Capitalismo Natura Socialismo - HOMEPAGE ECOLOGIA POLITICACNS - rivista telematica di politica e cultura
n. 1 - aprile 2000, Anno X, fasc. 28

INDICE
n. 1

LA TRAGEDIA DI PORTO MARGHERA

Paolo Cacciari*

   
 

Ci sono tre volumi che andrebbero resi obbligatori come libri di testo in ogni corso di formazione professionale per sindacalisti e medici del lavoro, ma non solo: li consigliamo anche a storici e politici. I libri sono: L'erba ha voglia di vita, di Gabriele Bortolozzo, operaio del Petrolchimico, edito a cura della Associazione nata in suo nome; Cronache dalla chimica, di Paolo Rabitti, ingegnere, perito di parte del giudice Felice Casson (CUEN); Petrolkimico, a cura di Nicoletta Benetelli e Gianfranco Bettin, assessore del Comune di Venezia (Baldini&Castoldi). Ne viene fuori la storia di un gruppetto di operai testardi e tenaci che si accorgono di cosa stia succedendo ai loro compagni di lavoro dopo qualche anno nei reparti che producono, insaccano... respirano Cloruro di Vinile Monomero, intermedio delle plastiche PVC, le più diffuse.

Con l'aiuto di Medicina Democratica riescono a fare una inchiesta "scalza" scoprendo decine di decessi a causa di un particolarissimo tumore (angiosarcoma epatico) dopo latenze anche ventennali. Dopo infinite denuncie, nella più totale sordità delle strutture sanitarie, dei sindacati, delle autorità pubbliche in genere, trovano finalmente un magistrato coscienzioso che si avvale di persone competenti e indipendenti e che mette alla sbarra il gota della chimica italiana. Anche gli amministratori delegati e i presidente, dal tempo di Schimberni e Medici ad oggi.

Per la prima volta la magistratura non sembra accontentarsi di "far volare qualche straccio", di addossare le colpe agli "errori umani" di qualche capo-reparto. Né le parti lese, i famigliari riuniti nelle associazioni, si accontentano di dividersi i sessanta miliardi concessi a scopo di "risarcimento" dall’ENI. Il processo sta andando avanti a Mestre, faticosamente, ma scoprendo ad ogni udienza fatti e circostanze che avvalorano le ipotesi dell’accusa. Montedison sapeva, Mondedison non proteggeva, Montedison non investiva, Montedison non chiudeva, Montedison ed Eni hanno continuato a nascondere e a coprire.

Il processo alla chimica ha il grande merito di smuovere una città e una opinione pubblica impregnata di industrialità, nata attorno e con lo sviluppo della Zona industriale. Ci si comincia a chiedere se il costo è sopportabile. Dall’altra parte si divarica la distanza con un sindacalismo scornato e inferocito che si illude di salvare se stesso e i "posti di lavoro" schierandosi dalla parte dell'impresa. La pubblica amministrazione locale (in attesa che si apra anche il filone delle responsabilità delle unità sanitarie e amministrative locali) si barcamena tra solidarietà e minimizzazione della situazione attuale (le situazioni più a rischio si sarebbero risolte con la chiusura di alcuni reparti all’inizio degli anni novanta), tra promesse di rapide bonifiche e scongiuri perché non si continuino a ripetere incidenti, fughe, malattie.

Per essere chiari stiamo parlando del più grande disastro industriale mai verificatosi in Europa, come ha scritto Luigi Mara. 146 morti, scoperti "per caso" da chi non si è voluto arrendere all’omertà di padroni, sindacati e autorità pubbliche, successivamente riscontrati dalla magistratura inquirente. Un numero non facilmente documentabile di malati. Ed è solo la punta di un iceberg di una situazione diffusa in quello che fu il più grande "polo" chimico italiano, ventimila occupati, e che da anni trascina nella sua lenta agonia una generazione di lavoratori e i suoi territori urbani. Un inquinamento impossibile da quantificare, anche perché non è stata ancora avviata alcuna indagine epidemiologica sulle popolazioni residenti nei "coni di ricaduta" dei micidiali fumi chimici, nonostante che da anni sia chiesta da un gruppo di associazioni raccolte nel coordinamento "Il cielo sopra Marghera".

Per capire la gravità della situazione basti conoscere questo dato ufficiale fornito dall'Osservatorio regionale sui tumori: le morti per tumori alle vie respiratorie nelle popolazioni delle due Unità sanitarie immediatamente prospicienti Marghera sono del 25% superiori alle medie nazionali. Aggiungiamoci che per buona volontà di qualche assessore della Provincia sono stati censiti cinque milioni di metricubi di residui industriali tossici occultati più o meno abusivamente in una ventina di discariche sparse lungo la gronda lagunare nel corso degli ultimi trent'anni. Molti di più sono i fanghi (con ampie tipologie di diossine, documentate dalle campagne di Greenpeace) che "sedimentano" sul fondo della laguna più ammirata del mondo, Venezia.

Come è potuto accadere un simile disastro, sotto gli occhi di tutti e in presenza di una tra le classi operaie più sindacalizzate, di amministrazioni locali progressiste, di forti partiti della sinistra? Voglio solo ricordare che proprio a Porto Marghera alla fine degli anni '60 nacquero le prime "commissioni ambiente" dei Consigli di fabbrica, le prime "consulenze di parte" con i medici di medicina del lavoro di Verona, le prime lotte contro la "monetizzazione della nocività" e le prime elaborazioni sul "MAC 0" (nessuna concentrazione di inquinante tossico nell'aria) che per qualche periodo riuscirono a conquistare anche i vertici dei sindacati di categoria. Rimarrà indimenticabile quella foto di una manifestazione in Piazza San Marco, dopo l'ennesima fuga di gas con intossicazioni, in cui appare un lavoratore che porta a spalle un camino metallico con applicata una maschera antigas e un piccolo foglio con su scritto: "Le maschere ai camini non ai lavoratori".

Come si è potuta verificare, tra la metà degli anni 70 e la metà del decennio successivo, una progressiva e completa rimozione dei temi ambientali e persino della tutela della salute all'interno di luoghi di lavoro? Peggio. Una parte della sinistra – quella maggioritaria nel sindacato e nelle amministrazioni - rimane prigioniera della cultura produttivistica che manteneva verso l'ecologia quel pregiudizio così bene descritto da Giorgio Nebbia "... l'ecologia era uno strumento della borghesia e dei padroni per tenere i lavoratori nella povertà e nell’arretratezza". Ancor oggi questo è l'armamentario che un sindacato come la Fulc di Venezia usa contro Rifondazione, gli ambientalisti e tutti coloro che osano mettere in discussione processi e prodotti. Vale la pena ricordare che uno dei motivi della rimozione del segretario della Camera del Lavoro di Venezia, Alessandro Sabiucciu, è stata la presa di posizione di pubblica autocritica ("chiediamo scusa alla città") tenuta all'inizio del processo Montedison a motivazione della costituzione della Cgil parte civile.

E' una storia già vista in molti altri siti industriali (Val Bormida, Massa Carrara) dove la forza dell'impresa (in questo caso Montedison prima, Eni poi) si esprime come lobby sulle amministrazioni locali e sui sindacati, oltre che sui ministeri; agisce in modo da piegare qualsiasi forma di controllo pubblico e resistenza operaia. I "terribili anni '80" sono stati pura capitolazione. Non che le ragioni dell’ambiente non avessero più peso nell’opinione pubblica - tutt’altro, basti pensare al nucleare – ma esse si sono via via separate fino a presentarsi contrapposte alle questioni interne allo "sviluppo", all’economia. Per poter avere un qualche successo le lotte ambientaliste avrebbero dovuto intrecciarsi con quelle per un diverso modello di produzione.

Per rompere il muro del diffuso rifiuto operaio ad affrontare lo sgradevole problema dell'incompatibilità tra chimica (almeno di quella che si produce a Porto Marghera) e vita, vi sarebbe stato bisogno di almeno tre condizioni: una vertenza sindacale sulla chimica almeno nazionale (vi è stata invece la guerra tra poveri, tra i diversi stabilimenti e persino reparti, nel nome di "contrattiamo le chiusure"); una politica industriale di settore del Governo (vi è stata invece la "guerra sporca della chimica"); infine, una comunità scientifica indipendente e autorevole capace di dire qualcosa di credibile sulla sostenibilità ambientale e pericolosità impiantistica della produzione di materie sintetiche cancerogene. Il fatto che le università di chimica industriale siano "in busta paga" dei colossi della chimica, come delle case farmaceutiche, dei cementieri e degli inceneritori… è un tributo che ognuno di noi versa quotidianamente in salute.

Nessuna delle condizioni per la ripresa di un movimento operaio sull’ambiente si sono verificate. Al contrario abbiamo avuto invece le vicende della svendita e dei salvataggi della chimica italiana che hanno coinvolto anche i partiti della sinistra, Pci compreso. Ai sindacati è andato il compito di gestire la "terziarizzazione", gli scorpori, la frammentazione e la gerarchizzazione delle varie componenti lavorative (oltre che dei prepensionamenti e degli appalti). Il tutto nella assenza più completa di una politica industriale nazionale che assegnasse un qualche ruolo strategico alla chimica.

Ma se non è avvenuto nemmeno per l'elettronica o per l'aeronautica, perché sperare in una politica industriale per la chimica? I risultati sono ben leggibili nella bilancia commerciale nazionale (qualche anno fa il deficit chimico era di 13.000 miliardi). I piani industriali dell'Eni sono in sostanza quelli di dismettere la chimica e di tenersi solo la raffinazione. Ha scritto qualche tempo fa Luigi Granelli: "L'Italia sta diventando una colonia dal punto di vista delle produzioni fondamentali di alto profilo tecnologico, ed è allarmante che le privatizzazioni non abbiano registrato interventi privati di tipo strategico (...) La chimica italiana è stata travolta non solo dal deplorevole malaffare di Enimont, ma continua ad essere in difficoltà per il mancato riordino del settore che condanna l'Italia ad essere, tra i paesi industrializzati, con una bilancia chimica in disavanzo costante e di consistenti proporzioni. Dal 1970 ad oggi si è passati dall'11.4% al 28% di dipendenza dalle importazioni. Quello che manca, a questo come ad altri settori è un disegno di politica industriale che non può essere richiesto al mercato" (il manifesto 8/9/98).

Puntuale, il "piano della chimica" dell'ENI prevede 2.100 "esuberi", 700 a Marghera. L'Eni sembra intenzionato ad uscire dalla chimica tenendosi solo ciò che è economicamente integrato come sbocco alla raffinazione dell'Agip. Il resto è in svendita, mangiato a morsi da gruppi privati intenzionati a comprarsi più i "pacchetti clienti" che non le produzioni. Del resto ad ipotetici compratori gli impianti chimici italiani devono apparire più come scorze di limoni spremuti che capitale tecnologico. Secondo i dati forniti dal Ministero per l'ambiente a Porto Marghera il 35% degli impianti è stato costruito prima del 1956, il 26% prima del 1966, il 12% prima del 1986 e solo il 2% dopo il 1994.

E' così iniziata l'era delle dismissioni e dello smantellamento. Lo storico primo colpo di piccone al vecchio Petrolchimico è stato dato ( "nel rispetto delle norme ambientali e di sicurezza", tiene a precisare il commentatore ufficiale), in pompa magna, il 28 ottobre scorso, dall'amministratore delegato dell'Eni in persona, Vittorio Mincato. L'obiettivo è rinnovare e concentrare le produzioni in una zona più defilata dal quartiere urbano e "liberare" il maggior numero di aree da mettere sul mercato. Una apposita società del Comune fa da promoter a favore della piccola e media impresa veneta e, soprattutto, della logistica portuale in espansione.

Ma c'è un problema. Qualsiasi ipotesi di riuso delle aree di Porto Marghera passa attraverso quello che si prospetta essere il vero grande business del futuro: la bonifica dei suoli contaminati. Il piano triennale del Comune ha individuati 700 ettari su cui intervenire prioritariamente su un totale di duemila ettari occupati dalle industrie. Poi vi sono 35 ettari esterni alla zona industriale (tra cui il nuovo Paro di San Giuliano che la magistratura ha già posto sotto sequestro per irregolarità nei piani di bonifica) e i canali industriali (7/8 milioni di metri cubi da dragare, stoccare, depurare).Il tutto è valutato in un costo di quattromila miliardi. Una legge (la n. 426 del ‘98, con una capienza di soli 600 miliardi per 16 interventi tra cui Gela, Manfredonia, Cengio, Bagnoli, Sesto San Giovanni) prevede il contributo dello Stato fino al 50% dei costi. Una apposita commissione mista (ministeriale e locale) dovrebbe stabilire metodiche e tecnologie. I modelli a cui si guarda sono quelli dell'Emscher Park nella Ruhr e di Goitzsche nel Sachesen- Anhalt a sud di Berlino e altri ancora, più a Est. Secondo il principio che chi inquina prima o poi ci guadagna, sono pronti ad allungare le mani sul ciclopico affare: l'Acquater, legata all'ENI; la Foster Wheeler, legata all'Agip; l'Impresit della Fiat; l'americana Battel che cerca alleanze locali; persino la locale azienda di pulizia urbana, prossima a diventare una Spa.

Nonostante il susseguire di convegni, l'impressione è che anche questa volta si parta male, procedendo a tentoni, caso per caso, con la sonda e il detector, a seconda delle urgenze e dei bisogni dettati dai piani immobiliari di investimento. Non viene presa in considerazione la necessità di elaborare un piano di bonifica integrale. Come da tempo suggeriscono alcuni studiosi e la Fondazione Micheletti di Brescia (vedi gli atti del convegno dell'Osservatorio Veneto su "Piani e azioni di bonifica per aree industriali inquinate", 2/3 ottobre 1998) in cui si consiglia di compiere preliminarmente un "inventario storico" impiantistico e merceologico delle produzioni che hanno operato nel corso degli anni per comprendere davvero cosa e quanto sia stato scaricato nell'ambiente. "Solo la storia delle industrie e delle produzioni può indicare quali materie prime sono state usate, quali prodotti sono stati fabbricati, quali scorie sono state prodotte. Solo così - prosegue Giorgio Nebbia nel seminario dell’ <Osservatorio Veneto> citato - è possibile identificare le trasformazioni che le scorie hanno subito in un determinato ambiente terrestre o marino quali sostanze vanno oggi cercate e richiedono azioni di depurazione e distruzione".

Insomma prima di perimetrare Marghera di "sarcofagi" di cemento armato, o di piantarci "cavoli bonificatori" (biogeneticamente manipolati, si intende!) sarebbe meglio discuterne con cura.

*Paolo Cacciari, direttore di "Osservatorio Veneto", trimestrale dell'Associazione Osservatorio sulle trasformazioni in Veneto, via dell'Elettricità 3, 30175 Marghera (Ve), tel 0415382765

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