrado dell'ambiente. La conseguenza di questi processi è l'intensificazione delle disparità economiche (sviluppo, innovazione tecnologica e scientifica), politiche (sicurezza, tutela dei diritti umani, possibilità di partecipazione politica), demografiche (sovrappopolazione nel Sud e stagnazione e invecchiamento al Nord). Bisogna anche sottolineare come per la prima volta nella storia, in seguito alla diffusione su scala mondiale dei valori occidentali e in particolare grazie ai moderni mezzi di comunicazione, gran parte della popolazione mondiale prende coscienza di tali differenze e le percepisce come ingiuste.

Dopo queste considerazioni generali sui fenomeni migratori tornerò adesso alla domanda, posta da Pugliese, sul rapporto tra immigrazione e natura. La mia intenzione è quella di mostrare in che modo la distruzione dell'ambiente influenzi i flussi migratori, quanto le strategie adottate finora dai paesi "ricchi" nei confronti dei paesi di emigrazione sia inadeguata e quanto sia importante, in questo contesto, ripensare tali strategie mettendo in primo piano l'obiettivo dello "sviluppo sostenibile". Per prima cosa cercherò di far chiarezza sui dati e sulle dimensioni del problema e sul rapporto tra povertà e degrado ambientale.

2) I dati del problema

In un rapporto dell'ONU si parla dei "rifugiati ambientali" come di persone "che sono costrette a lasciare il loro ambiente di vita provvisoriamente o in modo duraturo, perchè la loro esistenza e/o il o livello di vita sono stati minacciati o gravemente pregiudicati da danni all'ambiente (sia per cause naturali che dovute all'azione dell'uomo)".

Non c'è bisogno di dire che nella maggior parte dei casi anche nelle catastrofi naturali c'è un intervento diretto o indiretto dell'uomo. Le valutazioni circa il numero dei rifugiati ambientali sono molto differenti, si va dai 50 ai 500 milioni. Naturalmente i dati variano in base ai parametri considerati, però agenzie e studiosi concordano nel ritenere che a) Il loro numero è in continua crescita; b) la maggior parte di essi è concentrata nel Sud del mondo; c) le migrazioni, per lo più interne, dalle campagne verso le città, hanno provocato la formazione di "megacittà" invivibili.

A una analisi più approfondita la relazione tra povertà e degrado ambientale appare biunivoca. Nelle società rurali, in cui le popolazioni vivono in condizioni di sopravvivenza, le strategie di produzione sono caratterizzate da un'ottica di breve, se non addirittura brevissimo periodo e spesso le risorse naturali (pascoli, superfici agricole) sono sottoposte ad un carico insostenibile. Di conseguenza risulta scarsa anche la propensione agli investimenti indispensabili per mantenere la produttività delle risorse naturali. Ciò spiega ad esempio il fallimento di molti programmi di riforestazione, che richiedono un lungo periodo perché gli alberi giungano a maturità. In sostanza le condizioni di vita precarie spingono ad aumentare la pressione sulle risorse naturali, causando nel medio e lungo periodo un degrado ambientale sempre più accentuato.

Dall'altra parte le classi sociali più povere e che sono costrette a vivere in aree soggette ad un forte degrado ambientale, subiscono anche, a causa di malattie, alimentazione inadeguata, ecc. una forte riduzione delle capacità produttive, cosicché si crea un circolo vizioso tra povertà e degrado ambientale, da cui non si riesce ad uscire; tanto più che il peggioramento delle condizioni ambientali richiede a delle popolazioni con capacità produttive sempre più ridotte una ridefinizione delle attività necessarie per garantire la sopravvivenza. Ad esempio si allunga sempre di più il tempo necessario per procurarsi beni indispensabili come l'acqua e il legno e si riduce di conseguenza - soprattutto per le donne - il tempo dedicato al lavoro agricolo.

Apparentemente il velocissimo processo di urbanizzazione che interessa molte città nei PVS (paesi in via di sviluppo) costituisce una soluzione, perché porterebbe ad una minore pressione sulle risorse naturali. Ma questo in realtà non è vero, perché la maggiore domanda di alimenti (che devono essere conservati e trasportati) da parete della popolazione urbana, porta all'abbandono di colture e tecniche di coltivazioni tradizionali, generalmente più rispettose dell'ambiente, e all'adozione di colture e tecniche orientate al mercato.

Non bisogna poi dimenticare che i problemi ambientali delle megalopoli" diventano sempre più esplosivi. Da molte parti si ritiene che la dinamica demografica giochi un ruolo fondamentale nella relazione tra povertà-degrado ambientale-migrazioni, e che senza interventi di controllo demografico qualsiasi politica di sviluppo risulta fallimentare. Queste argomentazioni hanno una grande rilevanza, però debbano essere sottoposte ad un vaglio critico.

Ciò che intendo fare nel seguito è discutere 1) se sia vero che l'incremento demografico può essere considerato la causa principale del degrado ambientale e 2) se sia adeguata la nozione di sviluppo su cui si basano gli interventi attuati per migliorare le condizioni di vita nei PVS e quindi anche per offrire alternative all'emigrazione.

3) L'argomento della sovrappopolazione. Contro il neomalthusianesimo

All'inizio degli anni '70 comincia a entrare in crisi l'idea che il modello di sviluppo dei paesi industrializzati sia estendibile al resto del pianeta e che sia possibile una crescita illimitata.

Nel 1972 veniva pubblicato il rapporto di un gruppo di scienziati del MIT, redatto per il Club di Roma sui "Limiti dello sviluppo", che metteva in evidenza l'inconciliabilità tra crescita esponenziale e finitezza della terra. In tale rapporto, basato su un modello dell'economia mondiale che prendeva in considerazione cinque variabili fondamentali (popolazione, industrializzazione, inquinamento, produzione di alimenti, consumo di risorse naturali) veniva prospettato, in assenza di un drastico cambiamento di direzione, uno scenario catastrofico in un arco di tempo abbastanza breve, di circa cento anni.

Le conclusioni fondamentale del rapporto erano: 1) che esistono dei limiti naturali che non si possono oltrepassare senza mettere in dubbio la sopravvivenza del genere umano e 2) che in un sistema finito la tecnologia può sviare l'attenzione dalle soluzioni appropriate.

Secondo gli autori del rapporto non era possibile fino al 2000 frenare né la crescita economica, col il conseguente consumo di risorse non rinnovabili, né l'incremento demografico. In questo modo si sarebbe arrivati rapidamente all'esaurimento delle risorse o, se la crescita fosse continuata malgrado ciò, allora sarebbe stato l'inquinamento a provocare il collasso. Tali processi, con la conseguente drastica penuria alimentare, aumento della mortalità e crollo demografico avrebbero riportato il sistema in uno stato di equilibrio. La soluzione indicata era quella del cosiddetto "sviluppo zero" visto però non come condizione di stagnazione e di arresto del progresso, ma come sviluppo di tipo diverso. Il rapporto - che venne tacciato di "catastrofismo" - sottolineava la necessità di un'equa distribuzione delle risorse, ma sosteneva anche che la crescita esponenziale della popolazione rappresentava l'ostacolo principale a una più equa distribuzione delle risorse. Per questo fu accusato di "neomalthusianesimo".

All'inizio degli anni '90 è stato pubblicato un nuovo rapporto, con i dati aggiornati e una modellizzazione più raffinata, che sostanzialmente riconferma le tesi di vent'anni fa. Dal momento che, anche ora, a proposito dell'immigrazione extracomunitaria riaffiorano spesso posizioni neomalthusiane, mi sembra importante ridiscutere la tesi della "bomba demografica", analizzando in particolare il concetto di carrying capacity. Come è noto secondo questo concetto, elaborato in campo agronomico e zootecnico, quando gli individui di una determinata popolazione crescono in maniera tale che le risorse alimentari risultino insufficienti, interviene un meccanismo automatico che, tramite un incremento del tasso di mortalità, riequilibra il rapporto tra popolazione e risorse disponibili.

È però evidente che, quando si indagano le popolazioni umane e i cambiamenti sociali, bisogna prendere in considerazione altre variabili socio-politiche come la tecnologia, l'aumento e la distribuzione del reddito, la possibilità di accesso alle risorse naturali. Se è vero che in molte zone, ad es. dell'Africa subsahariana, l'aumento della pressione demografica - con conseguente sfruttamento intensivo di suoli, che normalmente venivano lasciati per anni a maggese - ha avuto conseguenze catastrofiche, però è anche vero che altri fattori come la creazione di confini artificiali e una fallimentare politica degli aiuti hanno causato la perdita dei modi di vita tradizionali e una massiccia migrazione nelle città. In molti paesi poveri dell'America Latina, dell'Asia e dell'Africa la pressione demografica è aumentata a causa di un processo accelerato di industrializzazione, di una politica di concentrazione delle terre in poche mani e dell'introduzione di monocolture orientate al mercato.

D'altra parte non è sempre vero che l'alta pressione demografica sia causa di degrado ambientale; infatti la conservazione dei sistemi agrari delle zone "di frontiera" e l'equilibrio idrogeologico del territorio, è garantita solo dalla presenza di abbondante manodopera, indispensabile per le coltivazioni a terrazze nelle zone collinose e montuose.

Se poi partiamo dalla semplice constatazione che uno svizzero consuma quanto 40 somali e ci mettiamo dal punto di vista delle distribuzione delle risorse a livello planetario, appare ancora più chiaro come il dato più importante non sia quello della sovrappopolazione ma quello dei livelli di consumo.

4) Economia di mercato versus economia di sussistenza

Prima abbiamo visto come l'abbandono dei villaggi e il rapidissimo processo di urbanizzazione nei paesi poveri, rappresentino l'aspetto più rilevante ed allarmante dei processi migratori, anche se apparentemente non hanno un'influenza diretta sul blocco dei paesi "ricchi".

Ma qual'è la natura delle dinamiche che scolvolgono in modo così profondo il tessuto di relazioni economiche e sociali preesistenti (tradizionali, preindustriali), privando milioni di persone di qualsiasi mezzo di sostentamento? Per capirlo più a fondo ci serviremo dei concetti di "economia di sussistenza" e di "economia di mercato " e ci riferiremo costantemente ai lavori fondamentali di Karl Polanyi, che si è servito dell'antropologia economica e della storia antica per attaccare la concezione riduzionistica secondo cui è l'organizzazione economica a determinare la struttura sociale e cultura di ogni società.

Partendo delle acquisizioni dell'economia antropologica appare chiaramente come nelle società tradizionali la sfera economica, della produzione e della distribuzione, sia "incorporata" dentro una complessa rete di rapporti politici, religiosi, familiari - che regolano le transazioni in base a meccanismi di reciprocità e ridistribuzione, funzionali alla sopravvivenza della comunità.

Recenti studi sulle economie antiche, preindustriali, anarchiche e arcaiche hanno messo in evidenza come esse siano espressione di forme di vita complesse e singolari e come, da un punto di vista ecologico,abbiano sviluppato delle strategie di controllo delle risorse naturali più adeguate rispetto a quelle usate dalle società moderne e "civilizzate".Un esempio significativo di quanto incida sull'ambiente la dissoluzione delle forme di vita tradizionali è quello dei popoli nomadi dell'Africa subsahariana, che nel corso dei secoli avevano sviluppato strategie per adattarsi all'ambiente esterno, attraverso la conservazione di provviste, anche nei periodi di siccità. Ora non esistono più territori che consentano migrazioni periodiche e i pascoli, anche a causa dei confini creati a partire dal periodo coloniale,i sono stati occupati da popolazioni sedentarie. Per questo vengono dissodati altri terreni, cosa che provoca un'ulteriore espansione della desertificazione. I raccolti però diminuiscono progressivamente rendendo necessari ulteriori dissodamenti: un cerchio infernale.

Ma che succede quando questo tipo di economie viene trascinato nel meccanismo del mercato mondiale? Il processo che è avvenuto in Europa nel corso di secoli, cioè il progressivo svincolarsi della sfera economica dalla società nel suo complesso, si sviluppa in modo rapido e catastrofico, portando alla dissoluzione dei modi di vita tradizionali. Si tratta dello scontro tra due logiche radicalmente diverse:

- sottoproduttività e preferenza dell'ozio / massimizzazione del profitto

- orientamento al valore d'uso (in particolare per quel che riguarda il fabbisogno alimentare) / orientamento al valore di scambio e quindi al profitto

- reddito della comunità / reddito del singolo

Lo studioso tedesco Elmar Altvater nel suo bel lavoro "Sachzwang: Weltmarkt", cioè il mercato mondiale come vincolo oggettivo, parte da un'analisi ben documentata del caso Brasile e mette in luce quali sono i rapporti tra sottosvilupo e distruzione dell'ambiente, sottolineando in particolare l'asimmetria tra le dinamiche economiche, transnazionali, che determinano la mondializzazione del capitalismo e quelle politiche, che si esplicano tuttora essenzialmente entro i limiti dello stato-nazione.

Ciò comporta che gli stati nazionali, con le loro caratteristiche storiche, sociali, ambientali - legati cioè ad un luogo "concreto" -, si devono uniformare alle scelte economiche dettate dai mercati internazionali (da centri economici e politici extraregionali), in base al tempo e allo spazio "astratti" (che si muovono cioè essenzialmente secondo la logica del profitto per lla valorizzazione del capitale).

Anche gli organismi internazionali istituzionali - Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Gatt (ora WTO) - che teoricamente dovrebbero promuovere lo sviluppo e la protezione dell'ambiente mediante prestiti e finanziamenti - il più delle volte hanno contribuito con i loro interventi ad aggravare le condizioni sociali e ambientali nei PVS.

Il cinico risultato di questo sviluppo è che milioni di persone vengono espropriate dei loro tradizionali modi di esistenza senza d'altra parte riuscire a mantenersi con il proprio lavoro e accedere al modo vita occidentale. La creazione delle monocolture orientate all'esportazione ha portato spesso alla tragica situazione per cui le popolazioni indigene non potevano nutrirsi dei frutti del loro lavoro perché questi prodotti erano in parte indigesti e in ogni caso non avevano un sufficiente potere nutritivo (si pensi ad esempio alle piantagioni di banane!).

5) Sopravvivere allo sviluppo. Il caso delle foreste

La filosofia su cui si basavano negli anni '60 gli interventi per migliorare il tenore di vita nei paesi del Terzo mondo era molto semplice. Si pensava che questi paesi avrebbero ripercorso, con l'aiuto di finanziamenti da parte dei paesi ricchi, la via maestra che portava all'industrializzazione. A questo servivano le grandi opere (dighe, grandi centrali idroelettriche, autostrade...) . Nel frattempo avveniva anche una dislocazione delle produzioni più inquinanti dai paesi del centro a quelli della periferia, senza parlare delle "navi dei rifiuti" che facevano la spola tra Europa ed Africa. Non sono passati molti anni dalla tragedia di Bophal!

In questo contesto contesto appare chiaro che le grandi prospettive di sviluppo degli anni '60 erano in realtà delle chimere e che il problema che si presentava e si presenta tuttora alla grande maggioranze delle popolazioni del 3. mondo è quello di "sopravvivere allo sviluppo". Nei suoi studi puntuali e ben documentati Sopravvivere allo sviluppo e Monocolture della mente la scienziata e filosofa indiana Vandana Shiva mette bene in evidenza e denuncia la valenza ideologica che è alla base della filosofia dello sviluppo e i guasti che essa ha provocato. Tra i danni più gravi arrecati dalle politiche di intervento e di cooperazione sono quelli causati dalla cosiddetta "Rivoluzione Verde", che si basava sull'introduzione di monocolture geneticamente uniformi (mentre i sistemi tradizionali si basano sulla rotazione e consociazione di cereali, legumi, semi oleosi,...) e che di fatto ha danneggiato alcune varietà di sementi e distrutto intere colture popolari, ha incentivato l'uso di fertilizzanti ed erbicidi, che annientavano piante ed insetti ecologicamente utili e inquinavano terreni e falde, ha espulso milioni di contadini dall'agricoltura.

Shiva ha studiato il caso delle foreste himalaiane e degli interventi di riforestazione, ma queste considerazioni possono valere anche per le foreste tropicali e per altri ecosistemi. In questi interventi si possono individuare 3 passaggi: svalorizzazione dei saperi locali; decontestualizzazione della relazione sistema produttivo/ambiente; uniformizzazione alla logica e agli obiettivi dell'agricoltura "scientifica".

Il primo passaggio è caratterizzato dal legame tra potere e sapere. I moderni saperi appaiono come sistemi di colonizzazione: i saperi locali non vengono riconosciuti come tali dal sistema di sapere occidentale; il sapere scientifico/moderno viene contrapposto ad unaltro non scientifico e primitivo. Nonostante le nuove tendenze in filosofia e in sociologia abbiano messo in evidenza come la conoscenza scientifica sia strettamente collegata alle mediazioni sociali (la superiorità dei sistemi occidentali non è stata tuttavia messa in discussione).

Il sapere scientifico dominante distrugge le condizioni stesse di esistenza dei saperi locali, e ciò avviene attraverso un meccanismo di decontestualizzazione. Agricoltura e silvicoltura "scientifiche" dividono il mondo vegetale in due parti distinte: una parte produttiva, costituita dagli alberi e dal legno e una parte improduttiva, costituita dalla biomassa non legnosa. Mentre nei saperi locali foresta e campi fanno parte di un sistema ecologico unitario - in cui la produttività si misura in termini di erbe, tuberi, fibre, ricchezza genetica... - , silvicoltura scientifica vede la diversità delle foresta naturale come "caos" in cui occorre portare ordine, ignorando che le foreste tropicali, con la loro produzione di biomassa, sono in termini biologici il sistema più produttivo della terra. La maggior parte delle specie vegetali viene trattata come "spazzatura", senza considerare le sue importanti funzioni di conservazione dell'acqua, difesa dei cicli nutritivi naturali, soddisfazione ai bisogni di combustibile e di cibo, fertilizzante, medicamenti, sia per le popolazioni che vivono nella foresta, sia per quelle che vivono ai margini di essa.

E ora veniamo al terzo passaggio: la subordinazione alla logica dell'agricoltura "cientifica", in base a cui le specie ritenute economicamente utili vengono privilegiate dal sapere dominante, che punta alla "crescita rapida" e ai "rendimenti elevati", rispetto autoctone. In questa ottica venne ad esempio introdotto un po' dappertutto l'eucalipto: un albero "miracolo", che cresce in fretta e produce molto legno ma anche molto meno biomassa rispetto alle piante autoctone.

Per rispondere alla domanda di legname da parte del mercato mondiale la foresta viene considerata alla stregua di una miniera o di una fabbrica e trasformata in risorsa non rinnovabile, al posto del pluralismo culturale e biologico, vengono prodotte monocolture insostenibili.

6) Emigrazione e "sostenibilità": dinamiche locali e dinamiche globali

L'esempio delle foreste dimostra chiaramente quanto siano pesanti le responsabilità dei paesi industrializzati e del sistema capitalistico nella distruzione degli ecosistemi e nello sconvolgimento delle economie tradizionali.

Infatti la politica ambientale nei confronti dei paesi in via di sviluppo è consistita finora nel dislocarvi tecnologie obsolete, energivore ed inquinanti e nel depredare le loro risorse naturali approfittando della corruzione dei governanti, dell'estremo bisogno di valuta, del basso tasso di sindacalizzazione. Tuttavia, nonostante i progressi dell'ecologia e la crescita del movimento ambientalista, non pare esista ancora una sufficiente consapevolezza delle forti ripercussioni che ha la distruzione dell'ambiente, anche in zone molto distanti del pianeta, sul nostro sistema economico e sociale.

Da questo punto di vista il nesso tra politiche ambientali globali e fenomeni migratori risulta davvero strategico. Dovrebbe essere ormai evidente che le politiche di "contenimento" sono del tutto inadeguate: come risulta impossibile bloccare i flussi di materia e di energia dannosi agli ecosistemi (radiazioni nucleari, piogge acide, emissioni di SO2,CFC,C02,...), che costituiscono una delle cause principali dei cambiamenti nella biosfera e del cosiddetto "effetto serra", allo stesso modo non è possibile chiudere i confini alle persone costrette all'emigrazione per il degrado del loro ambiente di vita. Anzi i flussi migratori dal Sud al Nord del mondo, che sono stati finora relativamente controllabili, sono certamente destinati ad aumentare considerevolmente in seguito a probabili catastrofi ecologiche.

Solo politiche concertate, volte a modificare i sistemi economici in modo tale da rendere compatibili le situazioni locali con le dinamiche globali che riguardano il clima, le emissioni e vari tipi di inquinamento, sarebbero in grado di affrontare problemi, che sono allo stesso tempo sociali e ambientali.

Purtroppo alla conferenza di Rio del '93 si sono sentite molte promesse ma non sono seguiti atti concreti. E' fallito. il tentativo di ridurre su scala globale le emissioni di CO2 perché i paesi industrializzati (in testa USA e Giappone) si sono rifiutati di ridefinire il loro modello di sviluppo, mentre i PVS, che non hanno certo le risorse necessarie per sperimentare un modello di sviluppo alternativo, non si sono mostrati disponibili a una diminuzione delle emissioni e a una maggiore tutela degli ecosistemi.

L'attuazione di politiche che perseguano l'obiettivo dello sviluppo sostenibile è dunque ostacolata da resistenze di tipo politico, però occorre anche ricordare che, nonostante questo termine sia entrato largamente in uso, in realtà non esiste ancora una definizione precisa di "sostenibilità".

In termini generali si può dire che una concezione "forte" dello sviluppo sostenibile persegue i seguenti obiettivi parziali: 1) salvaguardia della biodiversità; 2) salvaguardia della capacità di autoregolazione della biosfera. Questo obiettivo implica il precedente; 3) mantenimento dell'omeostasi di alcuni grandi sistemi biochimici (specialmente quelli che influenzano le condizioni climatiche) necessaria per garantire il benessere delle società umane. Questo obiettivo implica il secondo, ma va oltre.

Diversi sistemi sono così resilienti (capaci di autorigenerarsi e di mantenere certi livelli di produttività anche quando il sistema è esposto a pressioni o shock) da permettere diversi stati. La terra ad esempio ha posseduto dei regimi climatici anche molto diversi da quello attuale, che non erano però favorevoli alla vita umana.

La concezione forte fa riferimento a criteri non solo quantitativi ma anche qualitativi e punta al mantenimento delle capacità produttive della terra e alla salvaguardia di tutti gli ecosistemi, anche quelli che apparentemente non hanno relazione con l'economia umana. Il concetto di responsabilità si allarga anche alle altre specie viventi e alla possibilità per le generazioni future di disporre liberamente dell'uso del patrimonio naturale. Esiste anche una concezione "debole" della sostenibilità, che si riferisce essenzialmente al benessere della specie umana, parte dal presupposto della sostituibilità del capitale naturale con quello prodotto, e pensa che si debba lasciare alle generazioni future il livello di benessere attuale.

Chi fa riferimento alla concezione forte propone politiche ambientali che implicano una radicale trasformazione del sistema in senso ecologista, mentre per i sostenitori della concezione debole generalmente sono sufficienti degli aggiustamenti. Comunque la discussione della dialettica tra queste due posizioni non può essere affrontata in questo scritto. Qui è importante sottolineare come l'adozione di politiche ambientali adeguate sia vantaggiosa per due motivi fondamentali: attraverso l'introduzione di tecnologie appropriate e di colture e tecniche di coltivazione rispettose dell'ambiente si interviene su una delle cause fondamentali delle migrazioni; solo l'utilizzo delle popolazioni locali a tutela dell'ambiente, consente di opporsi efficacemente a fenomeni di degrado ecologico come la desertificazione e la deforestazione, che influenzano i grandi ecosistemi.

Note conclusive

All'inizio ddi questo articolo è stata individuata nella povertà estrema la principale causa delle migrazioni. Abbiamo visto che esistano però altre concause rilevanti, lasciando volutamente da parte quelle di tipo socio-politico e soffermandoci invece su quelle ambientali. Analizzando i dati del problema è emerso come le situazioni più difficili siano quelle delle zone " di confine", ecologicamente fragili, dove esiste un cerchio infernale tra povertà e degrado ambientale e quelle di tante metropoli del Terso mondo, dove avvengono tumultuosi processi di urbanizzazione. Si è cercato poi di criticare le argomentazioni neomalthusiane, che vedono nella crescita demografica la causa principale del degrado ambientale che spinge alle migrazioni e di mettere in discussione - mettendo a confronto le categorie di economia di mercato ed economia di sussistenza - l'ideologia "sviluppista" e riduzionista che sta alla base di molti interventi fallimentari.

Infine si è sottolineato come la prospettiva dello sviluppo sostenibile appaia l'unica alternativa - anche se tutta da costruire! - in grado di creare le condizioni perchè milioni di persone possano vivere dignitosamente nei loro paesi senza dover affrontare la via dell'emigrazione e come questo sia nell'interesse nostro e delle generazioni future. Questa alternativa si può condensare in tre parole-chiave: self-reliance, basic-needs, ecosviluppo. Solo interventi basati su di esse possono dare delle risposte ai problemi del sottosviluppo e dell'emigrazione, risposte che sono però inadeguate se non viene messo in discussione il modello di sviluppo dell'occidente capitalistico.

* Insegnante di scuola media superiore e studioso di problemi dell'ambiente

Note bibliografiche

a) Sulle migrazioni, cause ed effetti, e sulle loro relazioni con l'ambiente, si veda:

- Ulrich Keller, "Umwelt-Exodus", in Dritte Welt Presse H.2,1992

- J.Peter Opitz,"Weltbevoelkerung und Weltwanderung", Das Manifest der 60, Beck Verlag, Muenchen, 1994

- Enrico Pugliese, "Cosa c'entra l'immigrazione con la natura", Capitalismo Natura Socialismo, n.3, 1991

b) Sulle relazioni tra povertà, degrado ambientale e migrazioni, si veda l'interessante ed esaustivo saggio di

- Mario Zappacosta, :"Alcune riflessioni su povertà rurale, degrado ambientale e popolazione nei paesi in via di sviluppo", La questione agraria, n.59,1995

c) Sul rapporto tra sovrappopolazione degrado ambientale, oltre al già citato saggio di M. Zappacosta, si veda:

- Il rapporto del Club di Roma, I limiti dello sviluppo, MIlano, EST Mondadori, 1972 e la sua riedizione vent'anni dopo, Oltre i limiti dello sviluppo, Il Saggiatore, Milano, 1993

- René Dumont, "Graves minaces sur la sécurité alimentaire mondiale", Le Monde Diplomatique, agosto 1994

Jaques Decornoy ,"Bombe demografique et sous-developpement., Le Monde Diplomatique, agosto 1994

d) Per un'analisi dei concetti di "economia di sussistenza" e di "economia di mercato", dal punto di vista dell'antropologia ecologica e dei rapporti con l'ambiente, si veda:

- Karl Polany , Economie primitive, arcaiche e moderne, Einaudi, Torino 1980

e) Per il rapporto tra economie tradizionali, arcaiche ed economia capitalistica, si vada l'importante saggio di

- D. Groh "Strategien,Zeit und Ressourcen. Risikominimierung, Unterproduktivitaet und Mussepraeferenz - die zentralen Kategorien von Subzistenzoekonomien", PROKLA n, 17, 1987, di cui esiste anche una versione italiana in Prometeo n.3,1985

- Elmar Altvater, Sachzwang Weltmarkt,VSA-Verlag,Hamburg 1987

- Rita Madotto ,L'ecocapitalismo, Datanews, Roma 1993

In entrambi questi due ultimi testi, che contengono un'ampia documentazione, viene indagato il rapporto tra meccanismi del mercato mondiale e degrado ambientale. Molto importante il lavoro di Alvater, purtroppo non tradotto in Italiano che, partendo dal caso del Brasile, mostra in maniera approfiondita come la mondializzazione del sistema capitalistico metta in crisi gli equilibri ecologici.

f) Per un'analisi del rapporto tra introduzione delle monocolture e meccanismi del mercato mondiale, particolarmente in relazione al caso del Senegal si veda:

- Jean-Louis Gombaud, "La grande crise du commerce des produits tropicaux", Le Monde Diplomatique, marzo 1994

Mbaye Sanou, "L'Afrique noire happée par le marché mondial", Le Monde Diplomatique, marzo 1994

g) La bibliografia sulla critica del concetto di sviluppo e degli interventi attuati in base a questa filosofia, è oramai sterminata. A questo proposito si veda:

- AA.VV., Per un futuro possibile, UNICEF, Roma, 1993

- Wolfgang Sachs, Archeologia dello sviluppo, Macroedizioni, Forlì 1992

- Jutta Steigerwald , "Popoli e ambiente, la diversità, un patrimonio da salvare", Bollettino IRRSAE Campania, N.3 1994

h) Sulla critica alla filosofia della Rivoluzione verde si veda:

- Alain Vidal-Naquet, "Une autre revolution verte pour 2020", Le Monde Diplomatique aprile 1993

- Vandana Shiva , Monocolture della mente, Bollati Boringhieri 1995

- Giovanni Del Genio, "La banca inonda il Bangladesch", Capitalismo Natura Socialismo, n.1, 1994.

i) Sui rapporti tra economia-mondo e modificazione degli ecosistemi e sul concetto di "sviluppo sostenibile" si veda:

- Mercedes Bresso, Per un'economia ecologica, NIS,Roma, 1993

- Jean Paul Déleage, Histoire de l'écologie. Une science de l'homme e de la nature, Découverte, Paris 1992 (trad. it., Storia dell'ecologia. Una scienza dell'uomo e della natura , CUEN-Lega Ambiente, Napoli 1994

- Ullrich Hampicke , Oekologische Oekonomie, Westdeutscher Verlag, Opladen 1992

- Enzo Tiezzi , Tempi storici, tempi biologici, Garzanti, Milano1984

 

 

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